IL SANTO DELLA GIOIA E L’APOSTOLO DI ROMA
Oggi - 26 maggio 2026 - martedì della VIII settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la memoria obbligatoria di San Filippo Neri, sacerdote.
Dalla Firenze dei Medici al convento di San Marco: le radici del “Pippo buono”
Filippo Romolo - questi i suoi nomi di battesimo (ma abitualmente chiamato solo col primo) - nacque il 21 luglio 1515 a Firenze, allora formalmente una repubblica (“de iure”), ma di fatto controllata dalla dinastia dei Medici. Questa potente e nobile casata era rientrata in città nel 1512 grazie alle armi spagnole, ponendo fine all'esperienza della vera repubblica. Nel 1515 il potere effettivo a Firenze era nelle mani di Lorenzo de' Medici, duca di Urbino (nipote del Magnifico), e la città era strettamente subordinata alle direttive papali di Roma, dove regnava papa Leone X (anch'egli un Medici). Filippo era il secondogenito dei quattro figli della famiglia Neri, originariamente agiata ma poi decaduta. Il padre, Francesco, era un notaio che, per mancanza di clienti, finì per dedicarsi all’alchimia, mentre la madre, Lucrezia da Mosciano, proveniva da una modesta famiglia rurale. Quando la mamma morì con il quarto figlio che stava partorendo, lasciandolo orfano in tenera età, il padre si risposò con una donna buona e pia, che instaurò, con lui e i suoi fratelli, un affettuoso rapporto. Fin da bambino, essendo molto sensibile e dal carattere gentile e amorevole, era chiamato abitualmente col vezzeggiativo di "Pippo buono”, che gli resterà per tutta la vita. Ricevette la prima istruzione direttamente dal padre, molto colto, che gli trasmise la passione per la lettura, al punto che, un po’ alla volta, giunse a costituire una biblioteca privata con molti volumi. La formazione religiosa la ebbe in città, nel convento Domenicano di San Marco. In quell'ambiente, respirò il clima spirituale del movimento instaurato dal focoso predicatore apocalittico Girolamo Savonarola (1452-1498), frate dell’Ordine dei Predicatori (Domenicani) oggi Servo di Dio, verso il quale nutrì grande devozione e affetto per tutta la vita, pur mantenendo distanza dai suoi metodi e dalle sue scelte spirituali.
Il rifiuto dei beni terreni e i primi passi nell'Urbe: la libertà dello spirito
Verso il 1533, appena diciottenne, su consiglio del genitore che desiderava offrirgli ogni maggiore possibilità di riuscita nella vita, Filippo si trasferì per un’esperienza lavorativa presso un lontano parente del padre, Romolo Neri, solitamente indicato come zio, commerciante benestante celibe e senza prole, nella di lui abitazione di San Germano, paesino del Lazio meridionale (oggi Cassino, in provincia di Frosinone, nella regione Lazio). Questi, aveva accolto Filippo con l'intenzione di avviarlo alla mercatura e di lasciargli in eredità tutta la sua cospicua fortuna economica. Proprio durante questo soggiorno, tuttavia, Filippo frequentò assiduamente la vicina Abbazia di Montecassino e visse una profonda crisi spirituale che lo spinse a rifiutare l'eredità del parente per trasferirsi, il successivo anno 1534, a Roma. Si spostò nell’Urbe probabilmente senza un motivo particolare o un progetto preciso, forse perché affascinato dalla grande capitale della cristianità, dove giunse con l'animo contrito del pellegrino penitente. Nella Città Eterna visse gli anni della giovinezza in modo austero e lieto al tempo stesso, tutto dedito al proprio spirito. Qui, la casa del concittadino fiorentino Galeotto Caccia, capo della locale dogana, gli offrì ospitalità e un frugale vitto, che lui ricambiava facendo da precettore ai figli. Lo studio lo attirava, tanto da frequentare lezioni di filosofia e teologia dai frati agostiniani e all’università della Sapienza, ma ben maggiore era l'attrazione che provava per la vita contemplativa, tanto forte da impedirgli persino di concentrarsi sugli argomenti delle lezioni. Questa spiritualità, tuttavia, la viveva nella libertà del laico che poteva scegliere, fuori dai “recinti” di un chiostro, i modi e i luoghi della propria preghiera, prediligendo ad esempio chiese solitarie, catacombe (memoria dei primi tempi della Chiesa apostolica) o il sagrato delle chiese durante le notti silenziose.
Il cuore dilatato dallo Spirito e la nascita dell'Oratorio
Coltivò per tutta la vita questo spirito di contemplazione, alimentato anche da fenomeni straordinari che il Cielo gli concedeva. Tra questi, uno tra i più significativi fu quello avvenuto nella Pentecoste del 1544, quando, all’interno delle catacombe di San Sebastiano sulla via Appia Antica, dove si era recato e intrattenuto per tutta una notte d’intensa preghiera, ebbe la grazia di ricevere in forma sensibile il dono dello Spirito Santo, che - come lui stesso ebbe a dire - “dilatò il suo cuore”, infiammandolo di un fuoco invisibile che gli arderà nel petto fino al termine dei suoi giorni. Questa intensissima esistenza mistica si sposava con un’altrettanto vigorosa quanto discreta attività di concreto esercizio della carità, nei confronti di qualunque bisognoso gli capitasse di incontrare nelle piazze e nelle vie di Roma. Oltre a prestare servizio volontario presso il centralissimo ospedale San Giacomo in Augusta, detto “degli Incurabili”, partecipava attivamente all’attività di alcune confraternite, tra le quali, in modo speciale, quella della Trinità dei Pellegrini, di cui egli fu forse il fondatore e sicuramente il principale artefice, insieme al suo confessore Padre Persiano Rosa. A quest'ultimo Filippo affidò la cura della propria anima, ed è sotto la sua direzione spirituale che maturò lentamente la chiamata alla vita sacerdotale. Intraprese così i necessari studi e, il 23 maggio 1551, a trentasei anni, nella chiesa parrocchiale di San Tommaso in Parione, fu ordinato sacerdote. Filippo continuò da presbitero l'intensa vita di servizio ai fratelli che già lo aveva caratterizzato da laico. Andò ad abitare nella “Casa di San Girolamo”, sede della Confraternita della Carità, che ospitava a pigione un certo numero di sacerdoti secolari, dotati di ottimo spirito evangelico, i quali attendevano all’annessa chiesa. Qui il suo principale ministero divenne l'esercizio della confessione e fu proprio con i suoi penitenti che Filippo iniziò, nella semplicità della sua piccola camera, quegli incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, che costituirono l'anima e il metodo di quel rivoluzionario luogo d’incontro, socializzazione e preghiera che assunse il nome di “Oratorio” (termine che indicava in origine uno spazio in cui si riunivano i membri di una confraternita o di una comunità religiosa per pregare, in latino “orare”).
La Chiesa Nuova e l'eredità eterna del Santo di tutta Roma
Ben presto la sua cameretta non bastò al numero crescente di “pazienti spirituali” a cui si dedicava, Filippo fece allora radunare i suoi discepoli, da tutti chiamati ormai "Quelli della Carità", in un locale situato sopra la navata dell’attigua chiesa, prima destinato a conservare il grano che i confratelli distribuivano ai poveri. Tra i discepoli del santo, alcuni - ricordiamo tra tutti i futuri cardinali Cesare Baronio e Francesco Maria Tarugi, oggi entrambi Venerabili - maturarono la vocazione sacerdotale proprio perché innamorati del suo metodo e della sua azione pastorale. Nacque così, senza un progetto preordinato, la "Congregazione dell'Oratorio", una comunità di preti che nell'Oratorio avevano non solo il centro della loro vita spirituale, ma anche il più fecondo campo di apostolato. In seguito, con altri discepoli nel frattempo divenuti anch’essi sacerdoti, andò ad abitare nella canonica di San Giovanni dei Fiorentini, chiesa della comunità fiorentina di Roma, di cui Filippo aveva dovuto accettare la Rettoria per le pressioni dei suoi concittadini toscani. Qui iniziò, tra i presbiteri discepoli di Filippo, quella semplice vita familiare, retta da poche regole essenziali, che divenne la culla di una futura Congregazione. Nel 1575 Papa Gregorio XIII affidò a Filippo ed ai suoi preti l’allora piccola e fatiscente chiesa di Santa Maria in Vallicella, a due passi da San Girolamo e da San Giovanni dei Fiorentini, erigendo al tempo stesso la "Congregatio presbyterorum saecularium de Oratorio" (Congregazione dei Presbiteri Secolari dell’Oratorio). Filippo, che continuò a vivere nell'amata cameretta di San Girolamo fino al 1583 e che si trasferì solo per obbedienza al Papa nella nuova residenza dei suoi preti, si dedicò con tutto l'impegno a ricostruire in dimensioni grandiose ed in bellezza la piccola chiesa della Vallicella. Qui trascorre gli ultimi dodici anni della sua vita. San Filippo Neri si spense durante le prime ore del 26 maggio 1595, all'età di ottant'anni, amato dai suoi e da tutta Roma. Nonostante sue reliquie siano attualmente sparse in moltissime chiese, le sue spoglie sono oggi venerate nella cappella lussuosa della Vallicella, a lui dedicata, dove furono trasferite nel maggio 1602, per volontà del patrizio Nero de' Neri. Fu canonizzato nel 1622.
… Che il signore ci conceda di saper custodire nel cuore la stessa santa allegrezza che guidò San filippo Neri, il "Pippo buono", nelle strade del mondo. Per sua intercessione, il Signore ci conceda la grazia di un cuore sempre aperto all'azione dello Spirito Santo, capace di dilatarsi nell'amore verso i fratelli più bisognosi e di ardere di quella carità mite, umile e gioiosa che riflette la bellezza del Paradiso.
Immagine: "La visione di San Filippo Neri", olio su tela dipinto in due momenti distinti: la prima stesura risale agli anni 1646-1647, mentre una modifica e aggiunta superiore venne eseguita dallo stesso autore nel 1662. Tela del pittore emiliano Giovanni Francesco Barbieri, detto "Il Guercino" (1591-1666). L'opera si trova all'interno della chiesa dedicata alla Madonna di Galliera, a Bologna (capoluogo dell'omonima provincia e della regione Emilia-Romagna).
Roberto Moggi
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Oggi - 26 maggio 2026 - martedì della VIII settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la memoria obbligatoria di San Filippo Neri, sacerdote.
Dalla Firenze dei Medici al convento di San Marco: le radici del “Pippo buono”
Filippo Romolo - questi i suoi nomi di battesimo (ma abitualmente chiamato solo col primo) - nacque il 21 luglio 1515 a Firenze, allora formalmente una repubblica (“de iure”), ma di fatto controllata dalla dinastia dei Medici. Questa potente e nobile casata era rientrata in città nel 1512 grazie alle armi spagnole, ponendo fine all'esperienza della vera repubblica. Nel 1515 il potere effettivo a Firenze era nelle mani di Lorenzo de' Medici, duca di Urbino (nipote del Magnifico), e la città era strettamente subordinata alle direttive papali di Roma, dove regnava papa Leone X (anch'egli un Medici). Filippo era il secondogenito dei quattro figli della famiglia Neri, originariamente agiata ma poi decaduta. Il padre, Francesco, era un notaio che, per mancanza di clienti, finì per dedicarsi all’alchimia, mentre la madre, Lucrezia da Mosciano, proveniva da una modesta famiglia rurale. Quando la mamma morì con il quarto figlio che stava partorendo, lasciandolo orfano in tenera età, il padre si risposò con una donna buona e pia, che instaurò, con lui e i suoi fratelli, un affettuoso rapporto. Fin da bambino, essendo molto sensibile e dal carattere gentile e amorevole, era chiamato abitualmente col vezzeggiativo di "Pippo buono”, che gli resterà per tutta la vita. Ricevette la prima istruzione direttamente dal padre, molto colto, che gli trasmise la passione per la lettura, al punto che, un po’ alla volta, giunse a costituire una biblioteca privata con molti volumi. La formazione religiosa la ebbe in città, nel convento Domenicano di San Marco. In quell'ambiente, respirò il clima spirituale del movimento instaurato dal focoso predicatore apocalittico Girolamo Savonarola (1452-1498), frate dell’Ordine dei Predicatori (Domenicani) oggi Servo di Dio, verso il quale nutrì grande devozione e affetto per tutta la vita, pur mantenendo distanza dai suoi metodi e dalle sue scelte spirituali.
Il rifiuto dei beni terreni e i primi passi nell'Urbe: la libertà dello spirito
Verso il 1533, appena diciottenne, su consiglio del genitore che desiderava offrirgli ogni maggiore possibilità di riuscita nella vita, Filippo si trasferì per un’esperienza lavorativa presso un lontano parente del padre, Romolo Neri, solitamente indicato come zio, commerciante benestante celibe e senza prole, nella di lui abitazione di San Germano, paesino del Lazio meridionale (oggi Cassino, in provincia di Frosinone, nella regione Lazio). Questi, aveva accolto Filippo con l'intenzione di avviarlo alla mercatura e di lasciargli in eredità tutta la sua cospicua fortuna economica. Proprio durante questo soggiorno, tuttavia, Filippo frequentò assiduamente la vicina Abbazia di Montecassino e visse una profonda crisi spirituale che lo spinse a rifiutare l'eredità del parente per trasferirsi, il successivo anno 1534, a Roma. Si spostò nell’Urbe probabilmente senza un motivo particolare o un progetto preciso, forse perché affascinato dalla grande capitale della cristianità, dove giunse con l'animo contrito del pellegrino penitente. Nella Città Eterna visse gli anni della giovinezza in modo austero e lieto al tempo stesso, tutto dedito al proprio spirito. Qui, la casa del concittadino fiorentino Galeotto Caccia, capo della locale dogana, gli offrì ospitalità e un frugale vitto, che lui ricambiava facendo da precettore ai figli. Lo studio lo attirava, tanto da frequentare lezioni di filosofia e teologia dai frati agostiniani e all’università della Sapienza, ma ben maggiore era l'attrazione che provava per la vita contemplativa, tanto forte da impedirgli persino di concentrarsi sugli argomenti delle lezioni. Questa spiritualità, tuttavia, la viveva nella libertà del laico che poteva scegliere, fuori dai “recinti” di un chiostro, i modi e i luoghi della propria preghiera, prediligendo ad esempio chiese solitarie, catacombe (memoria dei primi tempi della Chiesa apostolica) o il sagrato delle chiese durante le notti silenziose.
Il cuore dilatato dallo Spirito e la nascita dell'Oratorio
Coltivò per tutta la vita questo spirito di contemplazione, alimentato anche da fenomeni straordinari che il Cielo gli concedeva. Tra questi, uno tra i più significativi fu quello avvenuto nella Pentecoste del 1544, quando, all’interno delle catacombe di San Sebastiano sulla via Appia Antica, dove si era recato e intrattenuto per tutta una notte d’intensa preghiera, ebbe la grazia di ricevere in forma sensibile il dono dello Spirito Santo, che - come lui stesso ebbe a dire - “dilatò il suo cuore”, infiammandolo di un fuoco invisibile che gli arderà nel petto fino al termine dei suoi giorni. Questa intensissima esistenza mistica si sposava con un’altrettanto vigorosa quanto discreta attività di concreto esercizio della carità, nei confronti di qualunque bisognoso gli capitasse di incontrare nelle piazze e nelle vie di Roma. Oltre a prestare servizio volontario presso il centralissimo ospedale San Giacomo in Augusta, detto “degli Incurabili”, partecipava attivamente all’attività di alcune confraternite, tra le quali, in modo speciale, quella della Trinità dei Pellegrini, di cui egli fu forse il fondatore e sicuramente il principale artefice, insieme al suo confessore Padre Persiano Rosa. A quest'ultimo Filippo affidò la cura della propria anima, ed è sotto la sua direzione spirituale che maturò lentamente la chiamata alla vita sacerdotale. Intraprese così i necessari studi e, il 23 maggio 1551, a trentasei anni, nella chiesa parrocchiale di San Tommaso in Parione, fu ordinato sacerdote. Filippo continuò da presbitero l'intensa vita di servizio ai fratelli che già lo aveva caratterizzato da laico. Andò ad abitare nella “Casa di San Girolamo”, sede della Confraternita della Carità, che ospitava a pigione un certo numero di sacerdoti secolari, dotati di ottimo spirito evangelico, i quali attendevano all’annessa chiesa. Qui il suo principale ministero divenne l'esercizio della confessione e fu proprio con i suoi penitenti che Filippo iniziò, nella semplicità della sua piccola camera, quegli incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, che costituirono l'anima e il metodo di quel rivoluzionario luogo d’incontro, socializzazione e preghiera che assunse il nome di “Oratorio” (termine che indicava in origine uno spazio in cui si riunivano i membri di una confraternita o di una comunità religiosa per pregare, in latino “orare”).
La Chiesa Nuova e l'eredità eterna del Santo di tutta Roma
Ben presto la sua cameretta non bastò al numero crescente di “pazienti spirituali” a cui si dedicava, Filippo fece allora radunare i suoi discepoli, da tutti chiamati ormai "Quelli della Carità", in un locale situato sopra la navata dell’attigua chiesa, prima destinato a conservare il grano che i confratelli distribuivano ai poveri. Tra i discepoli del santo, alcuni - ricordiamo tra tutti i futuri cardinali Cesare Baronio e Francesco Maria Tarugi, oggi entrambi Venerabili - maturarono la vocazione sacerdotale proprio perché innamorati del suo metodo e della sua azione pastorale. Nacque così, senza un progetto preordinato, la "Congregazione dell'Oratorio", una comunità di preti che nell'Oratorio avevano non solo il centro della loro vita spirituale, ma anche il più fecondo campo di apostolato. In seguito, con altri discepoli nel frattempo divenuti anch’essi sacerdoti, andò ad abitare nella canonica di San Giovanni dei Fiorentini, chiesa della comunità fiorentina di Roma, di cui Filippo aveva dovuto accettare la Rettoria per le pressioni dei suoi concittadini toscani. Qui iniziò, tra i presbiteri discepoli di Filippo, quella semplice vita familiare, retta da poche regole essenziali, che divenne la culla di una futura Congregazione. Nel 1575 Papa Gregorio XIII affidò a Filippo ed ai suoi preti l’allora piccola e fatiscente chiesa di Santa Maria in Vallicella, a due passi da San Girolamo e da San Giovanni dei Fiorentini, erigendo al tempo stesso la "Congregatio presbyterorum saecularium de Oratorio" (Congregazione dei Presbiteri Secolari dell’Oratorio). Filippo, che continuò a vivere nell'amata cameretta di San Girolamo fino al 1583 e che si trasferì solo per obbedienza al Papa nella nuova residenza dei suoi preti, si dedicò con tutto l'impegno a ricostruire in dimensioni grandiose ed in bellezza la piccola chiesa della Vallicella. Qui trascorre gli ultimi dodici anni della sua vita. San Filippo Neri si spense durante le prime ore del 26 maggio 1595, all'età di ottant'anni, amato dai suoi e da tutta Roma. Nonostante sue reliquie siano attualmente sparse in moltissime chiese, le sue spoglie sono oggi venerate nella cappella lussuosa della Vallicella, a lui dedicata, dove furono trasferite nel maggio 1602, per volontà del patrizio Nero de' Neri. Fu canonizzato nel 1622.
… Che il signore ci conceda di saper custodire nel cuore la stessa santa allegrezza che guidò San filippo Neri, il "Pippo buono", nelle strade del mondo. Per sua intercessione, il Signore ci conceda la grazia di un cuore sempre aperto all'azione dello Spirito Santo, capace di dilatarsi nell'amore verso i fratelli più bisognosi e di ardere di quella carità mite, umile e gioiosa che riflette la bellezza del Paradiso.
Immagine: "La visione di San Filippo Neri", olio su tela dipinto in due momenti distinti: la prima stesura risale agli anni 1646-1647, mentre una modifica e aggiunta superiore venne eseguita dallo stesso autore nel 1662. Tela del pittore emiliano Giovanni Francesco Barbieri, detto "Il Guercino" (1591-1666). L'opera si trova all'interno della chiesa dedicata alla Madonna di Galliera, a Bologna (capoluogo dell'omonima provincia e della regione Emilia-Romagna).
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