San Giuseppe Cafasso, sacerdote

IL “SANTO DEGLI IMPICCATI”: CONFESSORE DEI CUORI E APOSTOLO DELLA MISERICORDIA

Oggi - 23 giugno 2026 - martedì della XII settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa ricorda, tra i vari testimoni della fede, San Giuseppe Cafasso, sacerdote.

Le radici terrene e la culla della santità astigiana

Giuseppe - questo il suo nome di battesimo - venne al mondo il 15 gennaio 1811 a Castelnuovo d’Asti, nel Piemonte parte del Regno di Sardegna [oggi Castelnuovo Don Bosco (in provincia di Asti, regione Piemonte), che porta questo nome in onore del concittadino San Giovanni Bosco (1815-1888), che vi nacque solo quattro anni dopo]. I suoi genitori, Giovanni Cafasso e Orsola Beltramo, non appartenevano al bracciantato povero o ai contadini nullatenenti. Erano proprietari di case e di appezzamenti di terreno a Castelnuovo d'Asti. La loro situazione economica era solida e definita "modesta" solo rispetto alla grande nobiltà o alla ricca borghesia urbana. In realtà, nel contesto rurale dell'epoca, godevano di una discreta agiatezza. La prova tangibile della loro stabilità economica sta nel fatto che poterono permettersi di mantenere Giuseppe agli studi secondari nel collegio statale di Chieri (in provincia di Torino) e poi nel seminario teologico diocesano della stessa città. All'epoca, far studiare un figlio in seminario richiedeva una retta e un corredo che le famiglie davvero povere non potevano assolutamente permettersi. Nelle sue biografie, emerge come la propria famiglia d’origine fosse caratterizzata da una fede profonda, da una severa moralità e da una grande carità vissuta. La madre, Orsola, era solita assistere i malati bisognosi del paese ed educò il piccolo Giuseppe a donare sempre ai poveri “per amor di Dio”, ponendo le basi per quella straordinaria sensibilità che lo renderà celebre a Torino come il “Padre dei carcerati e dei condannati a morte”. Era l’ultimo e unico maschio dei quattro figli della coppia (la prima morta precocemente), tra i quali la sorella Marianna divenne madre del Beato Giuseppe Allamano (1851-1926), futuro rettore del convitto e santuario della Consolata a Torino, e fondatore dell’Istituto Missioni della Consolata.

Il formatore del clero e il baluardo della fede nel Risorgimento 

Agli occhi dei suoi precettori, difficile era prevedere per lui un futuro brillante, giacché era piuttosto gracile e aveva un tono di voce sommesso. I biografi dell'epoca (tra cui lo stesso Don Bosco), invece, testimoniano che al Collegio di Chieri e in Seminario era un allievo eccellente, costantemente tra i primi della classe per profitto e condotta, nonostante la salute delicata. La difficoltà iniziale non era legata al rendimento, ma alla sua corporatura minuta, alla deviazione alla colonna vertebrale (era un po' curvo) e alla voce bassa, che facevano temere ai superiori che non avesse la forza fisica per fare il parroco. In ogni caso, ricevette l’ordinazione sacerdotale il 21 settembre 1833, nella chiesa dell’Arcivescovado di Torino. L’anno dopo ebbe il provvidenziale incontro con l’insigne moralista e teologo Don Luigi Guala (1775-1848), propugnatore della spiritualità di Sant’Ignazio di Loyola, il quale fondò il convitto ecclesiastico San Francesco d’Assisi, volto alla formazione del clero torinese, dove Giuseppe entrò nel 1834. Intanto in Piemonte iniziarono i moti risorgimentali e la Chiesa, già duramente perseguitata sotto Napoleone, si apprestava, dopo il regno del cattolico e amico della Chiesa re Carlo Alberto (1798-1849), salito al trono nel 1831, a ricevere feroci attacchi dal nuovo governo liberale e massonico. Giuseppe si distinse presto come padre spirituale, direttore di anime, consigliere di vita ascetica ed ecclesiastica e formatore di sacerdoti, che diventavano a loro volta formatori di altri preti, religiosi e laici, in una sorprendente ed efficace catena. Fu rettore per ventiquattro anni del convitto ecclesiastico di Torino, che nel 1870 mutò sede e da via San Francesco si trasferì al Santuario della Consolata. Le sue lezioni erano attraenti perché costruite sulle verità di Fede e sul sapiente bagaglio di conoscenze, ma anche pulsanti di documentazione raccolta dal vivo nel confessionale, al capezzale dei morenti, nelle missioni predicate al clero, al popolo e nelle carceri, luogo a lui molto caro. Uomo di sintesi e non di pedanti trattazioni, combatté il rigorismo. Voleva fare di ogni sacerdote un uomo di Dio splendente di castità, di scienza, di pietà, di prudenza, di carità. Assiduo alla preghiera, alle funzioni religiose, al confessionale e devoto di Maria Santissima, era abituato ad attingere forza dal Santo Sacrificio. Primo dovere del prete, diceva, era quello di essere santo per santificare. Fu confessore della Serva di Dio Marchesa Giulia Falletti di Barolo, nata Juliette Colbert de Maulévrier (1786-1864). Fra i tanti sacerdoti da lui formati, molti furono quelli che diventarono fondatori di pie opere caritatevoli o istituti e congregazioni religiose. Ricordiamo, uno fra tutti, il già accennato suo compaesano San Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Il "Prete della forca" e il trionfo della Grazia sul patibolo 

Tuttavia, operò soprattutto per la conversione dei peccatori della sua Torino, dedicando un’attenzione speciale ai carcerati e ai condannati a morte, dei quali ne accompagnò ben sessantotto alla forca, talmente convinto della loro salvezza spirituale, ottenuta per intercessione di Maria Santissima, alla quale era devotissimo, che li chiamava i suoi “Santi impiccati”. Aveva, infatti, l’ambizione di fare entrare tutti i condannati a morte, che assisteva nelle loro ultime ore di vita, subito in Paradiso, senza che passassero per il Purgatorio e per ottenere questo dedicava tutto sé stesso alla loro conversione. È proprio il caso di dire che, per quegli sventurati, fece più lui di mille leggi. Era assiduo frequentatore delle carceri, dette criminali o senatorie, tanto da rimanervi fino a tarda notte e a volte tutta la notte in compagnia dei condannati alla forca che dovevano essere giustiziati all’alba successiva. Portava loro sigari e tabacco da fiutare, al posto della calce che i carcerati raschiavano dai muri e annusavano per stordirsi; ma soprattutto accompagnava fino alla conversione ladri e assassini efferati. Erano lenti e tormentati pentimenti, altre volte, invece, si trattava di conversioni immediate, che avvenivano anche pochi istanti prima dell’impiccagione. Il “Prete della forca”, com’era chiamato dal popolo, usava immensa misericordia, possedendo un’intuizione prodigiosa dei cuori e trattava i suoi “Santi impiccati” come “galantuomini”, tanto che il colpevole sentiva così forte e vero il suo amore paterno e in esso l’Amore di Dio Padre, da piegarsi all’accettazione della propria sorte, alla conversione e a desiderare di morire per arrivare presto in Paradiso con Gesù, come il buon ladrone, crocefisso sul Calvario. Intanto le aspirazioni patriottiche del momento storico si ponevano in contrasto con le intenzioni giacobine e anticristiane. Clero e fedeli erano spinti a prendere posizioni estreme, ma Cafasso adottò una linea precisa: intransigente sulla dottrina e sui principi, schierato con la Chiesa e con il papa, ma ugualmente comprensivo con le anime e saggio moderatore nell’ordine pratico. Al clero piemontese raccomandò di non invischiarsi nelle questioni politiche, con esito talmente positivo che non si trovarono più sacerdoti seduti in Parlamento, ad approvare leggi filo monarchiche o pronti a professare l’errore dai pulpiti. Minato nel fisico, già piuttosto gracile a causa delle penitenze cui si sottoponeva e dalle fatiche del suo intenso apostolato, morì a Torino il 23 giugno 1860, a soli quarantanove anni. Qui fu seppellito all’interno del Santuario della Consolata, dove tuttora si trovano i suoi resti nella cappella a lui dedicata. Fu beatificato da papa Pio XI nel 1925, canonizzato da Pio XII il 22 giugno 1947 e l’anno dopo proclamato “Patrono delle carceri d’Italia”. Oggi è patrono dei carcerati e dei condannati a morte. Dotato di calma, accortezza e prudenza, fu soprattutto il grande nemico del peccato. 

… Che San Giuseppe Cafasso, che con infinita pazienza e paterna carità spalancò le porte del Paradiso persino ai cuori più induriti, interceda per ciascuno di noi. Che il suo esempio ci ottenga dal Signore una fede incrollabile nei momenti di prova, la grazia di una profonda conversione del cuore e la protezione materna di Maria Santissima, Consolata e Rifugio dei peccatori.

Immagine: "San Giuseppe Cafasso", pala d'altare ad olio su tela, dipinta, nel 1925, dal pittore piemontese Luigi Guglielmino (1885-1962). L'opera si trova nella Cappella dedicata al Santo (ove riposano i suoi resti) nel Santuario della Consolata di Torino.

 

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