Santa Francesca Romana, religiosa

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Oggi - ๐ŸŽ๐Ÿ— ๐ฆ๐š๐ซ๐ณ๐จ ๐Ÿ๐ŸŽ๐Ÿ๐Ÿ” - lunedรฌ della III settimana di Quaresima, la Chiesa ricorda ๐’๐š๐ง๐ญ๐š ๐…๐ซ๐š๐ง๐œ๐ž๐ฌ๐œ๐š ๐‘๐จ๐ฆ๐š๐ง๐š, ๐ซ๐ž๐ฅ๐ข๐ ๐ข๐จ๐ฌ๐š.
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Francesca era il suo nome di battesimo, mentre l’appellativo “Romana” fu una identificazione spontanea dei cittadini dell’Urbe ("la poverella di Roma") e dei biografi successivi, per distinguerla da altre sante omonime e sancire il suo legame indissolubile con la cittร . Di lei abbiamo una ricca agiografia, che comprende gli atti dei processi di canonizzazione; la vita scritta in latino dal sacerdote benedettino-olivetano Ippolito “di Roma” e, soprattutto, i “Tractati” (Trattati), scritti in volgare e latino tra il 1440 e il 1447, dal sacerdote Giovanni Mattiotti, rettore della Basilica Santa Maria in Trastevere a Roma, che ne fu il confessore negli ultimi undici anni di vita.
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Francesca nacque nel 1384, nel centrale rione Parione di Roma, allora capitale dello Stato della Chiesa, proprio mentre la cittร  viveva un periodo di grande instabilitร  istituzionale dovuto allo Scisma d'Occidente iniziato pochi anni prima, nel 1378. Il papa era tornato da Avignone da pochi anni e l'autoritร  pontificia sulla cittร  era spesso contestata dai poteri civili locali. Venne al mondo nella nobile famiglia Bussa de’ Buxis de' Leoni. Bambina saggia e piรน matura della media, diede presto segni di forte spiritualitร , mostrando il desiderio di consacrarsi a Dio e fantasticando grandi battaglie contro i diavoli, tanto da costruirsi nel giardino di casa una sorta di piccolo eremo, un luogo appartato dove si ritirava a pregare in solitudine. Tuttavia, ben diversi erano i piani dei genitori e, nel 1396, a soli dodici anni, secondo gli usi del tempo, fu data in sposa contro la sua volontร  a Lorenzo de’ Ponziani, ricco commerciante in bestiame e granaglie, oltre che possidente terriero, abitante nel quartiere romano di Trastevere, di nobile famiglia forse imparentata con l’allora regnante papa Bonifacio IX (dal 1389 al 1404). I Ponziani, infatti, erano nobili cosiddetti "di commercio" e di "di censo" (i cosiddetti “Bovattieri”), una classe emergente molto potente a Roma, il che giustificherebbe il legame con la cerchia di Bonifacio IX. Il sofferto matrimonio, la sua giovanissima etร  e la rinuncia forzata all’agognata vita religiosa, perรฒ, scatenarono in lei una violenta reazione nervosa, che la famiglia fronteggiรฒ con il ricorso alle “cure” di una sorta di “guaritrice”. La povera Francesca, che vi si oppose strenuamente e non ne ricavรฒ naturalmente alcun beneficio, ebbe invece la cura giusta attraverso una visione celeste che la tranquillizzรฒ, restituendole pace interiore e forza fisica. La tradizione identifica questa visione risolutrice con quella di Sant'Alessio, che le apparve per confortarla e confermarle che la sua via per servire Dio sarebbe passata per il matrimonio e non per il chiostro.
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Nella nuova casa coniugale, un bel palazzo nel rione Trastevere, trovรฒ aiuto e sostegno dalla cognata Vannozza, donna devota, sensibile e di grande caritร , che viveva con loro e che morirร  in odore di santitร . Le due donne trasformarono la loro ricca dimora in un punto di riferimento per i molti bisognosi della cittร , che non ne uscivano mai a mani vuote. La loro unione spirituale fu la vera scintilla delle attivitร  caritative della casa. Dal forzato matrimonio ebbe tre figli, Giovanni Battista (l'unico che le sopravvisse), Evangelista e Agnese (entrambi morti giovanissimi durante le epidemie di peste). Le giornate di Francesca erano sempre piene, facendo emergere ben presto, proprio nelle cose ordinarie di tutti i giorni, fatte con amore e offerte al Signore, la sua santitร . Non era legata alle mode e alle vanitร  esteriori, vestendo sempre di scuro, con abiti semplici e talvolta poveri, evitando quelli di seta o di stoffe preziose, cosรฌ come l’uso di scarpe dai tacchi alti (le cosiddette “pianelle” allora tanto in voga), di gioielli, cuffie e veli preziosi, oltre che senza curarsi eccessivamente dei capelli. Non era una donna “dell’apparire” ma “dell’essere”, non “del parlare” ma “del fare”. Cercava sempre di vivere il Vangelo nel quotidiano, trattava la servitรน con amorevolezza e pazienza, era accorta nell’amministrazione dei beni di famiglia riuscendo sempre a fare elemosina verso i poveri ed era affettuosa e attenta nell’educazione dei figli e nell’ascolto del marito, quando la sera le raccontava i problemi della propria professione di mercante. Inoltre, Francesca era anche donna di preghiera, come poche altre. Dopo tutte queste numerose diverse incombenze familiari, pur nella stanchezza, riusciva a consacrare una parte della sua lunga giornata a Dio, nella preghiera. Da questa traeva tutta la sua forza per le incombenze quotidiane e per l’instancabile azione caritativa che ormai si estendeva in tutta la cittร .
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Anche la sua generosa attivitร  verso gli ammalati dei vari ospedali romani era ovunque molto apprezzata. Visitava gli infermi quotidianamente, nei nosocomi, nelle case o per strada, preparando loro, con grande capacitร , sorprendenti ed efficacissimi unguenti e medicinali a base di erbe, con i quali curava efficacemente le malattie piรน diverse, mentre si era specializzata anche nell’assistenza al parto e nella cura delle patologie femminili. A suo carico non risultano "studi specifici" in senso accademico (all'epoca preclusi alle donne), ma Francesca possedeva una straordinaria conoscenza empirica delle erbe officinali e della medicina popolare, che univa alla preghiera. La sua "maestria" era frutto di esperienza e, secondo i devoti, di ispirazione divina. Nell’adempiere quotidianamente la sua opera meritoria, Francesca dovette affrontare anche molte e gravose difficoltร , ostacoli che le metteva in mezzo il maligno. Infatti, col crescere della sua trascendenza, i combattimenti contro i demoni sognati da ragazza si materializzarono potentemente, costringendola a una vera e propria battaglia spirituale. A Roma, intanto, arrivรฒ anche la guerra fratricida, portata dalle truppe del nobile Ladislao di Durazzo, del confinante Regno di Napoli, con il suo orribile seguito di violenza, miseria e disperazione, che in uno scontro procurรฒ a suo marito una brutta ferita e l’invaliditร  permanente. Francesca lo curรฒ con dedizione eroica per il resto della vita. Poco tempo dopo venne anche una terribile peste, che le strappรฒ via i due figli piรน piccoli: Evangelista morรฌ nel 1411 e Agnese nel 1413. รˆ proprio dopo la morte di Evangelista che si intensificarono le sue visioni (il figlio le apparve per annunciarle la morte della sorella e per presentarle l'angelo custode che l'avrebbe accompagnata visibilmente da quel momento). La Roma di quei giorni, saccheggiata e umiliata, trovรฒ in questa donna, ormai conosciuta da tutto il popolo, un modello di fede e una guida. Essa donรฒ con generositร  i suoi beni per sfamare gli affamati e curare i malati, arrivando, quando c’era bisogno, a mendicare per aiutare i bisognosi. S’impresse in quegli anni, nell’immaginario collettivo dei romani, la figura di “Ceccolella”, come lei era affettuosamente chiamata nella parlata romanesca, mentre percorreva sul suo umile asinello le strade della fame, sempre sorridente e generosa.
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Con l’esempio, la bontร , la pazienza, l’azione caritativa verso malati e bisognosi, e con le continue ma discrete esortazioni a vivere il Vangelo e gli insegnamenti di Cristo, Francesca finรฌ per conquistare al Signore un gruppo di donne della nobiltร  cittadina, che presero a seguirla. Cosรฌ, il 15 agosto 1425, unitamente a nove compagne, tutte esponenti di facoltose famiglie romane, con l’intento iniziale di creare a una confraternita di devozione, chiese di essere accolta col suo gruppo, quale oblata, nella famiglia religiosa del Monastero Benedettino Olivetano di Santa Maria Nova in Roma. Nell’attesa della deliberazione dell’abate generale della Congregazione, che prevedeva un lungo iter burocratico, il 25 marzo 1433, prese in affitto un'abitazione presso la Torre de' Specchi, nel rione Campitelli di Roma (oggi monastero omonimo), dove le sue compagne iniziarono a condurre vita comune nella preghiera e nel lavoro manuale, vivendo da eremite all'interno delle mura urbane, legate da promessa di stabilitร  e obbedienza, ma senza voti e senza clausura, mentre lei non tralasciava gli obblighi verso il coniuge e il figlio rimasto. Per costituire la sua comunitร  in modo ufficiale, Francesca si rivolse direttamente a papa Eugenio IV (dal 1431 al 1447), che, con lettera del 4 luglio 1433, concesse alle sue oblate il privilegio di condurre vita regolare, di eleggersi una presidentessa, l'esenzione dalla giurisdizione del parroco locale, di scegliersi liberamente un confessore e di accogliere altre donne. A questa collettivitร , Francesca diede degli ordinamenti che affermava esserle stati suggeriti dalla Madonna stessa. Morto il marito nel 1436, anche lei potรฉ raggiungere definitivamente le sue amiche nel monastero, dove fu eletta capo del gruppo, indicata con gli appellativi di "Donna Francesca" o "Ceccolella", con i quali era stata sempre chiamata dal popolo romano, che la considerava “una di loro”. La sua fedeltร  al sacramento del matrimonio, nonostante la vocazione religiosa, รจ uno dei pilastri della sua santitร .
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Trascorse gli ultimi quattro anni di vita nel convento, dedicandosi soprattutto a tre compiti: formare le sue discepole secondo le illuminazioni che Dio le donava, sostenerle con l’esempio nelle opere di misericordia alle quali erano chiamate e pregare per la fine delle divisioni all’interno della Chiesa. L'abate generale della Congregazione di Monte Oliveto, Battista da Poggibonsi, approvรฒ le oblate il 9 agosto 1439 e concesse loro un'ampia autonomia dai monaci. Francesca morรฌ l’anno dopo, il 9 marzo del 1440, a Palazzo Ponziani (la sua vecchia casa). Si era recata lรฌ per curare il figlio Giovanni Battista, malato, e non riuscรฌ piรน a tornare a Tor de' Specchi. Le sue ultime parole, riferite dal confessore Mattiotti, furono: "L'angelo ha finito il suo compito, mi chiama a seguirlo". Dopo il funerale, che fu un trionfo popolare, le sue spoglie vennero inumate nella cripta, sotto l’altare maggiore, della basilica romana di Santa Maria Nova al Foro, officiata dai monaci Benedettini Olivetani, oggi Basilica di Santa Francesca Romana, dove si trovano tuttora. L’edificio sacro le fu intitolato il 29 maggio 1608, al momento della sua canonizzazione da parte di papa Paolo V, ancora una volta con grande festa cittadina e numerosissima partecipazione di popolo. Da questo momento, il nome "Romana" divenne ufficiale e universale soprattutto per distinguerla dalle altre sante con il medesimo nome. La Santa รจ stata proclamata da Pio XI (nel 1925) patrona degli automobilisti, poichรฉ la leggenda narra che l'angelo la illuminasse con la sua luce durante i tragitti notturni, come un faro. Nel capitolo del 1947 le “Oblate di Tor de' Specchi” - come si chiamavano - stabilirono di costituirsi in Congregazione di suore e, come tali, furono approvate da papa San Giovanni XXIII nel 1958, assumendo la denominazione di “Congregazione delle Oblate di Tor de’ Specchi”, che in seguito saranno dette anche “Oblate di Santa Francesca Romana”.
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Roberto Moggi
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