IL TRIONFO DELLA FEDE TRA PRODIGI, ESILIO E MARTIRIO
Oggi - 15 giugno 2026 - lunedì della XI settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa ricorda, tra i vari testimoni della fede, San Vito, martire.
La "Passio Sancti Viti" e l'infanzia a Mazara
Della vita di Vitus (Vito) - questo il suo nome in latino - tratta principalmente la “Passio Sancti Viti” (Passione di San Vito), principale fonte sulla sua vita, un testo agiografico redatto attorno al VII secolo. Tuttavia, essendo stato scritto oltre 300 anni dopo i fatti (l'epoca delle persecuzioni indette dall’imperatore Diocleziano, iniziate nel 303), risente fortemente di elementi leggendari e formule narrative tipiche del Medioevo, rendendolo storicamente poco attendibile per i dettagli biografici precisi. Vito nacque nel 286 circa a Mazarum, anche detta Mazara, prospera cittadina commerciale e porto marittimo sulla costa occidentale della Provincia Romana di Sicilia (oggi Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, nella regione Sicilia). La sua famiglia d’origine era ricca e di religione pagana. Suo padre Ila, rimasto vedovo, lo affidò a una coppia di precettori, Crescentia (Crescenzia), nutrice, e Modestus (Modesto), maestro, che erano segretamente cristiani e lo fecero battezzare all’insaputa del genitore, educandolo nel cristianesimo.
La denuncia del padre e la missione evangelica a Capo Egitarso
Quando Vito tornò in seno alla propria famiglia, il padre, accortosi della conversione del figlio, andò su tutte le furie e s’impegnò con ogni mezzo affinché abbandonasse la nuova fede e tornasse ad adorare gli dei. Alla fine, di fronte al suo convinto e reiterato diniego, lo denunciò a Valeriano, “praeses” (“preside”, magistrato, massima autorità cittadina, detentrice del potere civico) di Mazara, unitamente agli ex istitutori Crescenzia e Modesto. Valeriano li fece arrestare e tentò anch’egli di obbligarli a venerare gli dei, senza ottenere alcun risultato. Pareva ormai scontata la loro condanna a morte, ma i tre ebbero miracolosamente salva la vita, venendo fatti fuggire dal carcere cittadino con l’aiuto di un angelo inviato dal Signore. Secondo una tradizione accettata e riportata da tutti gli agiografi, i tre fuggirono insieme via mare su una barca a vela, approdando più a nord sulla stessa costa, nella località detta La Punta, in territorio di Capo Egitarso, presso l’abitato di Conturrana (oggi Capo San Vito, in località Monte Erice, vicino a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, regione Sicilia). Qui Vito, illuminato dallo Spirito Santo, non pago dei rischi corsi fino a quel momento, cominciò a predicare la parola di Dio tra la gente del luogo, operando anche diversi miracoli.
Alla corte di Diocleziano: il miracolo e l'origine del "Ballo di San Vito"
In nome di Dio guariva gli infermi di ogni tipo e scacciava gli spiriti immondi. Tuttavia, a dispetto dei numerosi eventi soprannaturali operati, la sua opera di evangelizzazione fu coronata da scarso successo e furono costretti ad abbandonare la zona. La tradizione popolare, infatti, tramanda che Vito non sia stato accolto benevolmente a Conturrana e che, pertanto, l'inesorabile ira divina si sia abbattuta sul villaggio stesso, seppellendolo completamente sotto una frana, non appena i tre profughi lo ebbero lasciato. Costretti ad allontanarsi ancora una volta, i tre pellegrinarono per un periodo in tutta la Sicilia, sempre dedicandosi all’evangelizzazione, per poi essere obbligati ad allontanarsi di nuovo via mare, sotto la guida celeste, giungendo sulla costa tirrenica meridionale della penisola italiana e precisamente nella regione e poi provincia imperiale della Campania Felix, dove sbarcarono presso la foce del fiume Sele. Durante questa peregrinazione - come ci tramanda la passio - la fama di Vito e dei suoi poteri taumaturgici non tardò ad arrivare a Roma, giungendo fino all’imperatore Diocleziano (regnante dal 284 al 305), che, seppur persecutore dei cristiani, lo convocò al suo cospetto nel Palazzo Imperiale, per chiedergli di guarire suo figlio che, secondo i sacerdoti pagani, era punito dagli dei con una grave malattia.
L'ingratitudine imperiale, la "Damnatio a bestias" e la caldaia di piombo
Odierni studi vorrebbero, al riguardo, che tale disturbo potesse essere frutto della malattia chiamata scientificamente “Corea di Sydenham” o “Chorea minor”, detta volgarmente, in seguito e proprio in suo ricordo, “Ballo di San Vito”. Vito si recò effettivamente nell’Urbe, dove, nel palazzo imperiale, implorò il Signore e, per sua intercessione, ottenne la guarigione immediata del figlio dell’imperatore. Diocleziano, però, fu ingrato e, mentre Vito era in viaggio di ritorno per il meridione della Penisola, anziché permettergli libertà di culto e ricompensarlo come aveva promesso, lo fece imprigionare assieme a Modesto e Crescenzia. I tre furono condannati alla terribile pena di morte detta “Damnatio a bestias”, che tradotta letteralmente significa “(condanna) alle bestie”, cioè a essere dati in pasto alle fiere affamate nelle arene gremite di popolo. Tuttavia, condotti nel più vicino anfiteatro per l’esecuzione della condanna, Vito e gli altri due miracolosamente sopravvissero, giacché le fameliche bestie selvatiche neanche osarono avvicinarli. Furono allora immersi in una caldaia di piombo fuso, dalla quale pure uscirono prodigiosamente illesi.
Il sacrificio supremo a Polignano e il sogno di Fiorenza nel Locus Marianus
Infine, verosimilmente il 15 giugno 304, Vito, Crescenzia e Modesto ottennero la palma del martirio, morendo nel supplizio detto “della catasta”, una tortura che macinava i corpi delle vittime, i quali furono abbandonati insepolti sul posto del martirio, individuato lungo la costa adriatica della Puglia, dove oggi sorge Polignano a Mare (in provincia di Bari, regione Puglia). Narra la passio che alcuni secoli dopo, una nobile e pia matrona di nome Fiorenza, nel mezzo di una forte tempesta che la colse mentre attraversava il fiume Sele, nella regione Campania, chiese aiuto a Dio che le inviò in soccorso proprio Vito, il quale la aiutò prontamente, indicandole poi il luogo dove erano sepolti i suoi resti e degli antichi precettori. La nobildonna, per ringraziarlo, decise di dare degna sepoltura a lui e ai suoi compagni, in un non meglio precisato e identificato “Locus Marianus”, come richiesto da Vito stesso. Fiorenza ordinò ai suoi uomini di fare ricerche per trovare questo misterioso luogo, senza alcun risultato. La donna ormai rassegnata decise di seppellire i tre corpi lì dove li aveva trovati, ma, qualche tempo dopo, secondo la tradizione, il fratello di Fiorenza si ammalò e lei chiese ancora aiuto a Dio per l sua guarigione. Apparsole in sogno Vito, le disse che avrebbe guarito suo fratello se lei avesse seppellito lui, Modesto e Crescenzia nel predetto “Locus Marianus”. Destatasi dal sonno, Fiorenza constatò la perfetta e immediata guarigione del germano e, scoperse, per ispirazione divina, che il “Locus Marianus” si trovava in Puglia, presso il centro abitato chiamato Castrum Polymnianense (oggi proprio Polignano a Mare, provincia di Bari, regione Puglia).
Dalle incursioni ottomane al complesso benedettino: la custodia della memoria
Organizzata una piccola flotta, dopo una difficoltosa navigazione giunse nel porto di questa località della Puglia, dove la nobildonna ebbe cura di far costruire una chiesa in onore dei tre martiri e, acquistati alcuni poderi in loco, li donò ai frati Benedettini perché potessero vegliare per sempre sui tre giovani. La Basilica nata nel 900 fu distrutta nel 1300 dagli ottomani islamici e ricostruita quasi un secolo dopo dai veneziani, che furono però scacciati dal feudatario del luogo. Nel 1700 la basilica fu donata di nuovo all’Ordine Benedettino e destinata ad abbazia. Nell’abbazia, dedicata a San Vito Martire, è conservato ancora oggi il suo braccio nel reliquiario opera di un ignoto artigiano napoletano e un altro reliquiario di fattura napoletana contenente la Rotula di un ginocchio.
… Eleviamo la nostra lode al Signore per il dono dell’incrollabile testimonianza di San Vito. Che il suo coraggio, capace di restare saldo nella fede di fronte alle lusinghe del mondo e alle minacce dei potenti, sia di stimolo per la nostra vita quotidiana. San Vito ci insegni a non scendere a compromessi con la Verità e a custodire la grazia del Battesimo come il tesoro più prezioso. Per sua intercessione, il Signore ci conceda salute al corpo, pace allo spirito e la forza di annunciare il Vangelo con le opere.
Immagine: "San Vito martire", statua in legno rivestita di gesso e colla, dipinta a olio e oro, scolpita da ignoto artista intagliatore di ambito siciliano nella seconda metà del XVII secolo. L'opera si trova nella navata centrale della chiesa a lui dedicata, a Mascalucia (in provincia di Catania, nella regione Sicilia).
Roberto Moggi
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Oggi - 15 giugno 2026 - lunedì della XI settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa ricorda, tra i vari testimoni della fede, San Vito, martire.
La "Passio Sancti Viti" e l'infanzia a Mazara
Della vita di Vitus (Vito) - questo il suo nome in latino - tratta principalmente la “Passio Sancti Viti” (Passione di San Vito), principale fonte sulla sua vita, un testo agiografico redatto attorno al VII secolo. Tuttavia, essendo stato scritto oltre 300 anni dopo i fatti (l'epoca delle persecuzioni indette dall’imperatore Diocleziano, iniziate nel 303), risente fortemente di elementi leggendari e formule narrative tipiche del Medioevo, rendendolo storicamente poco attendibile per i dettagli biografici precisi. Vito nacque nel 286 circa a Mazarum, anche detta Mazara, prospera cittadina commerciale e porto marittimo sulla costa occidentale della Provincia Romana di Sicilia (oggi Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, nella regione Sicilia). La sua famiglia d’origine era ricca e di religione pagana. Suo padre Ila, rimasto vedovo, lo affidò a una coppia di precettori, Crescentia (Crescenzia), nutrice, e Modestus (Modesto), maestro, che erano segretamente cristiani e lo fecero battezzare all’insaputa del genitore, educandolo nel cristianesimo.
La denuncia del padre e la missione evangelica a Capo Egitarso
Quando Vito tornò in seno alla propria famiglia, il padre, accortosi della conversione del figlio, andò su tutte le furie e s’impegnò con ogni mezzo affinché abbandonasse la nuova fede e tornasse ad adorare gli dei. Alla fine, di fronte al suo convinto e reiterato diniego, lo denunciò a Valeriano, “praeses” (“preside”, magistrato, massima autorità cittadina, detentrice del potere civico) di Mazara, unitamente agli ex istitutori Crescenzia e Modesto. Valeriano li fece arrestare e tentò anch’egli di obbligarli a venerare gli dei, senza ottenere alcun risultato. Pareva ormai scontata la loro condanna a morte, ma i tre ebbero miracolosamente salva la vita, venendo fatti fuggire dal carcere cittadino con l’aiuto di un angelo inviato dal Signore. Secondo una tradizione accettata e riportata da tutti gli agiografi, i tre fuggirono insieme via mare su una barca a vela, approdando più a nord sulla stessa costa, nella località detta La Punta, in territorio di Capo Egitarso, presso l’abitato di Conturrana (oggi Capo San Vito, in località Monte Erice, vicino a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, regione Sicilia). Qui Vito, illuminato dallo Spirito Santo, non pago dei rischi corsi fino a quel momento, cominciò a predicare la parola di Dio tra la gente del luogo, operando anche diversi miracoli.
Alla corte di Diocleziano: il miracolo e l'origine del "Ballo di San Vito"
In nome di Dio guariva gli infermi di ogni tipo e scacciava gli spiriti immondi. Tuttavia, a dispetto dei numerosi eventi soprannaturali operati, la sua opera di evangelizzazione fu coronata da scarso successo e furono costretti ad abbandonare la zona. La tradizione popolare, infatti, tramanda che Vito non sia stato accolto benevolmente a Conturrana e che, pertanto, l'inesorabile ira divina si sia abbattuta sul villaggio stesso, seppellendolo completamente sotto una frana, non appena i tre profughi lo ebbero lasciato. Costretti ad allontanarsi ancora una volta, i tre pellegrinarono per un periodo in tutta la Sicilia, sempre dedicandosi all’evangelizzazione, per poi essere obbligati ad allontanarsi di nuovo via mare, sotto la guida celeste, giungendo sulla costa tirrenica meridionale della penisola italiana e precisamente nella regione e poi provincia imperiale della Campania Felix, dove sbarcarono presso la foce del fiume Sele. Durante questa peregrinazione - come ci tramanda la passio - la fama di Vito e dei suoi poteri taumaturgici non tardò ad arrivare a Roma, giungendo fino all’imperatore Diocleziano (regnante dal 284 al 305), che, seppur persecutore dei cristiani, lo convocò al suo cospetto nel Palazzo Imperiale, per chiedergli di guarire suo figlio che, secondo i sacerdoti pagani, era punito dagli dei con una grave malattia.
L'ingratitudine imperiale, la "Damnatio a bestias" e la caldaia di piombo
Odierni studi vorrebbero, al riguardo, che tale disturbo potesse essere frutto della malattia chiamata scientificamente “Corea di Sydenham” o “Chorea minor”, detta volgarmente, in seguito e proprio in suo ricordo, “Ballo di San Vito”. Vito si recò effettivamente nell’Urbe, dove, nel palazzo imperiale, implorò il Signore e, per sua intercessione, ottenne la guarigione immediata del figlio dell’imperatore. Diocleziano, però, fu ingrato e, mentre Vito era in viaggio di ritorno per il meridione della Penisola, anziché permettergli libertà di culto e ricompensarlo come aveva promesso, lo fece imprigionare assieme a Modesto e Crescenzia. I tre furono condannati alla terribile pena di morte detta “Damnatio a bestias”, che tradotta letteralmente significa “(condanna) alle bestie”, cioè a essere dati in pasto alle fiere affamate nelle arene gremite di popolo. Tuttavia, condotti nel più vicino anfiteatro per l’esecuzione della condanna, Vito e gli altri due miracolosamente sopravvissero, giacché le fameliche bestie selvatiche neanche osarono avvicinarli. Furono allora immersi in una caldaia di piombo fuso, dalla quale pure uscirono prodigiosamente illesi.
Il sacrificio supremo a Polignano e il sogno di Fiorenza nel Locus Marianus
Infine, verosimilmente il 15 giugno 304, Vito, Crescenzia e Modesto ottennero la palma del martirio, morendo nel supplizio detto “della catasta”, una tortura che macinava i corpi delle vittime, i quali furono abbandonati insepolti sul posto del martirio, individuato lungo la costa adriatica della Puglia, dove oggi sorge Polignano a Mare (in provincia di Bari, regione Puglia). Narra la passio che alcuni secoli dopo, una nobile e pia matrona di nome Fiorenza, nel mezzo di una forte tempesta che la colse mentre attraversava il fiume Sele, nella regione Campania, chiese aiuto a Dio che le inviò in soccorso proprio Vito, il quale la aiutò prontamente, indicandole poi il luogo dove erano sepolti i suoi resti e degli antichi precettori. La nobildonna, per ringraziarlo, decise di dare degna sepoltura a lui e ai suoi compagni, in un non meglio precisato e identificato “Locus Marianus”, come richiesto da Vito stesso. Fiorenza ordinò ai suoi uomini di fare ricerche per trovare questo misterioso luogo, senza alcun risultato. La donna ormai rassegnata decise di seppellire i tre corpi lì dove li aveva trovati, ma, qualche tempo dopo, secondo la tradizione, il fratello di Fiorenza si ammalò e lei chiese ancora aiuto a Dio per l sua guarigione. Apparsole in sogno Vito, le disse che avrebbe guarito suo fratello se lei avesse seppellito lui, Modesto e Crescenzia nel predetto “Locus Marianus”. Destatasi dal sonno, Fiorenza constatò la perfetta e immediata guarigione del germano e, scoperse, per ispirazione divina, che il “Locus Marianus” si trovava in Puglia, presso il centro abitato chiamato Castrum Polymnianense (oggi proprio Polignano a Mare, provincia di Bari, regione Puglia).
Dalle incursioni ottomane al complesso benedettino: la custodia della memoria
Organizzata una piccola flotta, dopo una difficoltosa navigazione giunse nel porto di questa località della Puglia, dove la nobildonna ebbe cura di far costruire una chiesa in onore dei tre martiri e, acquistati alcuni poderi in loco, li donò ai frati Benedettini perché potessero vegliare per sempre sui tre giovani. La Basilica nata nel 900 fu distrutta nel 1300 dagli ottomani islamici e ricostruita quasi un secolo dopo dai veneziani, che furono però scacciati dal feudatario del luogo. Nel 1700 la basilica fu donata di nuovo all’Ordine Benedettino e destinata ad abbazia. Nell’abbazia, dedicata a San Vito Martire, è conservato ancora oggi il suo braccio nel reliquiario opera di un ignoto artigiano napoletano e un altro reliquiario di fattura napoletana contenente la Rotula di un ginocchio.
… Eleviamo la nostra lode al Signore per il dono dell’incrollabile testimonianza di San Vito. Che il suo coraggio, capace di restare saldo nella fede di fronte alle lusinghe del mondo e alle minacce dei potenti, sia di stimolo per la nostra vita quotidiana. San Vito ci insegni a non scendere a compromessi con la Verità e a custodire la grazia del Battesimo come il tesoro più prezioso. Per sua intercessione, il Signore ci conceda salute al corpo, pace allo spirito e la forza di annunciare il Vangelo con le opere.
Immagine: "San Vito martire", statua in legno rivestita di gesso e colla, dipinta a olio e oro, scolpita da ignoto artista intagliatore di ambito siciliano nella seconda metà del XVII secolo. L'opera si trova nella navata centrale della chiesa a lui dedicata, a Mascalucia (in provincia di Catania, nella regione Sicilia).
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