I TESTIMONI DELLA SELVA NERA: IL TRIONFO DELLA FEDE
Oggi - 02 giugno 2026 - martedì della IX settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la memoria facoltativa dei Santi Marcellino e Pietro, martiri.
Le radici romane e la testimonianza di papa Damaso
Di Marcellinus (Marcellino) e Petrus (Pietro) - questi i loro rispettivi nomi in latino - si conosce pochissimo ad eccezione del comune martirio. Si ritiene, per lo più, che siano entrambi nati negli ultimi decenni del III secolo a Roma, città dov’erano incardinati nel clero, rispettivamente Marcellino come sacerdote e Pietro come esorcista. Le più antiche notizie sul loro martirio, ci sono state tramandate da papa Damaso I (dal 366 al 384), il quale precisa di averle apprese in gioventù dalla bocca dello stesso loro carnefice, poi convertitosi al cristianesimo. Secondo la testimonianza del pontefice, che in loro onore compose anche un “carme” (componimento poetico di lode), la loro vicenda si colloca al tempo della sanguinosa vessazione contro i seguaci di Gesù proclamata il 24 febbraio 303, dall’Imperatore Diocleziano (regnante dal 284 al 305), detta “Grande Persecuzione”.
Il martirio nella Selva Nera e la pietà di Lucilla
Già all’inizio di quell’anno, agli albori della persecuzione, le autorità dell’Urbe fecero arrestare migliaia di cristiani, tra i quali Marcellino e Pietro, ben noti per il loro zelo apostolico e la grande carità. Dopo avere ingiunto ai due di rinnegare la fede in Cristo e sacrificare agli dei pagani, ricevendone un fermo e reiterato rifiuto da parte di entrambi, i giudici ordinarono che i due fossero decapitati fuori città, nel folto di una fitta selva che sorgeva al terzo miglio della via Labicana (l’odierna Casilina), affinché l’ubicazione delle loro tombe restasse sconosciuta. Condotti al luogo del supplizio, essi dovettero scavarsi con le proprie mani la fossa, poi furono decapitati e i loro corpi gettati in essa e sommariamente ricoperti di terra. Tuttavia, la pia matrona Lucilla, venuta a conoscenza dell’uccisione grazie ad alcuni testimoni oculari casualmente presenti e nascosti sul posto, fece diseppellire i loro corpi, che poi fece interrare nuovamente in una sua proprietà sita nei pressi, nella località allora detta “Ad duas lauros”, cioè “Ai due lauri (o allori)”, arbusti sempreverdi tradizionalmente presenti presso le dimore e le proprietà dell’aristocrazia romana.
La devozione costantiniana e il ricordo nel canone della Messa
Anche il Martirologio Geronimiano, il quale attesta che Marcellino era presbitero e Pietro esorcista, ne indica il sepolcro nel cimitero “Ad duas lauros”, al terzo miglio della via Labicana, dove i due consacrati furono già venerati quali santi martiri dal popolo e dai primi pellegrini. Secondo il “Liber pontificalis” (“Libro dei papi”, consistente in una raccolta di biografie dei pontefici), l’imperatore Costantino I (dal 306 al 337) edificò in loro onore una Basilica sul luogo dove si trovava il loro sepolcro. Papa Damaso I, in seguito, vi fece collocare una lastra di marmo con incisa la lirica da lui composta in loro onore, che però, purtroppo, fu distrutta dagli invasori Visigoti durante il terribile “Sacco di Roma” del 24 agosto 410. Ciò nonostante, il pontefice Vigilio (dal 537 al 555) ne fece porre in loco una copia, curandosi anche di fare inserire i nomi dei due martiri nel Canone della Messa. Allo stesso periodo deve attribuirsi il loro ricordo nella liturgia ambrosiana e la dedicazione nell’Urbe di un’altra chiesa a loro intitolata, sulla moderna via Labicana, angolo via Merulana, già attestata nel sinodo romano del 595 e tuttora presente.
La tradizione della passio e la traslazione sul Limes Germanico
È bene evidenziare che un passio, comunque ritenuto per lo più inattendibile, composto quasi nello stesso periodo, interpretando il carme damasiano, aggiunge non comprovate notizie secondo le quali Marcellino e Pietro avrebbero avuto relazione con i martiri Artemio, Seconda e Paolina. Unitamente a questi ultimi, sarebbero stati uccisi al XII miglio della via Aurelia. in una località che in loro ricordo fu detta Silva Candida (antica Lorium). Il loro carnefice, che si chiamava Doroteo, da vecchio si sarebbe convertito al Cristianesimo ricevendo il battesimo dalle mani del papa Giulio I (dal 337 al 352) o papa Silvestro I (314-335). Le reliquie dei due martiri, nel secolo IX, furono trasferite a Selgum, un ex insediamento fortificato che, durante l’Impero Romano, aveva fatto parte del sistema di frontiera del “Limes Germanicus” (“Confine Germanico” o “Frontiera Germanica”), dove furono inumate nella chiesa dell’abbazia a loro intitolata (odierna Seligenstadt am Main, nella parte centro-occidentale della Germania). La notizia di questo trasferimento è documentata dettagliatamente nell'opera storica di Eginardo: “De Translatione et miraculis sanctorum Marcellini et Petri” (Sulla traslazione e sui miracoli dei Santi Marcellino e Pietro).
Le reliquie contese e la rinascita sul suolo sacro delle catacombe
I resti dei martiri Marcellino e Pietro si trovano oggi divisi in diverse località a causa di traslazioni storiche, ma il loro nucleo reliquario più celebre si trova effettivamente nell'Abbazia di Seligenstadt am Main, in Germania. Nel IX secolo, infatti, le reliquie furono trafugate e donate a Eginardo (770 circa-840), biografo di Carlo Magno e fondatore della predetta abbazia. A Roma, altre parti dei loro resti sono custodite nella Basilica dei Santi Marcellino e Pietro al Laterano. Le tappe della sepoltura dei Martiri risultano:
- Prima sepoltura (martirio): Nel 304 d.C., come visto, sotto le persecuzioni di Diocleziano, Marcellino e Pietro furono condotti in un bosco segreto chiamato “Selva Nera” affinché i loro corpi non venissero venerati. Lì furono costretti a scavarsi la fossa con le proprie mani prima di essere decapitati e inumati.
- Seconda sepoltura (traslazione): La pia matrona romana Lucilla, come evidenziato, scoprì il luogo del martirio. Di notte, recuperò le salme e le trasportò lungo l'antica via Labicana (attuale via Casilina). Le seppellì in un cubicolo sotterraneo all'interno di un cimitero preesistente situato nella zona denominata “Ad duas lauros” (ai due allori).
Sotto l'imperatore Costantino, l'intera area fu monumentalizzata con una grandiosa basilica circiforme (a forma di circo) e l'annesso Mausoleo di Sant'Elena. Nel corso dei secoli la struttura antica andò distrutta, ma l'attuale complesso parrocchiale a loro intitolato, posto proprio sopra le catacombe, continua a presidiare il medesimo suolo sacro.
… Che l'esempio luminoso dei Santi Marcellino e Pietro ci illumini. La loro fermezza incrollabile davanti alle prove del mondo sia di sprone alla nostra fede quotidiana, e la carità con cui hanno affrontato l'ora del martirio infonda nei nostri cuori lo stesso zelo apostolico.
Immagine. "Il martirio dei Santi Marcellino e Pietro", olio su tela dipinto, intorno al 1759, da ignoto pittore di ambito e scuola romana del XVIII secolo. Questa tela riprende fedelmente lo schema iconografico del prototipo originale dipinto nel 1751 dal celebre pittore marchigiano (ma di scuola e adozione romana) Gaetano Lapis, detto il Carraccetto. L'originale del Lapis si trova a Roma, nella Basilica dei Santi Marcellino e Pietro al Laterano (all'angolo tra via Merulana e via Labicana). L'opera si trova sull'altare maggiore della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Sezze (in provincia di Latina, nella regione Lazio).
Roberto Moggi
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Oggi - 02 giugno 2026 - martedì della IX settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la memoria facoltativa dei Santi Marcellino e Pietro, martiri.
Le radici romane e la testimonianza di papa Damaso
Di Marcellinus (Marcellino) e Petrus (Pietro) - questi i loro rispettivi nomi in latino - si conosce pochissimo ad eccezione del comune martirio. Si ritiene, per lo più, che siano entrambi nati negli ultimi decenni del III secolo a Roma, città dov’erano incardinati nel clero, rispettivamente Marcellino come sacerdote e Pietro come esorcista. Le più antiche notizie sul loro martirio, ci sono state tramandate da papa Damaso I (dal 366 al 384), il quale precisa di averle apprese in gioventù dalla bocca dello stesso loro carnefice, poi convertitosi al cristianesimo. Secondo la testimonianza del pontefice, che in loro onore compose anche un “carme” (componimento poetico di lode), la loro vicenda si colloca al tempo della sanguinosa vessazione contro i seguaci di Gesù proclamata il 24 febbraio 303, dall’Imperatore Diocleziano (regnante dal 284 al 305), detta “Grande Persecuzione”.
Il martirio nella Selva Nera e la pietà di Lucilla
Già all’inizio di quell’anno, agli albori della persecuzione, le autorità dell’Urbe fecero arrestare migliaia di cristiani, tra i quali Marcellino e Pietro, ben noti per il loro zelo apostolico e la grande carità. Dopo avere ingiunto ai due di rinnegare la fede in Cristo e sacrificare agli dei pagani, ricevendone un fermo e reiterato rifiuto da parte di entrambi, i giudici ordinarono che i due fossero decapitati fuori città, nel folto di una fitta selva che sorgeva al terzo miglio della via Labicana (l’odierna Casilina), affinché l’ubicazione delle loro tombe restasse sconosciuta. Condotti al luogo del supplizio, essi dovettero scavarsi con le proprie mani la fossa, poi furono decapitati e i loro corpi gettati in essa e sommariamente ricoperti di terra. Tuttavia, la pia matrona Lucilla, venuta a conoscenza dell’uccisione grazie ad alcuni testimoni oculari casualmente presenti e nascosti sul posto, fece diseppellire i loro corpi, che poi fece interrare nuovamente in una sua proprietà sita nei pressi, nella località allora detta “Ad duas lauros”, cioè “Ai due lauri (o allori)”, arbusti sempreverdi tradizionalmente presenti presso le dimore e le proprietà dell’aristocrazia romana.
La devozione costantiniana e il ricordo nel canone della Messa
Anche il Martirologio Geronimiano, il quale attesta che Marcellino era presbitero e Pietro esorcista, ne indica il sepolcro nel cimitero “Ad duas lauros”, al terzo miglio della via Labicana, dove i due consacrati furono già venerati quali santi martiri dal popolo e dai primi pellegrini. Secondo il “Liber pontificalis” (“Libro dei papi”, consistente in una raccolta di biografie dei pontefici), l’imperatore Costantino I (dal 306 al 337) edificò in loro onore una Basilica sul luogo dove si trovava il loro sepolcro. Papa Damaso I, in seguito, vi fece collocare una lastra di marmo con incisa la lirica da lui composta in loro onore, che però, purtroppo, fu distrutta dagli invasori Visigoti durante il terribile “Sacco di Roma” del 24 agosto 410. Ciò nonostante, il pontefice Vigilio (dal 537 al 555) ne fece porre in loco una copia, curandosi anche di fare inserire i nomi dei due martiri nel Canone della Messa. Allo stesso periodo deve attribuirsi il loro ricordo nella liturgia ambrosiana e la dedicazione nell’Urbe di un’altra chiesa a loro intitolata, sulla moderna via Labicana, angolo via Merulana, già attestata nel sinodo romano del 595 e tuttora presente.
La tradizione della passio e la traslazione sul Limes Germanico
È bene evidenziare che un passio, comunque ritenuto per lo più inattendibile, composto quasi nello stesso periodo, interpretando il carme damasiano, aggiunge non comprovate notizie secondo le quali Marcellino e Pietro avrebbero avuto relazione con i martiri Artemio, Seconda e Paolina. Unitamente a questi ultimi, sarebbero stati uccisi al XII miglio della via Aurelia. in una località che in loro ricordo fu detta Silva Candida (antica Lorium). Il loro carnefice, che si chiamava Doroteo, da vecchio si sarebbe convertito al Cristianesimo ricevendo il battesimo dalle mani del papa Giulio I (dal 337 al 352) o papa Silvestro I (314-335). Le reliquie dei due martiri, nel secolo IX, furono trasferite a Selgum, un ex insediamento fortificato che, durante l’Impero Romano, aveva fatto parte del sistema di frontiera del “Limes Germanicus” (“Confine Germanico” o “Frontiera Germanica”), dove furono inumate nella chiesa dell’abbazia a loro intitolata (odierna Seligenstadt am Main, nella parte centro-occidentale della Germania). La notizia di questo trasferimento è documentata dettagliatamente nell'opera storica di Eginardo: “De Translatione et miraculis sanctorum Marcellini et Petri” (Sulla traslazione e sui miracoli dei Santi Marcellino e Pietro).
Le reliquie contese e la rinascita sul suolo sacro delle catacombe
I resti dei martiri Marcellino e Pietro si trovano oggi divisi in diverse località a causa di traslazioni storiche, ma il loro nucleo reliquario più celebre si trova effettivamente nell'Abbazia di Seligenstadt am Main, in Germania. Nel IX secolo, infatti, le reliquie furono trafugate e donate a Eginardo (770 circa-840), biografo di Carlo Magno e fondatore della predetta abbazia. A Roma, altre parti dei loro resti sono custodite nella Basilica dei Santi Marcellino e Pietro al Laterano. Le tappe della sepoltura dei Martiri risultano:
- Prima sepoltura (martirio): Nel 304 d.C., come visto, sotto le persecuzioni di Diocleziano, Marcellino e Pietro furono condotti in un bosco segreto chiamato “Selva Nera” affinché i loro corpi non venissero venerati. Lì furono costretti a scavarsi la fossa con le proprie mani prima di essere decapitati e inumati.
- Seconda sepoltura (traslazione): La pia matrona romana Lucilla, come evidenziato, scoprì il luogo del martirio. Di notte, recuperò le salme e le trasportò lungo l'antica via Labicana (attuale via Casilina). Le seppellì in un cubicolo sotterraneo all'interno di un cimitero preesistente situato nella zona denominata “Ad duas lauros” (ai due allori).
Sotto l'imperatore Costantino, l'intera area fu monumentalizzata con una grandiosa basilica circiforme (a forma di circo) e l'annesso Mausoleo di Sant'Elena. Nel corso dei secoli la struttura antica andò distrutta, ma l'attuale complesso parrocchiale a loro intitolato, posto proprio sopra le catacombe, continua a presidiare il medesimo suolo sacro.
… Che l'esempio luminoso dei Santi Marcellino e Pietro ci illumini. La loro fermezza incrollabile davanti alle prove del mondo sia di sprone alla nostra fede quotidiana, e la carità con cui hanno affrontato l'ora del martirio infonda nei nostri cuori lo stesso zelo apostolico.
Immagine. "Il martirio dei Santi Marcellino e Pietro", olio su tela dipinto, intorno al 1759, da ignoto pittore di ambito e scuola romana del XVIII secolo. Questa tela riprende fedelmente lo schema iconografico del prototipo originale dipinto nel 1751 dal celebre pittore marchigiano (ma di scuola e adozione romana) Gaetano Lapis, detto il Carraccetto. L'originale del Lapis si trova a Roma, nella Basilica dei Santi Marcellino e Pietro al Laterano (all'angolo tra via Merulana e via Labicana). L'opera si trova sull'altare maggiore della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Sezze (in provincia di Latina, nella regione Lazio).
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