San Romualdo, abate

IL RADICALE SILENZIO DI DIO: DALLO SPLENDORE DEL MONDO ALLA SOLITUDINE DELL’EREMO

Oggi - 19 giugno 2026 - venerdì della XI settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la memoria facoltativa di San Romualdo, abate.

All'ombra dell'Esarcato: le radici storiche di un'anima inquieta 

Romualdus (Romualdo) - questo il suo nome in latino, normalmente indicato con la specificazione “abate” o "di Camaldoli" - nacque verso il 952 a Ravenna, storica città a pochi chilometri dal mare adriatico, nel nord-est della penisola italiana, circondata da un vastissimo e intricato sistema di lagune, valli salmastre e paludi. Il centro abitato apparteneva formalmente al Regno d'Italia (“Regnum Italicum”) sottoposto al Sacro Romano Impero. Tuttavia, la città era di fatto autogovernata dal suo Arcivescovo, configurandosi come un vero e proprio principato ecclesiastico autonomo. Nel 952 la cattedra arcivescovile era occupata da Pietro IV. In quel periodo, gli arcivescovi ravennati esercitavano la piena autorità civile, giudiziaria e militare sulla città e sul territorio circostante (l'antico Esarcato). La Chiesa ravennate difendeva strenuamente i propri privilegi e la propria indipendenza sia dalle pretese centralistiche del Papa di Roma, Agapito II (morto nel 955) sia dalle ingerenze dirette del Re d'Italia Berengario II “d’'Ivrea” (sul trono dal 950 al 961), ponendosi come una "capitale morale" e una potenza territoriale autonoma (oggi capoluogo dell’omonima provincia nella regione Emilia-Romagna).

Il sangue e la grazia: la folgorazione sulla via di Classe

Figlio del ricco e dissoluto duca Sergio degli Onesti, alla scuola del padre visse godendo la vita in ogni suo aspetto mondano, dedito ai vizi e compiendo parecchi peccati. Tuttavia, poiché la coscienza non gli dava pace, ogni tanto si proponeva di essere più buono, di comportarsi meglio e di essere fedele alla legge di Dio. Assillato dai sensi di colpa, sovente, durante le battute di caccia o semplicemente quando cavalcava, si soffermava in mezzo ai boschi tutto solo, meditando di vivere isolato in mezzo alla natura, pregando e servendo Dio come gli antichi eremiti. La tradizione agiografica (basata principalmente sulla “Vita Sancti Romualdi” scritta da San Pier Damiani intorno al 1057), attesta che un giorno suo padre sfidò a duello e uccise un parente per una questione di confini terrieri, alla sua presenza. Il trauma di Romualdo, che assistette alla scena, è storicamente il vero "punto di svolta" (la “Conversio”) della sua vita. Egli ne rimase così sconvolto ed ebbe talmente tanto orrore di quel delitto, di cui era persuaso d’essersi reso complice con la sua inerzia nel dividere i contendenti, che volle in qualche modo “espiare” con un ritiro di quaranta giorni di penitenza nel monastero benedettino di Sant'Apollinare in Classe, a cinque chilometri da Ravenna. Durante il soggiorno si trovò molto bene, ritrovò la pace e la tranquillità nella preghiera e nella contrizione, capendo d’essere tagliato per quella vita austera alla sequela di Cristo, al punto che, conquistato dai buoni esempi e saggi ammaestramenti dei frati, chiese e ottenne dall'abate di essere ammesso tra loro.

L'esilio del riformatore: dai complotti monastici ai confini d'Europa 

Così, verso il 972, a vent'anni, vestì il ruvido saio e abbracciò la Regola di San Benedetto in quel medesimo monastero, divenendo presto per tutta la comunità, un perfetto modello di pratica delle virtù. Questa sua rigida intransigenza nell’operare il bene e fare contrizione, però, urtò ben presto i monaci “più rilassati” e meno motivati, che addirittura congiurarono tra loro per ucciderlo. Accortosi provvidenzialmente di tale intenzione, fu costretto ad allontanarsi e, nel 975 circa, dopo tre anni di vita benedettina, si spostò più a nord, mettendosi sotto la guida di un eremita, tale Marino, isolato nelle selve dei dintorni di Venezia. Romualdo cresceva nella fede, ma non riusciva a “stare fermo” e a intrattenersi per molto tempo nello stesso luogo. Le sue peregrinazioni, infatti, furono continue. Verso il 978, accompagnò il suo maestro eremita Marino e Pietro Orseolo, ex-Doge della Repubblica di Venezia e futuro santo, nell’abbazia di San Michele de Cuxà o de Cuixà, nei territori della Guascogna ai piedi dei Pirenei, area di cultura vicina a quella catalana (oggi Francia sud-occidentale), diretta dal pio e letterato abate Guerrino, amico dell'Imperatore del Sacro Romano Impero Ottone III e di Gerberto d'Aurillac, futuro Papa Silvestro II. In seguito si ritirò col suo maestro in un luogo solitario presso la stessa abbazia, in cui visse nella pratica di un'estrema povertà e mortificazione personale, nella preghiera, nelle veglie e nella lettura della Sacra Scrittura e delle vite dei santi. 

Il deserto dell'anima: i dardi del maligno e il richiamo del sangue

Progrediva costantemente sulla via della santità e, pertanto, il demonio gli sferrò violentissimi attacchi, soprattutto richiamandogli alla memoria le ebbrezze della dissoluta vita passata in confronto di quella che gli faceva apparire come l'inutilità di quella presente. Poi, poiché Romualdo gli resisteva, sostenuto dalla preghiera e dalla dura penitenza, alimentandosi per un anno solamente con legumi, prese a percuoterlo crudelmente e a spaventarlo di notte, ma egli gli tenne testa riducendosi a mangiare una volta sola la settimana. Tuttavia, nel 994, Romualdo dovette abbandonare la sua solitudine, poiché suo padre - convertitosi ed entrato nella vita religiosa nel monastero San Severo di Classe, presso Ravenna - versava in imminente pericolo di vita. Si portò così sul posto e andò subito a trovarlo, avendo il tempo di salutarlo e confermarlo nella fede, prima che morisse poco dopo. Romualdo ritornò allora nel monastero di Sant'Apollinare in Classe, ove visse appartato in una cella isolata. Tuttavia Satana non gli dette pace, anzi, giunse a flagellarlo crudelmente per vendicarsi delle austere penitenze che faceva, tanto gradite al Signore. Nella spiritualità dell'XI secolo, il monaco-eremita era visto come un "atleta di Cristo" che combatte il demonio nel deserto (o nelle selve appenniniche). I suoi spostamenti continuarono e in seguito, non lontano dall’attuale cittadina di Bagno di Romagna, presso Forlì, Romualdo fece costruire un monastero in onore di San Michele, dove si stabilì con alcuni discepoli. Un giorno un ricco e pio marchese della zona gli fece dono di una considerevole somma di denaro e lui, invece di disporne a beneficio della propria comunità, la fece distribuire ai conventi più poveri del suo, causando il risentimento di alcuni suoi frati poco ligi all’amore di Dio. Siccome non sapevano abituarsi all’austerità che imponeva loro, prima lo percossero con verghe e poi lo obbligarono ad allontanarsi ancora una volta, episodio che evidenzia la drammatica resistenza che la sua riforma morale incontrava nei monasteri dell'epoca.

Tra Impero e Solitudine: la nascita del monachesimo riformato

Nel 998, si era dedicato a vita eremitica nell'eremo di Poreo, presso Ravenna, ma, attorno al 1001, l’imperatore Ottone III, che ne aveva grande stima, lo fece eleggere abate di Sant'Apollinare in Classe, andando a cercarlo egli stesso nel suo ritiro tra i boschi, per annunciargli la notizia, convincerlo ad accettare e accompagnarlo degnamente alla nuova sede. Per un anno Romualdo si sforzò di ristabilire nel monastero l'esatta osservanza della Regola, ma la sua vocazione era quella della solitudine con Dio e del rinnovamento della vita eremitica. Pertanto, quando vide che non riusciva a calmare il risentimento e la disobbedienza degli inquieti religiosi sobillati dal demonio, rimise la sua carica abbaziale nelle mani dell'arcivescovo di Ravenna e si ritirò nell’abbazia di Montecassino, nel Lazio meridionale (oggi in provincia di Frosinone). Contemporaneamente, approfittò della recuperata libertà d'azione per fondare o riformare, con alcuni tra i discepoli più devoti, monasteri in ogni parte d’Italia, a Parenzo, nell'Istria, ad esempio, dove soggiornò procurando d'instaurare la vita eremitica. Egli riprese, in occidente, l'esperienza antica della meditazione delle Scritture nel silenzio eremitico, associato però alla vita comune del monastero. Nel frattempo, egli non si limitò ala mera applicazione della Regola Benedettina, ma ne studiò e compose un'evoluzione, proponendo come modello, oltre al classico monastero benedettino, anche l'eremo tipico della spiritualità orientale. Mai domo nella sua opera di riformatore, girò per oltre trent'anni l'Europa predicando il suo stile di vita e agendo con grande energia, tanto che a lui sicuramente si deve la fondazione dei seguenti cenobi: l'abbazia di Val di Castro (presso Fabriano, in provincia di Ancona, regione Marche) fondata nel 1009, l'eremo-monastero di Fonte Avellana (presso Pesaro e Urbino, Marche) fondato nel 1012, il monastero di Camaldoli (presso Arezzo, Toscana), fondato sempre nel 1012 e, nel 1014, l'eremo di Sitria, presso Scheggia (oggi in provincia di Perugia, regione Umbria), al quale, dopo poco, volle aggiungere un piccolo monastero (cenobio) con chiesa, creando l'abbazia di Santa Maria di Sitria. 

Il Sacro Eremo: la duplice via della foresta e l'abbraccio con l'Eterno

Qui si stabilì e si sottopose a severi digiuni, nel silenzio, meditando le Sacre Scritture e attirando a sé una gran folla di penitenti che ammaestrava amorevolmente alla sequela di Cristo. Rimase in terra umbra quasi sette anni, gli ultimi prima di recarsi nel convento di Camaldoli, che aveva creato non con l'intenzione di farne il centro di un nuovo ordine religioso (come poi avvenne), ma per proporre a un piccolo gruppo di ferventi consacrati una vita più austera di quella vissuta nei monasteri benedettini del tempo. Le sue due case in Camaldoli, il sacro eremo e il monastero propriamente detto, immersi nella pace della foresta, rappresentarono da subito due dimensioni fondamentali dell’esperienza monastica, rispettivamente la solitudine (l’eremo) e la comunione (il convento). Qui la comunità monastica viveva nella ricerca di Dio, nella preghiera e nel lavoro, e si apriva alla condivisione con gli uomini e le donne del tempo soprattutto attraverso l’ospitalità. Il particolare fervore di questi eremiti fece sì che il monastero estendesse il suo influsso sopra un numero sempre più grande di case religiose. Romualdo, pieno d’acciacchi e prostrato dai digiuni, sentendo approssimarsi la morte, scelse di trasferirsi nell’amata solitudine di una celletta dell’abbazia San Salvatore di Val di Castro presso Fabriano (regione Marche), dove volò a Dio il 19 giugno 1027, senza che nessuno fosse presente alla sua morte. Subito dopo la sua dipartita terrena, i suoi monaci si costituirono in ordine a sé stante, detto “Congregazione Camaldolese dell'Ordine di San Benedetto”, istituto religioso maschile di diritto pontificio costituito da eremi e monasteri sui iuris, i cui religiosi sono detti “Camaldolesi”. Benedetto IX canonizzò Romualdo verso il 1032. Le sue reliquie sono venerate dal 1481 a Fabriano nella chiesa di San Biagio. 

... O Dio, che per mezzo di San Romualdo abate hai rinnovato nella tua Chiesa la via della solitudine e della penitenza, concedi anche a noi, sostenuti dal suo esempio e dalla sua intercessione, di rinnegare noi stessi per seguire Cristo fedelmente, così da giungere felicemente alle gioie della Tua gloria celeste. San Romualdo, intercedi per noi e custodisci nel silenzio orante i nostri cuori.

Immagine: "San Romualdo abate", olio su tela dipinto, tra il 1640 e il 1641 circa, dal pittore emiliano Giovanni Francesco Barbieri, universalmente noto come (Il) Guercino (1591-1666). L'opera si trova presso il Museo d'Arte di Ravenna (capoluogo dell'omonima provincia della regione Emilia-Romagna).
Roberto Moggi
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