San Massimo di Torino, vescovo

IL PASTORE DELLA PAROLA E IL DIFENSORE DELLA CITTA’

Oggi - 25 giugno 2026 - giovedì della XII settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa ricorda, tra i vari testimoni della fede, San Massimo di Torino, vescovo.

Le origini misteriose e la prima cattedra taurinense 

Di Maximus (Massimo) - questo il suo nome in latino - si conosce pochissimo. Nacque orientativamente nella seconda metà del IV secolo nella Provincia Romana della Raetia (Rezia), formata grosso modo dai territori alpini e subalpini adesso compresi, pressappoco, fra l'Alto Adige italiano, la Baviera meridionale tedesca, la Svizzera centro-meridionale e l'Austria occidentale. Non sappiamo se la famiglia d’origine fosse cristiana, ma, in ogni caso egli era incardinato nel clero della sua regione. Dal 398, fu chiamato a reggere come vescovo la diocesi della città di Julia Augusta Taurinorum, nel nord-ovest della Penisola Italiana (oggi Torino, capoluogo della regione Piemonte). Al momento della sua ordinazione episcopale, tale diocesi era stata da poco istituita dal vescovo e futuro santo Eusebio di Vercelli (283-371), di cui era discepolo, quale membro del cenobio di stampo monastico fondato dal medesimo. Vale la pena ricordare, al riguardo, che l'erezione a diocesi autonoma di Torino avvenne per distacco da Vercelli sotto l'impulso di Sant'Ambrogio di Milano. Massimo, pertanto, fu probabilmente il primo vescovo di Torino e, infatti, non è storicamente accertata la presenza di suoi eventuali predecessori, anche se una tradizione lo vorrebbe succeduto nell’episcopato a un certo Vittore, pressoché sconosciuto. 

Tra predicazione evangelica, rigore civile e la tempesta delle invasioni

Fu un discreto scrittore, particolarmente bravo nella stesura di prediche e discorsi, oltre che per certi versi uno storico, relativamente alla sua epoca. I suoi testi ci danno, ad esempio, l’opportunità di scoprire i costumi e le condizioni di vita della popolazione della Provincia Romana “Liguria et Aemilia” o specificamente dei “Taurinenses” (torinesi e piemontesi odierni) ai tempi delle invasioni gotiche, avvenute nei primi anni del V secolo (401-403 e 405-406). In un passaggio del suo sermone contraddistinto dal numero 81 della raccolta, Massimo sostiene d’essere stato testimone del martirio dei Santi Alessandro, Sisinnio e Martirio, sacerdoti missionari in Rezia, probabilmente romani, avvenuto nel 397 nella zona dell'Anaunia (odierna Val di Non, in provincia di Trento, regione Trentino-Alto Adige). In un’altra sua omelia, è contenuta la descrizione della distruzione di Milano nel 452, operata dalle orde del re degli Unni Attila (dal 434 al 453). Tramandò poi la memoria dei primi martiri torinesi, limitandosi però, purtroppo, a citarne nel titolo i loro nomi: Ottavio, Avventore e Solutore, senza specificare nulla di più sul loro conto. Il sacerdote e storico cristiano Gennadius Massiliensis (Gennadio di Marsiglia), originario della città portuale di Massilia nel sud della Gallia (l’attuale Marsiglia nel meridione della Francia), nella sua opera “De viris illustribus” (“Degli uomini illustri”), ci presenta Massimo quale profondo conoscitore delle Sacre Scritture, forbito predicatore e autore di parecchie preziose opere che gli hanno meritato di essere considerato uno dei padri, sia pur minori, della Chiesa universale. La citazione dello storico Gennadio termina precisando che Massimo visse sotto i regni degli imperatori romani Teodosio I (regnante dal 379 al 395) e del figlio Onorio (dal 395 al 423), sopravvivendo ad entrambi. Massimo, in quel triste periodo storico che vide il crollo di tutte le autorità e istituzioni dell'impero romano, si sentiva pienamente autorizzato, in accordo con la propria coscienza, a esercitare in loro vece un vero e proprio potere di controllo sulla città, che sarebbe poi diventato sempre più ampio ed efficace, fino a supplire pienamente alla latitanza dei magistrati e delle istituzioni civili. In questo contesto, non solo si adoperò per rinsaldare nei fedeli l'amore tradizionale verso la “patria cittadina”, ma proclamò anche il preciso dovere di far fronte agli oneri fiscali, per quanto gravosi e sgraditi essi potessero essere. Massimo, inoltre, non va dimenticato, definiva i magistrati che fuggivano davanti ai barbari come "mercenari" che abbandonavano il gregge.

L'eredità letteraria, l'enigma cronologico e la memoria imperitura

Prese parte al Sinodo di Milano del 451, ove i vescovi dell'Italia settentrionale accettarono l'epistola dogmatica di papa Leone I, detto “Magno” (dal 440 al 461), futuro santo, che stabiliva la dottrina ortodossa dell'Incarnazione, contro le tesi dei Nestoriani [che prendono nome da Nestorio, patriarca di Costantinopoli (circa 381-451), la cui dottrina “affermava la totale separazione delle due nature del Cristo, quella divina e quella umana”]. Fra i diciannove Pastori firmatari, egli fu l'ottavo, per cui, essendo l'ordine determinato in base all'età, si deduce che avesse allora circa settant'anni. Secondo la tesi tradizionale, presenziò inoltre al Concilio di Roma del 465, quando aveva circa ottantacinque anni. In un documento di quest’ultimo incontro ecclesiale, la firma di Massimo segue immediatamente la firma di papa Ilario (dal 461 al 468), che sarebbe anch’egli divenuto santo, e, essendo come detto l’ordine di sottoscrizione determinato in base all’età, si può avere conferma che fosse parecchio anziano e, comunque, il più attempato dei quarantotto vescovi presenti. La poderosa mole di scritti tradizionalmente attribuitigli, costituisce indubbiamente un tesoro d’inestimabile interesse per gli storici della teologia. Nel 1784, il sacerdote Bruno Bruni (1714-1796), dopo anni di accurate ricerche in Italia e all'estero grazie anche alla collaborazione di numerosi studiosi, diede alle stampe a Roma il volume “Sancti Maximi episcopi Taurinensis opera omnia” (traducibile in “Tutte le opere di San Massimo vescovo di Torino”), che comprendeva ben sei trattati, centosedici sermoni e centodiciotto omelie, due delle quali di ringraziamento, per rammentare ai cristiani il dovere di lodare Dio quotidianamente, in particolar modo con l’ausilio dei Salmi, mattino e sera, prima e dopo i pasti. Famose inoltre le sue esortazioni a fare il segno della croce prima di compiere qualsiasi azione, per assicurarsi sempre una benedizione. Condannò apertamente coloro che vendevano in cambio di denaro il perdono dei peccati anziché prescrivere adeguate penitenze. Al tempo stesso egli è celebre per aver condannato i proprietari terrieri cristiani che tolleravano ancora l'idolatria e i riti pagani nei loro campi (come il culto degli alberi sacri o i banchetti rituali). Una grande fama di santità circondò il vescovo Massimo già in vita e la devozione popolare nei suoi confronti fu perpetuata dai fedeli anche dopo la sua morte. La storia non menziona più Massimo dopo il 465, per cui è legittimo supporre che sia morto attorno a quell’anno o non molto tempo dopo, anche se molti agiografi, però, ritengono che il suo decesso sia avvenuto già attorno al 420 ed altri al 423. Tuttavia, è bene evidenziare come la critica storica moderna (già a partire dagli studi di fine 1800) abbia distinto (“diviso”) il Nostro in un Massimo I (morto tra il 420 e il 423) ed un Massimo II (presente ai sinodi del 451 e 465). Con tutto ciò, il suo culto non incontrò purtroppo particolare fortuna nei secoli successivi, forse anche a causa della mancanza dei suoi resti mortali, solitamente centro della devozione popolare nei confronti di un santo. A Collegno (provincia di Torino, regione Piemonte) ancor’oggi sorge un’antica chiesa che porta il suo nome e ciò ha portato a supporre che essa avesse accolto per motivi ignoti la tomba di Massimo, anche se dopo vari scavi archeologici nulla è venuto alla luce. 

… Che San Massimo interceda per tutti noi, insegnandoci a fare di ogni nostra azione quotidiana, segnata dal sigillo della Croce, un perenne inno di lode al Padre.

Immagine: "San Massimo predica fuori della Cattedrale al popolo di Torino", bozzetto per il grande affresco eseguito all'interno della chiesa di San Massimo in Torino. Olio su tela realizzato, nel 1852, dal pittore torinese Francesco Gonin (1808-1889). L'opera si trova nell'Archivio Storico della città di Torino.
Roberto Moggi
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