L’ULTIMO PAPA MARTIRE TRA LA FEDELTA’ AL DOGMA E L’ABBANDONO DEI ROMANI
Oggi - 13 aprile 2026 - lunedì della II settimana di Pasqua, la Chiesa celebra la memoria facoltativa di San Martino I, papa e martire (obbligatoria nella diocesi di Roma).
Da Tuder a Costantinopoli: il diplomatico eletto al Soglio
Della sua vita prima dell’elezione al Soglio Pontificio, si conosce pochissimo. Nacque verosimilmente sul finire del VI o all’inizio del VII secolo a Tuder, in Umbria, all’epoca parte del cosiddetto "Corridoio Bizantino", una striscia di territorio strategica che collegava Roma a Ravenna, permettendo all'Impero Romano d’Oriente di mantenere le comunicazioni tra le due loro capitali nella Penisola Italiana, nonostante l'espansione longobarda (oggi Todi, in provincia di Perugia, nella regione Umbria). Attratto dalla vita religiosa, intraprese i necessari studi e fu consacrato presbitero, raggiungendo presto incarichi di alta responsabilità, come quello di “Apocrisiarius” (“Apocrisiario del papa”), che era in epoca bizantina un alto rappresentante diplomatico, una sorta di ambasciatore. Sotto tale veste fu inviato dal pontefice Teodoro I (in carica dal 642 al 649) alla corte imperiale in Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, dov’era ovunque rispettato e tenuto in grande considerazione per saggezza e virtù. Tanto grande era il prestigio di cui universalmente godeva, che nel luglio 649, alla morte di Teodoro I, fu eletto al seggio papale con il nome di Martino I. Mostrò subito di possedere una forte tempra e un carattere risoluto, difendendo le prerogative della Chiesa fin dal primo momento, tanto che non attese il consenso alla propria nomina da parte dell’Imperatore bizantino Costante II (dal 641 al 668), secondo la prassi stabilita dall’Imperatore Giustiniano I “Il Grande”, che restò in vigore più di due secoli, dal 537 al 752. Una tale irregolarità rendeva giuridicamente illegale l'elezione, ma lui, forte dell’appoggio del clero e del popolo di Roma, che già da qualche tempo mostravano segni d’insofferenza nei confronti dell'autorità bizantina, agì in aperta sfida all'imperatore.
La sfida al Monotelismo e l'ira dell'imperatore
Uno dei suoi primissimi atti da pontefice, fu la coraggiosa convocazione del primo Concilio Lateranense, tenutosi nell’ottobre del 649 per condannare il “Monotelismo”, un’eresia che attribuiva a Cristo la sola volontà divina negandone la sussistenza con la volontà umana, minando perciò il senso di tutta l’economia della salvezza. Questa eresia, aveva dato vita a una controversia che durava da molti anni, tra Santa Sede da una parte e imperatore bizantino dall'altra, che la sosteneva spalleggiato dal patriarca di Costantinopoli. I vescovi riuniti nel concilio al Laterano stigmatizzarono gli errori del Monotelismo, denunciando come eretici sia l’editto chiamato in greco “Ekthesis” (“Esposizione della fede”), scritto dal patriarca di Costantinopoli Sergio I e promulgato nel 638 dall’imperatore bizantino Eraclio I; sia quello denominato “Typos” nella stessa lingua (letteralmente “Figura”, sottinteso “di Cristo”), emanato nel 648 da Costante II su impulso del patriarca Paolo II, con il quale l’imperatore proibiva ogni altra discussione sul Monotelismo. Siffatto divieto costituiva, invero, un attacco ai principi dogmatici fissati solennemente nel Concilio di Calcedonia del 451 e ignorava l’autorità del papa e la sua prerogativa di confermare nella fede tutta la Chiesa. L’imperatore reagì inviando a Roma l’esarca (alto dignitario dell'Impero bizantino) Olimpio, con l’ordine di costringere il pontefice e la Chiesa di Roma ad accettare il “Typos”. Papa Martino, però, non si lasciò intimorire e restò saldo nelle sue decisioni. Allora Olimpio, forte della sua importante carica e degli espliciti ordini scritti dell’imperatore di Costantinopoli, si rivolse all’esercito imperiale stanziato nell’Urbe per fare arrestare il pontefice, senza riuscire a ottenerlo, dato che esso era composto in massima parte da romani fedeli al papato. A questo punto, Olimpio progettò nientemeno che l’assassinio di papa Martino, ordinando a un suo fido scudiero di pugnalarlo in un giorno prestabilito, durante la Santa Messa che egli celebrava abitualmente nella basilica capitolina di Santa Maria Maggiore. Il sacrilego piano criminoso ebbe effettivamente attuazione, ma, all’atto di colpire il Santo Padre - riferisce il Liber Pontificalis - lo scudiero rimase prodigiosamente abbagliato da una luce fortissima e temporaneamente accecato, lasciando cadere la sua arma.
Dall'attentato a Santa Maria Maggiore alla deportazione
Martino rimase illeso, mentre Olimpio, convintosi che il suo antagonista fosse protetto da Dio, si pentì e cambiò atteggiamento, al punto che si ribellò all’imperatore e assunse il potere, con l’aiuto dell’esercito imperiale in Roma, nei territori bizantini della Penisola Italiana, che governò autonomamente mantenendo il titolo di esarca, dal 649 al 652, quando trovò la morte durante una spedizione militare in Sicilia. L’imperatore Costante II, preso atto del tradimento, inviò in Italia un nuovo esarca, Calliopa, questa volta a capo di un esercito, che riuscì a circondare con l’inganno il palazzo pontificio del Laterano. Il 15 giugno 653 vi catturò papa Martino, seriamente ammalato, e lo deportò a Costantinopoli. Arrivato nella capitale dell’Impero al termine di un viaggio estenuante, Martino fu prima detenuto in isolamento per tre mesi e poi condannato a morte dopo un solo giorno di processo, con l’ingiusta accusa di alto tradimento contro l’Impero. Ebbero l’ardire di spogliarlo degli abiti pontificali, metterlo in catene e riportarlo in carcere trascinandolo seminudo per le strade di Costantinopoli. Il locale patriarca Paolo II, anch’egli malato e ai suoi ultimi giorni terreni, mossosi a pietà per tanto oltraggioso e feroce accanimento, intercedette presso l’imperatore per l’antico avversario Martino, facendogli mutare la condanna a morte nell’esilio. Il Santo Padre, di cui si conservano diciassette lettere, passò altri quindici durissimi mesi di prigionia a Costantinopoli, ma rimase sempre saldissimo nella fede.
L'esilio in Crimea e il silenzio di Roma
Fu infine deportato nella lontana Cherson, centro principale dell’omonima regione nell’entroterra della Penisola di Crimea, vicino al Mar Nero (oggi territorio conteso tra Ucraina e Russia). Dall'esilio forzato, le ultime lettere di Martino I trasudano una profonda solitudine umana e spirituale. Ormai allo stremo delle forze, il papa espresse tutto il suo sconcerto per l'abbandono da parte della sua Chiesa nella sua epistola XVII, scritta nel 655 poco prima della morte avvenuta a settembre dello stesso anno: “Mi stupisco dell'indifferenza e della spietatezza di tutti coloro che un tempo mi appartenevano, sia dei miei vicini che dei miei parenti, che mi abbiano così completamente dimenticato da non voler sapere neppure se io sia ancora in vita”. Tradito dai romani, che avevano già eletto il suo successore Eugenio I (dal 654 al 657) mentre lui era ancora agonizzante, Martino chiuse i suoi giorni non solo come martire della fede, ma come un pastore lasciato morire nel silenzio da coloro che aveva guidato. Morì a Cherson tra gli stenti il 16 settembre 655. Fu sepolto nella chiesa della Madonna di Blachernae presso Cherson. Secondo la tradizione, la sua salma, oggetto di culto per i molti miracoli attribuiti alla sua intercessione, fu poi trasportata a Roma e sepolta forse nella centralissima chiesa di San Martino ai Monti (l’odierna Basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti), ma se ne sono perse le tracce. In effetti, si narra che le sue spoglie siano state portate dalla Crimea a Roma sotto il pontificato di Sergio II, nella metà del IX secolo, e deposte proprio nella basilica ai Monti. Tuttavia ci sono forti dubbi storici: Molti studiosi ritengono che questa traslazione non sia mai avvenuta o che sia poco documentata. Una tradizione concorrente sostiene addirittura che il corpo sia rimasto in quella remota regione del Ponto, dove Martino I fu inizialmente sepolto.
L’esempio di San Martino I, che non piegò la fede ai calcoli della politica né allo sconforto della solitudine, ci ottenga la grazia della fortezza. Che Dio ci conceda, sull'esempio del santo Pontefice, di restare saldi nella Verità anche quando il mondo tace e il cammino si fa faticoso, nel segno della fedeltà a Cristo.
Immagine: "San Martino I, papa e martire", statua lignea intagliata con effetto bronzeo, realizzata nel XVII secolo da anonimi intagliatori locali. L'opera si trova all'interno della navata del Tempio di Santa Maria della Consolazione, a Todi (in provincia di Perugia, regione Umbria).

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