Si chiamava Lorenzo Perrone. Veniva da Fossano, in Piemonte, e non era un santo da immaginetta, né un eroe costruito dopo. Era un uomo ruvido, povero, taciturno, finito a lavorare vicino ad Auschwitz come muratore.
E proprio lì, dove ogni gesto umano sembrava proibito, Lorenzo fece la cosa più semplice e più pericolosa: condivise il cibo.
Ogni giorno, o quasi, riusciva a far arrivare a Levi una gavetta di zuppa. Non era solo nutrimento. In quel luogo, una zuppa poteva significare qualche ora in più di forza, un pensiero meno confuso, un corpo che non cedeva.
Ma Levi capì presto che il vero dono non era soltanto quello.
In mezzo alla macchina costruita per degradare l’uomo, Lorenzo gli ricordava che fuori da quel fango esisteva ancora un mondo giusto. Non con discorsi, non con proclami, non con grandi frasi. Con il gesto ostinato di chi vede un altro essere umano e decide di non voltarsi.
Dopo la guerra, Primo Levi non dimenticò quel nome. Scrisse di Lorenzo, lo ricordò, lo portò dentro come una prova fragile e immensa: anche nell’inferno, qualcuno poteva restare uomo.
La storia però non finì bene, come spesso accade ai salvatori silenziosi. Lorenzo Perrone sopravvisse alla guerra, ma non riuscì davvero a tornare intero. Morì nel 1952, a soli 48 anni, consumato dall’alcol e dalla povertà.
E qui la memoria fa male.
Perché tutti conoscono Primo Levi, giustamente. Ma pochi conoscono l’uomo che, con una gavetta di zuppa, contribuì a tenerlo vivo abbastanza da permettergli di raccontare al mondo ciò che aveva visto.
Non aveva uniforme.
Non aveva medaglie.
Aveva una scodella.
E forse, in certi giorni della storia, basta quella per salvare l’idea stessa di umanità.
Una zuppa passata di nascosto.
Un nome rimasto quasi nell’ombra.
Il bene, quando è vero, non fa rumore.
In breve:
— Lorenzo Perrone era un muratore piemontese che aiutò Primo Levi a Monowitz/Auschwitz III.
— Per mesi gli portò cibo, rischiando conseguenze gravissime.
— Levi lo ricordò come una delle ragioni per cui non dimenticò di essere ancora un uomo. (LO SAPEVI? ITALIA)
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Lorenzo Perrone sopravvisse di poco alla guerra, a causa delle sofferenze che patì.
Ma anche Primo Levi dette fine alla sua vita prima del previsto, ampliando uno scenario che è poco ricordato:
Quello rappresentato dagli innumerevoli scampati ai campi di concentramento che, oppressi com'erano da quei ricordi, si tolsero la vita successivamente, non riuscendo a goderla come avrebbero potuto.
Il fenomeno dei suicidi tra gli ex internati nei campi di concentramento riguarda la profonda e complessa "sindrome del sopravvissuto". Sebbene durante la prigionia nei lager il suicidio fosse relativamente raro a causa del totale annientamento psicofisico e della lotta quotidiana per la sopravvivenza, molti ex deportati scelsero di togliersi la vita a distanza di anni o decenni dalla liberazione.Il ritorno alla vita normale e l'elaborazione del trauma hanno spinto al suicidio diverse figure di spicco e migliaia di sopravvissuti, spesso schiacciati da un senso di colpa inspiegabile per essere sopravvissuti e dall'impossibilità di superare l'orrore vissuto.I casi più celebri di ex deportati morti suicidi includono:
Primo Levi (scrittore e chimico italiano, sopravvissuto ad Auschwitz,
Jean Améry (intellettuale e scrittore austriaco sopravvissuto ad Auschwitz e Buchenwald, morto a Salisburgo nel 1978).
Bruno Bettelheim (psicoanalista e scrittore statunitense, internato a Dachau e Buchenwald, morto nel 1990).
Tadeusz Borowski (scrittore polacco sopravvissuto ad Auschwitz, morto a Varsavia nel 1951)
Se non ricordo male, riguardo a tali suicidi per lo più rimasti sconosciuti, ne parla anche lo scrittore Erik Maria Rilke, in un suo libro.
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