L'EREMITA DI ANNAYA E CEDRO DI SANTITA’ DELLA TERRA DEL LIBANO
Oggi - 24 luglio 2026 - venerdì della XVI settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la memoria facoltativa di San Charbel Makhluf, sacerdote.
Le radici terrene: la nascita a Bekaa Kafra e la tradizione Maronita
Youssef Antoun (Giuseppe Antonio) - questi i suoi nomi di battesimo nella natia lingua araba libanese (traslitterata nel nostro alfabeto) - nacque l’8 maggio 1828 nel villaggio di Beqaa Kafra, nel nord del Libano allora provincia dell’Impero Ottomano (oggi omonima repubblica del Medio Oriente). I suoi genitori, Antoun (Antonio) Zaarour Makhlouf e Brigita (Brigida) Chidiac , erano due poveri e devotissimi contadini cristiano-maroniti, che gli diedero quattro fratelli maggiori, due maschi: Hanna e Bechara , e due sorelle: Kawn e Warde . La Chiesa cristiana maronita, all’epoca diffusa in tutto il Libano (attualmente rappresentante circa il 20% della popolazione totale), prende il nome dal suo fondatore, San Marone (morto nel 410), asceta siriaco amico di San Giovanni Crisostomo, che la istituì in Siria (vicino ad Apamea) nel IV secolo. Essa si sviluppò e si stabilizzò stabilmente tra le montagne del Libano solo in seguito, a partire dal V-VI secolo, grazie ai suoi discepoli (in particolare San Giovanni Marone) per sfuggire alle persecuzioni. La Chiesa Maronita è in piena comunione con la Chiesa cattolica, pur conservando le proprie tradizioni orientali in merito alla spiritualità, alla liturgia, a qualche sottolineatura teologica, alla normativa canonica e a quella disciplinare, tanto è vero che i suoi sacerdoti si possono sposare. Tuttavia, il matrimonio deve precedere l'ordinazione: i sacerdoti possono essere sposati prima di diventare preti, ma non possono sposarsi dopo esserlo diventati (un po’ come i nostri diaconi permanenti). Inoltre, i vescovi e i monaci (come Charbel) sono rigorosamente scelti tra i celibi. Riti e liturgia, antichissimi, derivano direttamente dalla tradizione dell’antica Chiesa di Antiochia (o “ Antiochena ”), fondata nientemeno che da San Pietro apostolo. La lingua liturgica tuttora adottata è il siriaco antico, idioma che nell’uso comune quotidiano è praticamente scomparso. Quella maronita è l'unica Chiesa d'oriente rimasta sempre fedele alla Sede apostolica romana, pur conservando un elemento di autonomia, come le altre Chiese cattoliche orientali patriarcali, poiché il patriarca viene eletto dal locale sinodo dei vescovi, e solo dopo l'elezione fa professione di comunione con il pontefice romano.
La giovinezza e la chiamata: il primo eremo e il noviziato a Mayfouq
Youssef Antoun ricevette una buona educazione cristiana in questa Chiesa e, sin dall’infanzia, si mostrò assiduo alla preghiera e attratto dalla vita monastica ed eremitica, sull’esempio dei suoi due zii materni, monaci che vivevano nell’eremo libanese di “ Mar Antonios Qozhaya ” (Sant’Antonio Qozhaya), dai quali apprese l’esercizio delle virtù. Rimasto orfano di padre l’8 agosto 1831, quando aveva poco più di tre anni, fu cresciuto dalla madre, che sposò più tardi, in seconde nozze, il sacerdote maronita Lahoud Ibrahim , un uomo pio che ricevette l'ordinazione essendo vedovo o secondo il diritto maronita per i coniugati, futuro curato della parrocchia del suo villaggio natio, Bekaa Kafra . Alla scuola del paese, Youssef studiò l’arabo e il siriaco, senza mai smettere di frequentare la chiesa, vivendo in modo talmente pio che i compaesani lo chiamavano “ Il santo ”. Portava a pascolare il piccolo gregge di famiglia tutti i giorni sulle montagne, passando sempre vicino ad una grotta della zona, dove pregava in ginocchio davanti a un’immagine della Santa Vergine che vi era collocata. L’antro si trasformerà poi, da luogo appartato di preghiera e suo “ primo eremo ”, in una sorta di “ santuario naturale ”, luogo di pellegrinaggio per migliaia di fedeli. Un mattino del 1851, dopo accurato discernimento, Youssef lasciò la propria casa all'età di 23 anni senza salutare la madre, per evitare che i familiari ostacolassero la sua vocazione claustrale. Si presentò al monastero maronita di " Deir Saydet Mayfouq " (Nostra Signora di Mayfouq), villaggio collinare nella regione di Byblos, presso la costa mediterranea al centro del Libano. Aveva l’intenzione di farsi monaco nell’ Ordine Libanese Maronita che reggeva il convento, il più antico della Chiesa cattolica di rito maronita (fondato da tre monaci di Aleppo, in Siria, il 10 novembre del 1695). In questo monastero, Youssef Antoun fu accettato e vi trascorse il primo periodo di noviziato, fino a vestirne, nel novembre dello stesso anno, l’abito religioso.
La consacrazione e il ministero: da Annaya al miracolo della lampada d'acqua
L’anno successivo si trasferì nel convento di “ Mar Maroun ” (San Marone) ad Annaya, nella medesima zona, dove il 1° novembre 1853 entrò formalmente nell’Ordine Maronita pronunciando i voti d’obbedienza, castità e povertà ed assumendo il nome religioso di Charbel, quello di un martire della Chiesa di Antiochia del II secolo. In siriaco, il nome Charbel porta con sé un significato bellissimo: " Racconto di Dio " o " Buona Novella di Dio ". Continuò comunque gli studi teologici nel monastero dei Santi Cipriano e Giustina a Kfifane, leggermente nell’entroterra, avendo per maestro il futuro santo Nimatullah Kassab Al-Hardini (1808-1858), che fin da allora costituiva un ideale per ogni fedele e rappresentava l’immagine vivente dei grandi monaci santi del passato. Charbel fu suo studente a Kfifane tra il 1853 e il 1859. Al-Hardini diceva sempre: " Un monaco saggio è colui che si fa eremita ", piantando nel cuore di Charbel il seme dell'eremitaggio. Infine, il 23 luglio 1859, fu ordinato sacerdote nella cittadina di Bkerke, sempre nel retroterra del centro libanese. Da sacerdote, Padre Charbel visse sedici anni nel monastero di San Marone ad Annaya, nell’obbedienza ai superiori e nella stretta osservanza delle regole monastiche. Si imponeva una vita d’ascesi e di mortificazione, distaccandosi dalle cose mondane e materiali, al servizio del Signore e votato alla salvezza delle anime. All’inizio del 1875, Charbel, sempre più attratto dall’eremitaggio, ebbe l’ispirazione di ritirarsi nell’eremo dei Santi Pietro e Paolo, annesso allo stesso monastero di San Marone, ma completamente isolato. Tuttavia, il Padre superiore era alquanto dubbioso di concedergli l’autorizzazione, trattandosi d’uno stile di vita particolarmente rigoroso, ma, mentre quest’ultimo era in preda all’incertezza, venne a risolvere la situazione un segno dal cielo. Una notte Charbel aveva chiesto ad un confratello di mettere dell’olio nella sua lucerna vuota, per consentirgli di pregare, ma questi vi mise invece dell’acqua. Nonostante ciò, la lucerna si accese lo stesso, dando una vivida fiammella, come se la lampada fosse colma di ottimo olio. Fu questo il primo miracolo di Charbel, che permise la sua partenza per l’eremo tanto desiderato, dove giunse definitivamente Il 15 febbraio 1875.
Il culmine dell'ascesi: i ventitré anni nell'eremo e il transito al Cielo
Qui, quale eremita ideale, consacrava il suo tempo al silenzio, alla preghiera, al culto e al lavoro nei campi. Non lasciava l’eremo che per ordine del suo superiore e vi viveva alla maniera dei santi Padri eremiti, quasi sempre inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento, pregando con fervore e trovando la sua delizia nella preghiera durante intere notti. Vi trascorse così ben ventitré anni, servendo il Signore ed osservando scrupolosamente e coscienziosamente le regole della vita eremitica. Il 16 dicembre 1898, mentre celebrava la messa, fu improvvisamente colpito da un’ emiplegia (paralisi d’una metà del corpo), proprio mentre recitava la preghiera eucaristica della liturgia maronita (l' Anafora di San Pietro , detta anche Anafora delle Frazioni ). Entrò in un’agonia che si rivelò lunga otto giorni, durante i quali restò sempre lucido e mantenne la tranquillità, malgrado le gravi sofferenze. Nell’agonia Charbel non cessava di ripetere la preghiera che non aveva potuto concludere durante la messa: “ … Padre della verità, ecco il Tuo Figlio che si offre in sacrificio per darti soddisfazione … ”. Tali parole sono l'inizio dell'emozionante inno siriaco del “ Prex Eucharistica ”. Ripeteva ugualmente i nomi di Gesù, Maria, Giuseppe, nonché Pietro e Paolo, Patroni dell’eremo. Il 24 dicembre 1898, vigilia di Natale, verso le ore 23,00, l’anima bella e pura di Charbel prese il volo, in tutta libertà, verso quel Dio che aveva tanto e sempre amato. Fu sepolto nel cimitero del monastero, ma, successivamente, luci soprannaturali che si sprigionavano dalla sua tomba, spinsero i superiori a trasferirne le spoglie, che trasudavano anche sudore e sangue freschissimi, in una bara speciale, dopo aver ricevuto l’autorizzazione del patriarcato maronita e a collocarle in una nuova tomba all’interno del monastero. La luce accecante emanò dalla tomba di terra per 45 giorni consecutivi. Il liquido misterioso che il corpo incorrotto emanò per decenni (un mix di siero e sangue puro) è scientificamente inspiegabile ed è all'origine di innumerevoli miracoli per unzione. Da quel momento, folle di pellegrini che lo consideravano già santo cominciarono ad affluire in loco per sollecitarne l’intercessione, e molti fra loro ottenevano la guarigione ed altre grazie divine. Nel 1925, fu sottoposto al papa Pio XI il suo processo di beatificazione e canonizzazione. Nel 1950, la sua tomba fu aperta in presenza di una commissione ufficiale di medici, che constatarono il buono stato delle spoglie, redigendo un rapporto. Quest’anno segna quella che ben si può definire “ esplosione mondiale del suo culto ”. La ricognizione medica confermò che il corpo era flessibile, intatto e immerso nel liquido trasudato, nonostante fossero passati 52 anni dalla morte.
La gloria degli altari: i prodigi di Annaya e il trionfo universale
Le guarigioni di tutti i tipi si moltiplicarono allora in maniera improvvisa quanto incredibile e decine di migliaia di pellegrini, di tutte le confessioni, anche moltissimi musulmani, affluivano al monastero di Annaya, per chiedere insistentemente la sua intercessione. Nel 1954, il pontefice Venerabile Pio XII firmò l’approvazione per il suo processo di beatificazione. Il 5 dicembre 1965, papa San Paolo VI presiedette alla cerimonia di beatificazione, al momento della chiusura del Concilio Vaticano II. Nel 1975, lo stesso San Paolo VI firmò il riconoscimento del miracolo richiesto per proclamarne la santità e, finalmente, la sua canonizzazione ebbe luogo con la cerimonia internazionale del 9 ottobre 1977. I miracoli di Charbel hanno oltrepassato le frontiere del Libano, ed un gran numero di lettere e rapporti conservati nei registri del monastero di San Marone ad Annaya attestano chiaramente la diffusione della fama della sua santità nel mondo intero. Si tratta di un fenomeno unico, che ha operato un ritorno alla morale ed alla fede ed ha risvegliato le virtù negli spiriti, facendo della tomba di questo umile monaco un polo d’attrazione per tutti i devoti di qualsiasi religione, ceto sociale ed età, tutti uguali nel raccoglimento e nell’invocazione. Le guarigioni fatte per sua intercessione, il cui ricordo è consegnato ai registri del monastero di San Marone, si contano a decine di migliaia. Vi si aggiungono quelle avvenute in ogni luogo nel mondo e che riguardano gente di tutte le etnie, religioni e confessioni, compreso un dieci per cento circa relativo a persone atee o non battezzate. Esse sono state ottenute, naturalmente, per mezzo della preghiera e dell’invocazione, ma molto spesso anche per il semplice contato dell’olio e dell’incenso benedetti del monastero, delle foglie di quercia dell’eremo, della terra presa sulla sua tomba, o visitando la sua sepoltura e toccandone la porta, o per contatto con la sua immagine e la sua statua in loco. Parecchie di queste guarigioni riguardano il corpo, ma le più importanti riguardano l’anima. Moltissimi peccatori hanno ritrovato Dio per intercessione di San Charbel, solo oltrepassando la soglia del monastero di San Marone o dell’eremo dei Santi Pietro e Paolo.
… Che l'intercessione potente di San Charbel Makhlouf, faro di preghiera incessante e specchio di purissima ascesi, ottenga al Libano e al mondo intero il dono della pace e dell'unità. Per i meriti delle sue sofferenze nascoste e della sua totale offerta a Cristo nell'Eucaristia, il Signore conceda a noi, alle nostre famiglie, parrocchie e comunità la fermezza nella fede, la consolazione nelle prove e la grazia della guarigione del corpo e dello spirito.
Immagine. "San Charbel", colossale statua alta oltre 23 metri, larga 9,3 e pesante circa 40 tonnellate, realizzata principalmente in vetroresina (fiberglass) e resina. La statua è stata realizzata e assemblata in loco tra la fine del 2016 e il primo semestre 2017 dall'artista libanese vivente Naif Alwan (nato nel 1964) in collaborazione con la "Beirut International Company" e inaugurata nell'agosto dello stesso anno 2017. L'opera si trova sulla sommità del monte Faraya (a circa 1.800 metri d'altezza), vicino a una grande croce, in una posizione dominante che offre un panorama mozzafiato sulle montagne del Libano.
Roberto Moggi
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