I SEMI DELLA CHIESA: LA GLORIA ANONIMA DEI PRIMI MARTIRI ROMANI
Oggi - 30 giugno 2026 - martedì della XIII settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la memoria facoltativa dei Santi Primi Martiri della Chiesa di Roma (obbligatoria per le diocesi di Roma e Albano).
L'ombra del 64: la fine della fragile pace
Questa ricorrenza, collocata il giorno dopo la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, fu introdotta nel calendario romano generale da papa San Paolo VI nel 1969, proprio per unire idealmente questi martiri innominati alla festa dei due gloriosi apostoli del giorno precedente. Con essa si commemorano i moltissimi cristiani della Città Eterna, i cui nomi sono per lo più noti solo a Dio, che offrirono la propria vita per il Signore, durante la prima persecuzione scatenata dall’imperatore Nerone (regnante dal 54 al 68) nell’anno 64. Fino a quell’anno, i cristiani dell’Urbe avevano vissuto relativamente in pace, pur invisi alle autorità e alla maggior parte del popolo pagano, ma il terribile incendio scoppiato nella notte tra il 18 e 19 luglio del 64, che devastò l’intera metropoli, cambiò radicalmente la situazione, poiché ne furono dolosamente incolpati.
L'immane rogo e la ricerca del capro espiatorio
L'immane rogo cominciò nella centrale zona del Circo Massimo e infuriò per ben sei giorni, propagandosi in quasi tutta la città, poi continuò per altri tre nel solo Campo Marzio, prima che, il 27 luglio, le fiamme fossero definitivamente spente. Delle quattordici regioni (quartieri) che componevano la città, tre furono totalmente distrutte, mentre in altre sette rimanevano solo pochi ruderi anneriti dal fumo. I morti furono migliaia, molti di più gli infortunati e gli ammalati e più di duecentomila i senzatetto. Numerosi edifici pubblici e monumenti andarono distrutti, insieme a circa quattromila “insulae” (“isole”, in altre parole agglomerati di case popolari) e centotrentadue “domus” (“case”, nel senso di ville). Subito dopo, crebbe a dismisura la tensione e il malcontento tra la cittadinanza, in cerca di un colpevole a ogni costo, tanto da far temere una sollevazione popolare contro il potere costituito. Pertanto gli storici ritengono possibile - poiché tra il popolo si erano insinuati forti sospetti che il rogo fosse stato voluto e forse appiccato proprio da Nerone - che questi abbia fatto ricadere la colpa - volutamente quanto ingiustamente - sulla comunità cristiana, del tutto innocente ma, come detto, invisa alla grande maggioranza del popolo pagano, quale ideale “capro espiatorio”.
Le ragioni storiche del sospetto su Nerone
Le ragioni per cui il popolo e gli storici dell'epoca credettero al suo coinvolgimento sono principalmente tre:
- Il progetto edilizio per l’Urbe: Nerone desiderava da tempo abbattere i vecchi e fatiscenti quartieri popolari per costruire la sua monumentale residenza, la “Domus Aurea” (Casa d’oro), e una nuova città monumentale chiamata “Neropolis”. Il fatto che abbia poi usato le aree distrutte dal fuoco per questo scopo lo rese un perfetto sospettato.
- Tensioni politiche: Egli era in aperto conflitto con l'aristocrazia senatoria. Gli storici dell'epoca (membri del Senato) usarono così la tragedia per dipingerlo come un tiranno megalomane e folle.
- Il bisogno di un colpevole: Roma fu distrutta per il 70%. Di fronte alla rabbia del popolo, l’imperatore stesso dovette trovare un colpevole, spostando l'accusa sui Cristiani, che subirono così le prime persecuzioni.
Il racconto di Tacito e le "pene raffinatissime"
Al riguardo, riferisce lo storico, oratore e senatore Tacito (circa 55-120) nei suoi “Annales” (Annali), opera storica che copre i regni dei quattro imperatori romani succeduti ad Augusto, ma di cui le parti giunte fino ai nostri giorni riguardano solo Tiberio e Nerone: “… Perciò, per far cessare tale diceria (che l’autore dell’incendio fosse stato proprio lui, N.d.R.), Nerone s’inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che il volgo, detestandoli per le loro "nefandezze", chiamava cristiani. Origine di questo nome era Cristo …”. Ai fedeli di Gesù, infatti, erano attribuite ipotetiche “nefandezze”, consistenti nel loro semplice rifiuto ad adorare le divinità pagane ed erano perciò considerati atei. Lo scrittore, filosofo e apologeta cristiano Tertulliano (160-220), scriverà al riguardo che: “… i pagani attribuiscono ai cristiani ogni pubblica calamità, ogni flagello …”. Tacito racconta ancora le “pene raffinatissime” cui erano condannati gli innocenti cristiani: “… A quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, crocefissi, oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone, per accaparrarsi la simpatia del popolo pagano, aveva offerto i suoi giardini per tale scopo e celebrava anche giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio …”.
La lucida crudeltà della politica imperiale
Tuttavia, la storiografia moderna, a differenza di quanto avveniva in un recente passato, tende a escludere la pazzia di Nerone, reinterpretando le sue pur spregevoli azioni sotto una luce cinica ma squisitamente politica:
- Sindrome del sovrano ellenistico: Nerone non era pazzo, ma voleva trasformare il principato romano in una monarchia assoluta di stampo orientale (ellenistica). In questo modello, il re era un mecenate, un semidio e un artista. Questo urtava profondamente la mentalità tradizionale romana e senatoria.
- Propaganda anti-neroniana: I comportamenti considerati "folli" (esibirsi in pubblico come cantante, attore o auriga) erano in realtà calcolati atti di propaganda per ottenere il favore delle classi popolari, che infatti lo amarono molto.
- Crudeltà politica, non pazzia: L'eliminazione dei rivali (tra cui la madre Agrippina e la moglie Ottavia) rispondeva a una spietata logica di sopravvivenza dinastica e di potere, comune a molti altri imperatori romani non considerati pazzi.
Il risveglio della pietà e il sangue dei grandi Apostoli
Le mostruose e irrefrenabili brutalità contro i seguaci di Gesù, finirono tuttavia per suscitare dei sentimenti di compassione in buona parte del popolo, come scrive sempre Tacito: “… Benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime (secondo la visione del popolino), nasceva comunque un senso di pietà, poiché erano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo …”, appunto Nerone. I giardini di Nerone citati da Tacito sorgevano nell'area dell'attuale Città del Vaticano. È suggestivo ricordare che la Basilica di San Pietro sorge esattamente sopra il luogo dove molti di questi primi martiri consumarono il loro sacrificio insieme al primo papa. Sotto questa viva impressione popolare, l’imperatore, timoroso di perdere il consenso della plebe, attenuò la sua ferocia, preferendo perlopiù condannare i cristiani ai lavori pubblici necessari a riedificare Roma, anche se, la prima ondata di persecuzioni imperiali si arrestò del tutto solo con la morte di Nerone, nel 68, non molto dopo il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo. Si ha la certezza che i due siano stati entrambi martirizzati per volere di Nerone e che Pietro sia stato crocefisso a testa in giù, mentre Paolo decapitato, tra il 64 e il 67. Non si ha, però conferma che questi due eventi siano accaduti lo stesso giorno e lo stesso anno. Tra coloro che provvidero alla sepoltura dei due apostoli, vi furono le Sante Basilissa e Anastasia, che poi subirono a loro volta il martirio, congiuntamente, nel 68. I loro nomi, tra la vasta schiera di martiri di quel tempo, sono tra i pochissimi a essere conosciuti (insieme ai santi Edisto, Martiniano, Processo e Torpè, quest’ultimo martirizzato nei pressi di Pisa). Presumibilmente è a loro che si riferiva il Martirologio Geronimiano, che, alla data del 29 giugno ricordava, per Roma, un gruppo di moltissimi martiri anonimi. È possibile che le loro reliquie siano state riunite in sepolcri comuni, i “poliandri” di cui parla Prudenzio in uno degli inni del suo “Peristephanon”, dove spesso si annotava il numero dei martiri senza scrivervi i nomi che “solo Gesù Cristo conosce”.
… Che l'esempio luminoso dei Primi Martiri della Chiesa di Roma richiami nel cuore di ciascuno di noi il valore supremo della fedeltà al Vangelo, anche nelle prove più oscure della vita. Possano questi santi anonimi, che non cercarono la gloria degli uomini ma l'approvazione di Dio, intercedere per la nostra fede quotidiana. Che il loro sangue, seme di cristiani, fecondi sempre il cammino della nostra Chiesa. Buona memoria dei santi primi martiri di Roma a tutti!
Immagine: "I martiri cristiani", anche noto come "I primi martiri cristiani", olio su tela dipinto, nel 1871, dal pittore francese Gustave Doré (1832-1883). L'opera si trova nel Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Strasburgo (Francia)
Roberto Moggi
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