Non solo Venerdì, ma anche 17

Un Venerdì che, per alcuni di noi, si aggira intorno al numero 4174, almeno per chi è arrivato a tale cifra, rispetto a tutti quelli che non l'hanno raggiunta, con qualcuno che si chiede se sono stati più fortunati, i trapassati, per le condizioni in cui versa, in un'età che sperava molto migliore.
Il Venerdì, nei suoi molteplici aspetti, visto con timore dai superstiziosi, quando come oggi s'accompagna come data al 17, come già succedeva nell'antica Roma, col relativo numero romano XVII che, anagrammato in VIXI, dava origine a “ho vissuto” e che, in epigrafia, veniva inciso sulle tombe come formula funebre.
Associato poi al giorno della morte di Gesù, è motivato come giorno di lutto, di penitenza e di digiuno, nonché come giorno d'astensione da particolari impegni, come recita il proverbio: "Di Venere e di Marte, non si sposa, non si parte, né si da principio all'arte".
Ma anche come giorno accolto, ai giorni nostri, con la frase:
"Grazie al cielo, è Venerdì", che poteva venire in mente quando si era impegnati nell'attvità lavorativa e per quanto il lavoro potesse essere coinvolgente, per i fortunati che lo svolgevano in una tale prospettiva, e l'impegno si mostrasse soddisfacente, non solo per lo scopo remunerativo, ma anche per la gratificazione d'eseguirlo, spesso era accompagnato dal desiderio poco appagato del godimento degli affetti familiari, rimandato al fine settimana, al quale si prestava come felice preludio il Venerdì, giorno finale per molti degli usuali ed obbligati impegni.
Ma con il cambiare dei ritmi e dei ruoli impersonati nella vita, la frase accennata è stata sostituita da "Perbacco, è già Venerdì",  per gli scherzi che fa il tempo, ad una certa età, per la velocità che sembra avere,  rispetto a quando sembrava che non passasse mai. 
L'anzianità si pone come un ostacolo, che impedisce di saper variare le giornate, come accadeva in gioventù, quando l'improvvisazione era la norma, appena se ne presentava la possibilità, con la vita che si riduce a un tran tran quotidiano, che risulta spesso sofferto e deludente.
Nella fase nascente della vita, con la freschezza della gioventù, la fantasia è vivace in ambizioni e desideri da soddisfare in un futuro che, pur misterioso, è pieno di speranze, a cui subentra l'esperienza del vissuto, che ci ha mostrato quanti desideri si sono trasformati in utopie, facendo venir meno quell'estro che concorreva a farci vivere. Ma l'abbandonarsi a una resa che non ci faccia più desiderare nulla, è come voler prendere congedo dalla realtà che stiamo trascorrendo, come pusillanimi guerrieri che rifuggono il combattimento e il ribellarsi a tale condizione, riappropriandoci di sogni mai vissuti, è uno sprone che ci aiuta ad affrontare la battaglia più cruenta della vita, come guerrieri mai domi, che non si aspettano impossibili vittorie, ma il puro piacere che si prova nel combattimento, in un vivere nel quale non vediamo più alcuna differenza tra la vita, la morte, i sogni e la realtà, che appaiono inscindibili, e l'eternità ci si mostra in tutto il suo splendore.
Riappropriamoci dei sogni, se li abbiamo abbandonati, facendo sì che l'eternità rappresenti la realtà del nostro vivere, amici e compartecipanti, nel percorso che facciamo insieme, sia nella realtà dell'esistenza, che nel virtuale nel quale c'incontriamo.
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