IL PRECETTORE IMPERIALE CHE SCELSE IL SILENZIO DEL DESERTO
Oggi - 19 luglio 2026 - XVI domenica del Tempo Ordinario, la Chiesa ricorda, tra i vari testimoni della fede, Sant’Arsenio il Grande, eremita.
Dalla nobiltà romana alla corte di Costantinopoli
Di Arsenius ( Arsenio ) - questo il uo nome latino - definito " il Grande " per la straordinaria statura spirituale, l'ascesi radicale e l'influenza che ebbe come uno dei più importanti " Padri del deserto ", si conosce pochissimo. Sappiamo tuttavia che nacque a Roma nel 354 circa, da una nobile famiglia senatoriale, probabilmente già convertita al cristianesimo. Crebbe circondato da raffinata cultura e fu finemente educato in ogni campo dello scibile, tanto che l’augusto Teodosio I, anch’esso detto “ il Grande ” (regnante dal 379 al 395), che l'imperatore Graziano (sul trono dal 375 al 393) aveva associato a sé affidandogli la parte orientale dell'Impero, lo scelse quale precettore dei suoi figli Arcadio e Onorio. A questo scopo, nel 383, Teodosio lo fece venire nella sua capitale Costantinopoli, dove Arsenio restò undici anni, fino al 394.
La crisi spirituale e la massima del silenzio
Nonostante tutto, lo sfarzoso e vizioso ambiente di corte non si confaceva assolutamente alla sua spiritualità, ligia al dovere e dedita alla preghiera. Era talmente legato ai suoi sani princìpi, da non arretrare mai di un passo, quando era conscio di fare o dire una cosa giusta e alla sequela di Cristo, finendo così per attirarsi il risentimento di Arcadio, il maggiore dei figli di Teodosio, interessato a una vita piuttosto immorale, che giunse al punto di ordire contro di lui una congiura per ucciderlo. Provvidenzialmente, però, tale attentato fallì e Arsenio, conscio del rischio corso e toccato profondamente dalla grazia di essere scampato alla morte, fu colto da una profonda crisi spirituale. Si narra che mettendosi in preghiera per invocare la salvezza, udì una voce divina dirgli: " Arsenio, fuggi, taci, resta in pace, perché queste sono le radici per non peccare! ". Questa folgorazione interiore lo spinse a progettare il definitivo ritiro dal mondo.
La fuga nel deserto di Scete: Un Impero che non crolla
Ottenuto l’esonero dall’incarico di educatore imperiale nel 394, Arsenio anticipò profeticamente la fine del potere temporale: quando nel 410 Roma fu conquistata e saccheggiata dal re barbaro Alarico I, sovrano dei Visigoti (dal 395 al 410), e l’Impero costruito dai Cesari cominciò a collare, Arsenio era già al sicuro nel deserto, consapevole di come la vita mondana fosse effimera. Si era sentito chiamato verso un nuovo “ Impero ” spirituale che non avrebbe temuto le orde dei barbari. Decise così di abbandonare i fasti di Costantinopoli e di ritirarsi in una allora famosa comunità di anacoreti a Scete (o Scetes ), nel lontano deserto egiziano, mettendosi sotto la sapiente guida spirituale del maestro San Giovanni detto “ il Nano ”. Si stabilì in Egitto per vivere la rigida vita eremitica presso il monastero di San Macario in Wadi el-Natrun, a novanta chilometri circa dal Cairo, sul lato occidentale della via del deserto verso il porto mediterraneo d'Alessandria.
Morto al mondo: Il rifiuto delle ricchezze terrene
Nel monastero, fondato nel 360 da San Macario “ l’Egiziano ”, vivevano oltre quattromila monaci di diverse etnie, lingue e culture, tra i quali c’erano uomini di lettere, filosofi e membri dell’aristocrazia del tempo, che convivevano insieme a semplici contadini analfabeti. Da quel momento in poi, Arsenio abbandonò lentamente la vita sociale, iniziando a praticare sempre più il digiuno e a dedicarsi solo alla preghiera. Fuggito dagli uomini, condusse lì una vita di continua ascesi, quasi sopprimendo il sonno. Al tramonto, volgeva le spalle al sole calante e per tutta la notte, con gli occhi fissi al levante, aspettava l’aurora del nuovo giorno. Soltanto allora, per brevissimo tempo, si assopiva. Un giorno si presentò al monastero un funzionario governativo, che lo informò della morte di un suo parente prossimo, il quale lo aveva nominato unico erede di tutte le sue ricchezze. Arsenio rifiutò immediatamente i cospicui averi ereditati, rispondendo che non poteva e non desiderava essere erede di nessuno, perché già da qualche tempo, per libera scelta, “ era morto al mondo ”.
Il dono delle lacrime e il transito alla gloria
Nel frattempo, la fama della sua saggezza e della sua santità si diffondeva e sempre più persone venivano in pellegrinaggio nel deserto per vederlo, parlargli e rivolgergli domande. Le risposte monosillabiche di Arsenio - convinto di non poter parlare contemporaneamente con gli uomini e con Dio, preferendo i colloqui con quest’ultimo - non scoraggiavano i visitatori, che continuavano a venire numerosi. Pregava e piangeva, stanco e affaticato per il mancato sonno. Sviluppò profondamente il " dono delle lacrime ": piangeva per l’Impero in disfacimento sotto gli attacchi delle orde barbare, ma ancora di più sull’infelicità del mondo, sulla sorte di tanti infelici e sul sacrificio divino dimenticato e negletto dagli uomini. Ormai anziano e riconosciuto come una delle guide più autorevoli della comunità monastica, dovette fuggire da Scete a causa delle invasioni dei nomadi Mazici, riparando prima a Troe e poi a Canopo. Il suo pianto spirituale fu assai lungo, fino al giorno in cui passò, con la morte, alla gioia dell’altra vita. Aveva continuato a pregare, in silenzioso raccoglimento, per i cinquantacinque anni successivi al suo addio alla corte. Rese l’anima a Dio il 19 luglio del 449 o 450, a Troe presso Menfi (Egitto).
… Per intercessione di Sant'Arsenio il Grande, il Signore ci conceda oggi la grazia del "santo silenzio" in un mondo custode di troppo rumore. Che l'esempio di questo grande Padre del deserto ci insegni a saper fuggire dalle vanità passeggere di questa terra, a custodire il cuore nella preghiera incessante e a riscoprire il valore delle lacrime di compunzione, per poter fissare lo sguardo - come lui - solo verso l'Aurora della Risurrezione.
Immagine: "Sant'Arsenio il Grande", affresco a tempera su intonaco murale dipinto, circa nel 1350, da ignoti monaci ortodossi greci. L'opera si trova all'interno di un monastero della Repubblica Monastica Autonoma (teocrazia) del Monte Athos (Grecia).
Roberto Moggi
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