Torneranno le persone anziane a essere considerate fonti di esperienza e di saggezza?

Considerazioni su chi ha vissuto un'epoca precedente alla nostra e chi è arrivato dopo.
Saltando di palo in frasca a proposito degli anziani in generale e depositari di saggezza in particolare.
Si può provare un rammarico che, giudicato con obiettività, non avrebbe ragione di esistere.
Nel mio caso, il cruccio di non aver registrato quello che ho ascoltato da bambino e da adolescente dai miei nonni e da altre persone di una certa età, specialmente quelle famigliari.
Un desiderio che a me, purtroppo, è sorto in tarda età, quello di soddisfare la curiosità su incontri, relazioni e situazioni che hanno dato luogo alla mia esistenza. E non solo, ma ad esempio gli innumerevoli racconti di mio nonno materno, che partecipò alla prima guerra mondiale come ardito, storie che ascoltavo rapito e che si sono perse nel dimenticatoio dell'infanzia.
Ricordo ancora l'epoca in cui un giovane ed anche un adulto, si rivolgevano ad una persona anziana con l'appellativo usuale di "sor maé" (maestro) e dandogli del voi, pronome che era esteso anche nei rapporti con i genitori.
Un "voi" che continua a scapparmi, se mi trovo a dialogare con una persona che ha qualche anno più di me.
Andando ancora più in là nel tempo, in una quasi completa assenza di mezzi d'informazione, forse più nelle campagne che nelle città, con l'analfabetismo che affliggeva le classi subalterne, la persona di una certa età era considerata depositaria di esperienza e di saggezza.
Venuto ad abitare nell'estrema periferia della città, mi è successo più di una volta di imbattermi in persone di campagna molto anziane, che a malapena riuscivo a capire
nel loro linguaggio che denunciava l'assenza di un minimo periodo di scolarizzazione.
L'inaspettata sorpresa che ho provato più volte, in tali circostanze, è stata quella di scoprire che mi trovavo al cospetto di filosofi, che avevano avuto come insegnante uno dei migliori che si potevano avere un tempo: la natura in cui, immersi fin da piccoli, avevano vissuto ed imparato vivendo, molto più di qualsiasi cittadino, una vita da potersi considerare a misura d'uomo.
Una vita non condizionata dalle 40 ore lavorative settimanali, dai fine settimana, da ferie, permessi e malattie, ma dallo scandire delle stagioni, coi tempi delle arature seguite da semine e raccolti, da falciature, potature e dal governo degli animali, che già da solo non conosce giorni festivi, coi giorni di maltempo a riparare gli attrezzi e a rigovernare le stalle.
Una vita che, nella sua semplicità e con la fatica che richiede ("Fatica" così vista dal profano), permette un'attività nella vecchiaia sconosciuta a molti anziani di città, un'attività dalla quale non si va mai in pensione.
Quanto all'autorevolezza e all'importanza, come fonti di sapere, che erano proprie degli gli anziani di un tempo, sono state spazzate via dalla tecnologia della moderna informazione, non solo per gli anziani poi, ma anche per i genitori, senza più il rispetto a cui era scontato che i giovani fossero tenuti verso i depositari della conoscenza a cui aspiravano.
Così che adesso mi succede spesso di incorrere in stranezze che non sono più considerate tali, se non da quelli che ragionano come me.
Incontro una persona di 40 o 50 anni con un figlio adolescente e spesso tale circostanza provoca tre stranezze.
1 - Il figlio mi dice "ciao" e mi dà del tu:
2 - il genitore non dice al figlio (Com'era d'uso a suo tempo):
"Guarda che non stai parlando con tuo fratello, comportati come si deve";
3 - io do del lei a tutti e due.
Sono sicuro che se si chiedesse al terzetto chi dei tre è il più strano, la maggioranza indicherebbe me.
No? Ottimisti!

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