I CAMPIONI DELLA VERITÀ: VITA MARTIRIO E GLORIA
Oggi - 22 giugno 2026 - lunedì della XII settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la memoria facoltativa di San Giovanni Fisher, vescovo, e di san Tommaso Moro, martiri.
Il sangue dei martiri e la tirannia della Corona
John (Giovanni) Fisher, vescovo della diocesi di Rochester nella contea del Kent, nell’allora Regno d’Inghilterra, e Thomas (Tommaso) More (spesso italianizzato in Moro), Gran Cancelliere del medesimo Regno, splendono come due dei più illustri testimoni della fede cattolica nella storia moderna. Essi furono accomunati da un identico, incrollabile destino: il coraggioso rifiuto di piegarsi alle pretese assolutistiche di re Enrico VIII Tudor, che sedette sul trono d'Inghilterra dal 1509 al 1547. La loro strenua difesa della verità evangelica e dell'unità della Chiesa costò a entrambi la vita. Vennero infatti condannati alla decapitazione e giustiziati a Tower Hill (la Collina della Torre), lo spiazzo situato appena fuori dalle mura della Torre di Londra. Giovanni Fisher salì al patibolo il 22 giugno 1535, mentre Tommaso Moro lo seguì pochi giorni dopo, il 6 luglio dello stesso anno. La Chiesa, riconoscendo l'unità del loro supremo sacrificio, li ha uniti per sempre nell'unica odierna memoria liturgica.
L'origine del conflitto: l'indissolubilità del matrimonio e il titolo tradito
Il drammatico conflitto che contrappose questi due grandi uomini alla Corona inglese scaturì dalla decisione di Enrico VIII di pretendere l'annullamento del suo legittimo matrimonio con la regina Caterina d'Aragona, che era stata al suo fianco dal 1509 al 1533. Il re desiderava ardentemente sposare Anna Bolena, un'ambiziosa nobildonna inglese che era stata dama d'onore della stessa regina Caterina. Di fronte al fermo rifiuto del papa, il sovrano promulgò nel 1534 il famigerato “Atto di Supremazia”, con il quale si dichiarava unilateralmente "Capo supremo in terra della Chiesa d'Inghilterra". Sia Fisher sia Moro si opposero fermamente al divorzio reale e al primato spirituale che il monarca avocava a sé stesso, ergendosi a baluardo dell'indissolubilità del sacramento matrimoniale e dell'autorità universale del romano pontefice. Le radici della crisi risalivano al 1525. Enrico VIII, tormentato dalla mancanza di un erede maschio che garantisse la continuità della dinastia Tudor, iniziò a mettere in discussione la validità delle sue nozze. Caterina d'Aragona era la vedova del fratello maggiore del re, Arturo, principe di Galles, morto nel 1502 a soli quindici anni e dopo appena pochi mesi di matrimonio. All'epoca della crisi, Enrico VIII godeva ancora di una solida fama di sovrano cattolico e difensore dell'ortodossia. Nel 1521, infatti, papa Leone X gli aveva conferito il titolo solenne di “Defensor Fidei” (Difensore della Fede) come riconoscimento per un'opera teologica da lui firmata a difesa dei sette sacramenti contro le tesi luterane. Con ironica incongruenza storica, questo titolo rimarrà coniato sulle monete britanniche fino ai giorni nostri, testimonianza visibile di un mandato spirituale profondamente tradito.
La solitudine del giusto e la resa del clero
Ben presto divenne evidente che l'assillo di Enrico VIII per la successione al trono si era trasformato in un'irrefrenabile passione per Anna Bolena. Quando papa Clemente VII si rifiutò definitivamente di assecondare le pretese regali dichiarando valido il vincolo con Caterina, il re scelse la via della ribellione aperta. Già nel 1527, il sovrano aveva consultato Giovanni Fisher, sperando di ottenere dal dotto vescovo di Rochester un parere teologico favorevole all'annullamento. Fisher, tuttavia, studiò a fondo la questione e rispose con fermezza, evidenziando che non sussisteva il minimo dubbio sulla validità del matrimonio con Caterina, dichiarandosi pronto a difendere tale verità di fronte a chiunque. L'eroica statura morale del Vescovo fu descritta mirabilmente nel 1529 dal segretario del cardinal Campeggio, legato pontificio a Londra, che scrisse di lui:
« Per non mettere in pericolo la sua anima, e per non essere sleale col re o mancare al dovere verso la verità in una materia così importante, egli dichiarò, affermò e dimostrò con ragioni probanti che il matrimonio del re e della regina non poteva essere sciolto da nessun potere umano o divino e per questo era disposto a dare la vita ».
Fisher non si limitò alle parole: compose diversi trattati in difesa della regina e della santità del vincolo nuziale. Gli altri vescovi inglesi, terrorizzati dall'ira del sovrano, lo ammonirono ripetutamente ripetendo il celebre monito biblico: “Indignatio regis mors est” (La collera del re è morte). Ma Fisher rimase irremovibile. Mentre il resto del clero inglese capitolava vilmente dinanzi alle pretese cesaropapiste del re con la drammatica "Sottomissione del clero" del 15 maggio 1532, l'episcopato britannico rinnegò l'obbedienza a Roma. L'indomani, il 16 maggio, Tommaso Moro comprese che lo scisma era ormai inevitabile e rassegnò le proprie dimissioni dalla carica di Gran Cancelliere, preferendo la povertà e l'isolamento al compromesso con la propria coscienza. Nel 1533 Enrico VIII celebrò le nozze con Anna Bolena e, l'anno successivo, il cosiddetto “Atto di Supremazia” sancì la frattura definitiva. Un solo vescovo in tutta l'Inghilterra rifiutò di prestare il giuramento scismatico: Giovanni Fisher. Per questo suo supremo atto di fedeltà a Cristo, il 13 aprile 1534 il pio pastore venne arrestato e rinchiuso nelle fredde e infami segrete della Torre di Londra. Durante i lunghi e durissimi mesi di prigionia, l'anziano prelato non smise di servire la Chiesa con la penna, componendo tre opere spirituali di altissimo valore, tra cui “A spiritual consolation” (Una consolazione spirituale), “The ways of perfect religion” (Le vie della perfetta religione) e un profondo trattato in latino sulla necessità della preghiera. Nel medesimo tragico giorno, il 13 aprile 1534, le porte della medesima prigione si spalancarono per trattenere anche Tommaso Moro.
La prigionia e il tradimento dei pastori
Durante i lunghi mesi di dura prigionia, che si protrasse fino al giugno del 1535, Enrico VIII proseguì con implacabile tenacia l’organizzazione di una chiesa nazionale interamente sottomessa alla Corona e recisa dalla comunione con Roma. Il sovrano tentò ripetutamente di piegare l'incrollabile volontà di Giovanni Fisher, inviando nella sua cella alcuni vescovi apostati affinché lo convincessero a cedere. Durante uno di questi drammatici colloqui, il Santo Vescovo non si lasciò lusingare, ma esortò con vigore i prelati a essere uniti «nel reprimere l’intrusione violenta ed illegale fatta ogni giorno contro la comune madre, la Chiesa di Cristo» piuttosto che nell’assecondarla. Fu proprio in quell'occasione che Fisher pronunciò una condanna storica che risuona nei secoli come un monito perenne:
« La fortezza è tradita da coloro stessi che dovrebbero difenderla! ».
Il 7 maggio 1535, il re inviò uno dei suoi più stretti consiglieri nel disperato tentativo di strappare un compromesso. Il santo Pastore, tuttavia, ribadì senza timore l'immutabile dottrina: «Secondo la legge di Dio, il re non è né può essere il Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra». Dinanzi a tale fermezza, Enrico VIII decise di affrettare i tempi della condanna. Quando papa Paolo III, nel disperato tentativo di proteggere l'anziano presule e intimorire il tiranno, elevò il vescovo di Rochester alla dignità di cardinale di Santa Romana Chiesa, il sovrano rispose con feroce sarcasmo. Alludendo all’imminente decapitazione, Enrico VIII dichiarò che il Papa poteva pure inviare a Londra la berretta rossa, ma essa non avrebbe trovato alcuna testa su cui posarsi.
La tristezza di Cristo e il sangue del martirio
Nelle tenebre della Torre di Londra, l'anziano porporato meditava sul desolante capovolgimento spirituale del suo amato Paese. Nel suo trattato sulla preghiera scrisse con immenso dolore:
« Guai a noi che siamo nati in questi tempi maledetti; tempi – e lo dico piangendo – in cui chiunque abbia il minimo zelo per la gloria di Dio sarà mosso al pianto vedendo che tutto va alla rovescia, il bell’ordine delle virtù è capovolto, la luce splendente della vita è estinta, e della Chiesa non è rimasto nulla se non palese iniquità e falsa santità. La luce del buon esempio è spenta in coloro che dovrebbero brillare come lucerne in tutto il mondo. Purtroppo da loro non viene alcuna luce, ma solo tenebre oscure e inganno pestilenziale per cui innumerevoli anime si perdono ».
Queste parole erano un severo atto d'accusa contro i vescovi inglesi che, preferendo i favori terreni alla fedeltà a Cristo, avevano cooperato all'apostasia nazionale con un silenzio colpevole.
Poco lontano da lui, nelle medesime ore, Tommaso Moro consumava la sua prigionia redigendo il «De tristitia Christi» (La tristezza di Cristo), una sublime meditazione sull'agonia di Gesù nell'Orto degli Ulivi, specchio della sua stessa passione interiore. Anch'egli, riflettendo sulla pusillanimità dei pastori che abbandonavano il gregge per paura, scrisse parole di fuoco:
« Se un vescovo è sopraffatto da uno stupido sonno che gli impedisce di compiere il suo dovere di pastore delle anime – come il capitano pauroso di una nave che, atterrito dalla tempesta, si nasconde e abbandona l’imbarcazione alle onde – io non esito a paragonare la sua tristezza a quella che conduce all’inferno. Anzi, la considero assai peggiore, poiché tale tristezza in questioni religiose sembra derivare da una mente che dispera dell’aiuto di Dio ».
La sentenza di morte per decapitazione contro Giovanni Fisher fu eseguita alle ore dieci del mattino del 22 giugno 1535. Per monito alla popolazione, la sua testa venne infissa su una picca ed esposta all’ingresso del Ponte di Londra fino al 6 luglio, quando venne gettata nel Tamigi per fare spazio a quella di Tommaso Moro, salito a sua volta al patibolo. Nella sua eroica autodifesa dinanzi ai giudici, Moro dichiarò apertamente che il vero motivo della sua condanna per tradimento era il suo rifiuto di avallare l'illecito annullamento del matrimonio regale.
Custodi dell'indissolubilità e monito per la storia
Giovanni Fisher e Tommaso Moro ricevettero così la palma di un glorioso martirio, passando dalle catene della prigione terrena ai gaudi della beatitudine eterna. Accanto a San Giovanni Battista, essi si ergono nella storia come i massimi testimoni dell'indissolubilità del matrimonio. Come solennemente proclamato da papa Pio XI nel 1935 in occasione della loro canonizzazione, essi offrirono la vita terrena perché non accettarono mai di desistere dall’illustrare, provare e difendere coraggiosamente la santità del casto connubio.
Lo scisma anglicano, dal punto di vista storico e teologico, trova la sua radice originaria in un divorzio umano anteposto alla legge divina. Se l’indissolubilità del matrimonio nuziale potesse essere revocata o negoziata da un potere umano, l'intero sacrificio di questi due giganti della fede perderebbe il suo significato originario. Il loro sangue versato rimane invece a testimoniare nei secoli che il matrimonio cristiano è istituito per diritto divino e che nessuno - al di fuori della Chiesa stessa, quando ne sussistano i requisiti - possiede il potere di scioglierlo.
La tragica capitolazione dell'episcopato inglese del XVI secolo dimostra come lo scisma anglicano non fu causato soltanto dalla furente malvagità di Enrico VIII, ma soprattutto dalla debolezza e dalla desistenza degli uomini di Chiesa. Fisher e Moro rimangono icone imperiture di una coscienza retta che non si piega allo spirito del mondo, capaci di testimoniare che la Verità non è negoziabile, nemmeno a prezzo della vita.
… Che San Giovanni Fisher e San Tommaso Moro intercedano dal Cielo per la Chiesa universale, affinché non manchino mai pastori santi e laici coraggiosi capaci di difendere la Verità evangelica con la stessa intrepida fortezza. Che il Signore ci conceda, guidati dal loro luminoso esempio, di camminare sempre a testa alta nella via della fedeltà a Cristo, custodendo una coscienza limpida e un amore incrollabile per la Santa Chiesa.
Immagine: "Martirio dei Santi Giovanni Fisher, Tommaso Moro e Margherita", fotografia in bianco e nero dell'affresco a tempera su intonaco murale dipinto, tra il 1866 e il 1888 circa, da ignoto autore di ambito romano. L'opera si trova sulla parete del matroneo della chiesa del Venerabile Collegio Inglese situato in via di Monserrato, a Roma.
Roberto Moggi
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