IL SANGUE E LA GLORIA: L’EPOPEA DEI MARTIRI D’UGANDA
Oggi - 03 giugno 2026 - mercoledì della IX settimana dl Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la memoria obbligatoria dei Santi Carlo Lwanga e Compagni, martiri.
Il Testimone del Tempo e il Rogo di Namugongo
Con questo titolo, si commemora un gruppo di ventidue servitori e paggi reali di fede cattolica (conosciuti anche come “Martiri d’Uganda”), uccisi per odio alla fede tra il 1885 e il 1887 nel Regno di Buganda, allora uno stato pienamente sovrano e indipendente, che diventò ufficialmente un protettorato britannico solo pochi anni dopo, nel 1894 (identificabile all’incirca nella parte centro-meridionale dell’odierna Uganda, stato dell’Africa centro-orientale senza sbocco al mare, situato esattamente sulla linea dell'Equatore). Carlo Lwanga era il capo dei paggi reali e la figura centrale del gruppo. Le uccisioni avvennero sotto il regno del re (nell’idioma locale: “Kabaka”) Mwanga II, la cui capitale era stabilita sulla collina di Mengo, un'area che oggi si trova nel cuore della moderna città di Kampala, la capitale dell'Uganda. Inizialmente tollerante, il re fu spinto dagli stregoni locali a vedere i cristiani come minacce per le tradizioni del regno. Dedito al vizio, egli esigeva dai giovani paggi di corte di assecondare le proprie pretese contrarie alla morale cristiana, alla purezza e alla dignità umana. Carlo Lwanga, convertitosi al cristianesimo grazie ai missionari europei chiamati “Padri Bianchi” (sacerdoti appartenenti alla Società dei Missionari d'Africa, istituto missionario fondato ad Algeri nel 1868 dal cardinale francese Charles-Martial Allemand Lavigerie), protesse strenuamente i ragazzi più giovani, vietando loro di assecondare le pretese impure del sovrano. Quando il re scoprì che i ragazzi pregavano e rifiutavano i suoi ordini, impose loro di scegliere tra la vita (rinnegando Cristo) e la morte. Carlo e i compagni scelsero unanimemente la fede, donando le loro vite. Il martirio collettivo seguì un rituale di eccezionale crudeltà, volto a terrorizzare i cristiani del regno. I condannati furono costretti a camminare per quasi 27 miglia (circa 43,5 chilometri), dal palazzo reale di Munyonyo fino alla collina delle esecuzioni di Namugongo. Diversi compagni vennero trafitti da lance, impiccati o inchiodati agli alberi lungo la strada perché esausti o per dare un immediato avvertimento. Il 3 giugno 1886, sulla collina di Namugongo, Carlo Lwanga e dodici compagni vennero avvolti in stuoie di canne e arsi vivi su una gigantesca pira. Carlo chiese di essere bruciato per primo per dare coraggio ai suoi ragazzi, tra cui il quattordicenne Kizito, che morì tenendolo per mano.
Il Martirologio dei Ventidue Testimoni di Cristo
I martiri inclusi ufficialmente nel processo di canonizzazione della Chiesa, trascritti in ordine cronologico, sono i seguenti:
- San Giuseppe Mkasa Balikuddembé (primo martire, decapitato nel 1885);
- San Carlo Lwanga (capo dei paggi, arso vivo il 3 giugno 1886);
- San Mattia Mulumba Kalemba (mutilato e lasciato morire);
- Sant'Andrea Kaggwa (capo dei suonatori, decapitato);
- San Ponziano Ngondwe (guardia reale, trafitto da una lancia);
- San Dionigi Ssebuggwawo (paggio, trafitto da una lancia);
- Sant'Atanasio Bazzekuketta (paggio, fatto a pezzi lungo la via);
- San Gonzaga Gonza (paggio, trafitto dalle lance);
- San Noè Mawaggali (servitore, inchiodato a un albero e impiccato);
- San Luca Banabakintu (arso vivo a Namugongo);
- San Giacomo Buzabaliao (soldato della guardia, arso vivo);
- San Bruno Sserunkuuma (soldato della guardia, arso vivo);
- San Mbaga Tuzinde (arso vivo; era figlio del carnefice capo e rifiutò i tentativi del padre di salvarlo in cambio dell'apostasia);
- San Kizito (il più giovane del gruppo, 14 anni, arso vivo);
- Sant'Ambrogio Kibuuka (paggio, arso vivo);
- San Mgagga (paggio, arso vivo);
- San Gyavira (paggio, arso vivo);
- Sant’Achille Kiwanuka (paggio, arso vivo);
- Sant’Adolfo Ludigo Mkasa (paggio, arso vivo);
- San Mukasa Kiriwanvu (paggio, arso vivo);
- Sant’Anatolio Kiriggwajjo (paggio, arso vivo);
- San Giovanni Maria Muzeyi (ultimo martire del gruppo, decapitato nel 1887).
Kaloli Lwanga: Vita, Fede e il Trionfo dell'Evangelizzazione Laica
Kaloli (Carlo) - questo il suo nome di battesimo nella natia lingua Baganda - nacque verosimilmente il 1° gennaio 1860 nel territorio stanziale del suo omonimo popolo, compreso nell’allora regno indigeno del Buganda (corrispondente pressappoco alla parte centro-meridionale del moderno Uganda, nella parte centro-orientale del Continente Africano). La sua famiglia d’origine era di religione animista, ma, dopo essersi convertito al cristianesimo grazie ad alcuni missionari europei, fu battezzato il 15 novembre 1885. La sua conversione avvenne agli inizi della proficua evangelizzazione condotta dai missionari europei in quei territori. Nel Buganda, in quel periodo, il re Mutesa aveva dapprima ben accolto i missionari francesi (detti per il colore del loro abito religioso “Padri Bianchi”), che però dovettero ritirarsi per le minacce, le violenze, i maneggi e gli intrighi di alcuni capi locali. Carlo, adeguatamente istruito dai missionari europei, che aveva preso a frequentare assiduamente, divenne ben presto, egli stesso, un solerte evangelizzatore e buon catechista laico. Il suo impegno per far conoscere Gesù ai connazionali pagani fu notevole, giungendo a raccogliere attorno a sé un discreto gruppo di seguaci ai quali insegnava il catechismo. Per la sua cultura, in seguito, ebbe incarichi di responsabilità nell’amministrazione del regno del Buganda, fino a essere nominato “Maggiordomo” (incarico politico di altissimo prestigio detto anche “Signore o Maestro di palazzo”) alla corte del dispotico “kabaka” (che nella lingua indigena significa “re”) Mwanga II (1884-1903). Nel 1885, quando tornarono nel Regno, invitati nuovamente da quest’ultimo sovrano, i missionari trovarono quindi dei cristiani già battezzati, “formati” e impegnati, che ricoprivano incarichi di responsabilità nella società e, come visto, nello stesso Palazzo Reale. Tuttavia a causa della sobillazione di alcuni regi funzionari ostili, si scatenò ancora una persecuzione feroce e sanguinaria nei confronti dei credenti in Cristo, sia europei che convertiti locali, cattolici o protestanti. Giuseppe Mukasa Balikuddembe, consigliere del re, fu decapitato il 15 novembre 1885. Nel maggio 1886 furono uccisi Dionigi Ssebuggwawo, Ponziano Ngondwe, Andrea Kaggwa, Atanasio Bazzekuketta, Gonza Gonga, Mattia Kalemba e Noè Mawaggali. Poi fu la volta dei paggi di corte, tre dei quali furono risparmiati, secondo l'usanza, dopo essere stati estratti a sorte. Rimase a far parte dei tredici paggi martiri Mbaga Tuzinda, figlio del capo dei carnefici, il quale ultimo tentò invano e ripetutamente di salvarlo, mentre egli non volle saperne di rinnegare Gesù ed essere separato dai suoi amici. Ad eccezione di questi dati, di Carlo Lwanga e del gruppetto di laici che egli guidava alla sequela del Vangelo, composto di dodici discepoli, come lui tutti giovani, si conosce poco. Essi sono i primi di oltre un centinaio di cristiani, tra cattolici e protestanti, vittime, tra il 1885 e il 1887, della persecuzione scatenata dal predetto vizioso re Mwanga II nella regione geografica detta “dei Grandi Laghi” africani, ove sorgeva il regno indigeno Buganda, come parte dello sforzo del sovrano per resistere alla sempre più forte colonizzazione europea (infatti, il 18 giugno 1894, il regno fu inglobato come protettorato britannico nella Colonia dell’Uganda). Il re dispose che i convertiti cristiani, sia cattolici sia anglicani, dovessero abiurare la loro nuova fede per aver salva la vita, facendo invece giustiziare tutti quelli che rifiutavano di rinnegare il Signore. Tra questi ultimi ci fu anche Carlo Lwanga, i predetti suoi allievi, altri funzionari della corte reale e persone comunque a lui molto vicine, che condivideranno consapevolmente torture e martirio pur di rimanere fedeli a Gesù. Furono arrestati tutti i discepoli di Carlo Lwanga, tra cui era anche il quattordicenne Kizito, allievo di catechismo. Poi fu la volta di Carlo, che fu arrestato e giudicato a Rubaga (Mengo) e, dopo essere stato torturato, morì arso vivo sulla collina di Namugongo il 3 giugno dei 1886, con i suoi dodici compagni. Fu proprio lui a battezzare segretamente i paggi più giovani (tra cui Kizito) la notte prima della condanna, perché i sacerdoti non potevano entrare a corte. Questo evidenzia il suo ruolo di "padre spirituale" oltre che di “maggiordomo”. Una parte degli altri cattolici cadde vittima il 26 maggio dello stesso anno e gli ultimi il 27 gennaio seguente, la maggiore parte bruciata viva. Carlo Lwanga e compagni, unitamente ad un altro gruppo, per un numero complessivo di ventidue martiri ugandesi, furono beatificati da papa Benedetto XV e canonizzati dal pontefice San Paolo VI il 18 ottobre 1964, alla presenza dei padri del Concilio Vaticano II.
… Per l’intercessione gloriosa di San Carlo Lwanga e dei Santi Martiri d'Uganda, il Signore conceda alla Sua Chiesa la stessa audacia nella fede, la fortezza nelle tribolazioni e la purezza del cuore che brillarono in questi giovani testimoni del Vangelo. Possano le loro vite, donate per amore di Cristo nella terra d'Africa, essere instancabile motivo di speranza e di fecondità spirituale per tutti noi.
Immagine: "San Carlo Lwanga e 22 compagni", illustrazione a tempera (guazzo) e inchiostro su carta, realizzata nel 1962 dallo scultore e pittore svizzero Albert Wider (1910-1985). I diritti visivi e le matrici storiche di stampa di questa celebre immagine sacra sono custoditi in Italia presso gli archivi della Fototeca Gilardi (associata al circuito internazionale di distribuzione d'arte Bridgeman Images).
Roberto Moggi
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Oggi - 03 giugno 2026 - mercoledì della IX settimana dl Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la memoria obbligatoria dei Santi Carlo Lwanga e Compagni, martiri.
Il Testimone del Tempo e il Rogo di Namugongo
Con questo titolo, si commemora un gruppo di ventidue servitori e paggi reali di fede cattolica (conosciuti anche come “Martiri d’Uganda”), uccisi per odio alla fede tra il 1885 e il 1887 nel Regno di Buganda, allora uno stato pienamente sovrano e indipendente, che diventò ufficialmente un protettorato britannico solo pochi anni dopo, nel 1894 (identificabile all’incirca nella parte centro-meridionale dell’odierna Uganda, stato dell’Africa centro-orientale senza sbocco al mare, situato esattamente sulla linea dell'Equatore). Carlo Lwanga era il capo dei paggi reali e la figura centrale del gruppo. Le uccisioni avvennero sotto il regno del re (nell’idioma locale: “Kabaka”) Mwanga II, la cui capitale era stabilita sulla collina di Mengo, un'area che oggi si trova nel cuore della moderna città di Kampala, la capitale dell'Uganda. Inizialmente tollerante, il re fu spinto dagli stregoni locali a vedere i cristiani come minacce per le tradizioni del regno. Dedito al vizio, egli esigeva dai giovani paggi di corte di assecondare le proprie pretese contrarie alla morale cristiana, alla purezza e alla dignità umana. Carlo Lwanga, convertitosi al cristianesimo grazie ai missionari europei chiamati “Padri Bianchi” (sacerdoti appartenenti alla Società dei Missionari d'Africa, istituto missionario fondato ad Algeri nel 1868 dal cardinale francese Charles-Martial Allemand Lavigerie), protesse strenuamente i ragazzi più giovani, vietando loro di assecondare le pretese impure del sovrano. Quando il re scoprì che i ragazzi pregavano e rifiutavano i suoi ordini, impose loro di scegliere tra la vita (rinnegando Cristo) e la morte. Carlo e i compagni scelsero unanimemente la fede, donando le loro vite. Il martirio collettivo seguì un rituale di eccezionale crudeltà, volto a terrorizzare i cristiani del regno. I condannati furono costretti a camminare per quasi 27 miglia (circa 43,5 chilometri), dal palazzo reale di Munyonyo fino alla collina delle esecuzioni di Namugongo. Diversi compagni vennero trafitti da lance, impiccati o inchiodati agli alberi lungo la strada perché esausti o per dare un immediato avvertimento. Il 3 giugno 1886, sulla collina di Namugongo, Carlo Lwanga e dodici compagni vennero avvolti in stuoie di canne e arsi vivi su una gigantesca pira. Carlo chiese di essere bruciato per primo per dare coraggio ai suoi ragazzi, tra cui il quattordicenne Kizito, che morì tenendolo per mano.
Il Martirologio dei Ventidue Testimoni di Cristo
I martiri inclusi ufficialmente nel processo di canonizzazione della Chiesa, trascritti in ordine cronologico, sono i seguenti:
- San Giuseppe Mkasa Balikuddembé (primo martire, decapitato nel 1885);
- San Carlo Lwanga (capo dei paggi, arso vivo il 3 giugno 1886);
- San Mattia Mulumba Kalemba (mutilato e lasciato morire);
- Sant'Andrea Kaggwa (capo dei suonatori, decapitato);
- San Ponziano Ngondwe (guardia reale, trafitto da una lancia);
- San Dionigi Ssebuggwawo (paggio, trafitto da una lancia);
- Sant'Atanasio Bazzekuketta (paggio, fatto a pezzi lungo la via);
- San Gonzaga Gonza (paggio, trafitto dalle lance);
- San Noè Mawaggali (servitore, inchiodato a un albero e impiccato);
- San Luca Banabakintu (arso vivo a Namugongo);
- San Giacomo Buzabaliao (soldato della guardia, arso vivo);
- San Bruno Sserunkuuma (soldato della guardia, arso vivo);
- San Mbaga Tuzinde (arso vivo; era figlio del carnefice capo e rifiutò i tentativi del padre di salvarlo in cambio dell'apostasia);
- San Kizito (il più giovane del gruppo, 14 anni, arso vivo);
- Sant'Ambrogio Kibuuka (paggio, arso vivo);
- San Mgagga (paggio, arso vivo);
- San Gyavira (paggio, arso vivo);
- Sant’Achille Kiwanuka (paggio, arso vivo);
- Sant’Adolfo Ludigo Mkasa (paggio, arso vivo);
- San Mukasa Kiriwanvu (paggio, arso vivo);
- Sant’Anatolio Kiriggwajjo (paggio, arso vivo);
- San Giovanni Maria Muzeyi (ultimo martire del gruppo, decapitato nel 1887).
Kaloli Lwanga: Vita, Fede e il Trionfo dell'Evangelizzazione Laica
Kaloli (Carlo) - questo il suo nome di battesimo nella natia lingua Baganda - nacque verosimilmente il 1° gennaio 1860 nel territorio stanziale del suo omonimo popolo, compreso nell’allora regno indigeno del Buganda (corrispondente pressappoco alla parte centro-meridionale del moderno Uganda, nella parte centro-orientale del Continente Africano). La sua famiglia d’origine era di religione animista, ma, dopo essersi convertito al cristianesimo grazie ad alcuni missionari europei, fu battezzato il 15 novembre 1885. La sua conversione avvenne agli inizi della proficua evangelizzazione condotta dai missionari europei in quei territori. Nel Buganda, in quel periodo, il re Mutesa aveva dapprima ben accolto i missionari francesi (detti per il colore del loro abito religioso “Padri Bianchi”), che però dovettero ritirarsi per le minacce, le violenze, i maneggi e gli intrighi di alcuni capi locali. Carlo, adeguatamente istruito dai missionari europei, che aveva preso a frequentare assiduamente, divenne ben presto, egli stesso, un solerte evangelizzatore e buon catechista laico. Il suo impegno per far conoscere Gesù ai connazionali pagani fu notevole, giungendo a raccogliere attorno a sé un discreto gruppo di seguaci ai quali insegnava il catechismo. Per la sua cultura, in seguito, ebbe incarichi di responsabilità nell’amministrazione del regno del Buganda, fino a essere nominato “Maggiordomo” (incarico politico di altissimo prestigio detto anche “Signore o Maestro di palazzo”) alla corte del dispotico “kabaka” (che nella lingua indigena significa “re”) Mwanga II (1884-1903). Nel 1885, quando tornarono nel Regno, invitati nuovamente da quest’ultimo sovrano, i missionari trovarono quindi dei cristiani già battezzati, “formati” e impegnati, che ricoprivano incarichi di responsabilità nella società e, come visto, nello stesso Palazzo Reale. Tuttavia a causa della sobillazione di alcuni regi funzionari ostili, si scatenò ancora una persecuzione feroce e sanguinaria nei confronti dei credenti in Cristo, sia europei che convertiti locali, cattolici o protestanti. Giuseppe Mukasa Balikuddembe, consigliere del re, fu decapitato il 15 novembre 1885. Nel maggio 1886 furono uccisi Dionigi Ssebuggwawo, Ponziano Ngondwe, Andrea Kaggwa, Atanasio Bazzekuketta, Gonza Gonga, Mattia Kalemba e Noè Mawaggali. Poi fu la volta dei paggi di corte, tre dei quali furono risparmiati, secondo l'usanza, dopo essere stati estratti a sorte. Rimase a far parte dei tredici paggi martiri Mbaga Tuzinda, figlio del capo dei carnefici, il quale ultimo tentò invano e ripetutamente di salvarlo, mentre egli non volle saperne di rinnegare Gesù ed essere separato dai suoi amici. Ad eccezione di questi dati, di Carlo Lwanga e del gruppetto di laici che egli guidava alla sequela del Vangelo, composto di dodici discepoli, come lui tutti giovani, si conosce poco. Essi sono i primi di oltre un centinaio di cristiani, tra cattolici e protestanti, vittime, tra il 1885 e il 1887, della persecuzione scatenata dal predetto vizioso re Mwanga II nella regione geografica detta “dei Grandi Laghi” africani, ove sorgeva il regno indigeno Buganda, come parte dello sforzo del sovrano per resistere alla sempre più forte colonizzazione europea (infatti, il 18 giugno 1894, il regno fu inglobato come protettorato britannico nella Colonia dell’Uganda). Il re dispose che i convertiti cristiani, sia cattolici sia anglicani, dovessero abiurare la loro nuova fede per aver salva la vita, facendo invece giustiziare tutti quelli che rifiutavano di rinnegare il Signore. Tra questi ultimi ci fu anche Carlo Lwanga, i predetti suoi allievi, altri funzionari della corte reale e persone comunque a lui molto vicine, che condivideranno consapevolmente torture e martirio pur di rimanere fedeli a Gesù. Furono arrestati tutti i discepoli di Carlo Lwanga, tra cui era anche il quattordicenne Kizito, allievo di catechismo. Poi fu la volta di Carlo, che fu arrestato e giudicato a Rubaga (Mengo) e, dopo essere stato torturato, morì arso vivo sulla collina di Namugongo il 3 giugno dei 1886, con i suoi dodici compagni. Fu proprio lui a battezzare segretamente i paggi più giovani (tra cui Kizito) la notte prima della condanna, perché i sacerdoti non potevano entrare a corte. Questo evidenzia il suo ruolo di "padre spirituale" oltre che di “maggiordomo”. Una parte degli altri cattolici cadde vittima il 26 maggio dello stesso anno e gli ultimi il 27 gennaio seguente, la maggiore parte bruciata viva. Carlo Lwanga e compagni, unitamente ad un altro gruppo, per un numero complessivo di ventidue martiri ugandesi, furono beatificati da papa Benedetto XV e canonizzati dal pontefice San Paolo VI il 18 ottobre 1964, alla presenza dei padri del Concilio Vaticano II.
… Per l’intercessione gloriosa di San Carlo Lwanga e dei Santi Martiri d'Uganda, il Signore conceda alla Sua Chiesa la stessa audacia nella fede, la fortezza nelle tribolazioni e la purezza del cuore che brillarono in questi giovani testimoni del Vangelo. Possano le loro vite, donate per amore di Cristo nella terra d'Africa, essere instancabile motivo di speranza e di fecondità spirituale per tutti noi.
Immagine: "San Carlo Lwanga e 22 compagni", illustrazione a tempera (guazzo) e inchiostro su carta, realizzata nel 1962 dallo scultore e pittore svizzero Albert Wider (1910-1985). I diritti visivi e le matrici storiche di stampa di questa celebre immagine sacra sono custoditi in Italia presso gli archivi della Fototeca Gilardi (associata al circuito internazionale di distribuzione d'arte Bridgeman Images).
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