San Pacomio, abate

PACOMIO “IL GRANDE”: IL PADRE DEL CENOBITISMO E LA VITA IN COMUNE

Oggi - 9 maggio 2026 - sabato della V settimana di Pasqua, la Chiesa ricorda, tra i vari testimoni della fede, San Pacomio, abate.


Le fonti

Di Pachómios o Pachómius (Pacomio) - questo il suo nome rispettivamente in greco (traslitterato nel nostro alfabeto) e in latino - indicato spesso con la specificazione di “Grande”, si conosce poco. Le scarne notizie che lo riguardano provengono per lo più dal testo “Vita prima graeca” (Prima vita greca), considerata dagli studiosi la più antica e importante biografia di San Pacomio giunta fino a noi in lingua ellenica. Il testo, generalmente datato intorno all'anno 390, è opera di un monaco pacomiano anonimo. Sebbene di madrelingua greca, l'autore conosceva anche il copto e viveva nel monastero della Metanoia, situato nei pressi di Alessandria d'Egitto. Egli stesso dichiara di non aver conosciuto personalmente Pacomio, ma di aver basato il suo racconto sulle testimonianze dirette di coloro che gli furono vicini. Altre notizie si trovano anche nell’opera “Vita Sancti Pachomii” (Vita di San Pacomio), una biografia che gli fu dedicata nel IV secolo da un autore ignoto.

Dalle legioni di Galerio alla luce della fede: la giovinezza e la conversione

Si ritiene normalmente che sia nato da una famiglia pagana, tra il 290 e il 292, nella Provincia Romana dell’Egitto, precisamente nella regione desertica della Tebaide Inferiore e probabilmente nella città di Isna (o Esneh), ma secondo altre fonti a Tebe che ne era il capoluogo (tutte località oggi nell’omonima repubblica dell’Africa settentrionale). Verso i ventuno anni, durante il regno dell’imperatore romano Galerio (dal 305 al 311), fu arruolato nell’esercito imperiale, forse forzatamente, come poteva accadere all’epoca in caso di emergenza per tumulti o ribellioni, prestando servizio nella medesima Provincia, probabilmente nella stessa Isna, dove ebbe i primi contatti con la comunità cristiana. Rimase subito affascinato dalla bontà e dall’amore che questi ultimi vicendevolmente si dimostravano, cominciando a frequentare segretamente le loro assemblee. Infine, all’inizio del 313, ormai maturo e saldo nella fede, si convertì al cristianesimo poco prima dell’entrata in vigore del cosiddetto “Editto di tolleranza” emesso dall’imperatore Costantino I (regnante dal 306 al 337), col quale si liberalizzava la religione cristiana. Il suo cambiamento di credo fu anche sostenuto - narra la tradizione - dalla solidarietà che nutriva nei confronti dei tanti validi commilitoni ingiustamente perseguitati per la loro fede in Gesù. 

La via del deserto e l'invenzione della Regola: la nascita del monachesimo comunitario

Nel 316, lasciato l’esercito, completò la sua istruzione religiosa a Seneset, sempre in Egitto, ricevendo il battesimo. Poi, sotto la direzione spirituale dell'anacoreta Palámone (o Palémone), monaco molto conosciuto in quel periodo, si ritirò dal mondo come eremita nel deserto della Tebaide e seguì una rigorosa dottrina ascetica, vivendo in assoluta povertà, praticando il digiuno e trascorrendo la notte in preghiera. La sua vita solitaria durò alcuni anni, durante i quali ebbe modo di valutare bene la forma di vita religiosa che aveva intrapreso e conoscerne i limiti, convincendosi che non fosse quella la spiritualità più adatta al suo temperamento, bensì quella cenobitica (ossia la vita religiosa in comune condotta da più persone). Pertanto, dopo circa sette anni, per divina ispirazione, cambiò tipo di vita religiosa, lasciando quella eremitica per quella monastica comunitaria. Nel 320, recatosi a Tabennesi, sulla riva del Nilo, forte del suo carisma, raccolse intorno a sé alcuni discepoli, che gradualmente aumentarono fino a raggiungere il centinaio. Per loro organizzò la vita in comune e fondò un monastero al quale diede una regola divenuta famosa, che aiutava i religiosi, specialmente quanti erano stati eremiti, a vivere in comune, regola che San Girolamo, nel 404, avrebbe fatto conoscere all'Occidente nella sua traduzione latina e alla quale s’ispireranno le principali istituzioni monastiche d’Oriente e Occidente. A Tabennesi, Pacomio divenne abate di quella che si può ben considerare la prima abbazia, ove era definito “Padre dei Monaci”. Appena il loro numero crebbe, raggiungendo quello di circa milletrecento, fondò altri cenobi. Quest’opera propagatrice, da lui iniziata, continuo anche dopo la sua morte. Rese l’anima a Dio nel monastero di Pbow (o pabau o Pebu) sempre in Egitto, tra il 346 e il 348, durante un'epidemia di peste. Egli è l’indiscusso fondatore del cenobitismo cristiano. 

… Per intercessione di San Pacomio, il Signore ci conceda la grazia di saper vivere la comunione fraterna con cuore umile e carità operosa, trovando nella preghiera e nel servizio vicendevole la via sicura verso il Suo Regno. Che l'esempio di questo “Padre dei Monaci” ci aiuti a edificare ogni giorno comunità di pace e di amore.
Immagine: "San Pacomio abate", fotografia in bianco e nero dell'affresco a tempera su intonaco murale dipinto, tra il 1828 ed il 1836 circa, dal pittore genovese Giuseppe Passano (1786-1849). L'opera si trova all'interno della Basilica di Santa Maria delle vigne, a Genova.
Roberto Moggi
Home page   ARGOMENTI

Commenti