Il 18 giugno 1492, un editto di Ferdinando il Cattolico impose che gli ebrei dovessero abbandonare la Sicilia entro tre mesi, pena la morte.
Gli ebrei erano presenti in Sicilia dai tempi biblici e la Trinacria era stata una delle terre più importanti per la diaspora iniziata nel 70 d.C. Fino al 1492, la percentuale di ebrei in Sicilia era superiore rispetto a quella di altre regioni europee o mediterranee, con numeri che oscillavano tra il 5% e il 50%, come a Marsala.
Gli ebrei avevano finanziato la guerra di Ferdinando contro i musulmani in Spagna, ma avevano anche sostenuto segretamente i governi islamici, che garantivano loro maggiore tolleranza rispetto ai governanti cattolici. Scoperto il doppio gioco, Ferdinando reagì con una severa vendetta.
Anche prima di questo, la vita degli ebrei in Sicilia si era deteriorata con l'avvento dei regnanti cattolici. Durante la Settimana Santa, le prediche di monaci domenicani e francescani incitavano la popolazione a vere e proprie "cacce all’ebreo", culminate in massacri come quello di Modica nel 1478, con circa 400 morti.
Gli ebrei, spesso odiati per la pratica del prestito di denaro, vedevano aumentare i proseliti tra i cristiani, attratti dalle loro attività economiche di successo. L’editto del 1492 obbligava gli ebrei a convertirsi al cristianesimo o a lasciare la Sicilia e la Spagna, vendendo i propri beni in fretta e a prezzi svantaggiosi.
Molti poveri emigrarono, mentre i più ricchi si convertirono formalmente. I migranti si diressero verso Napoli, il Nord Africa, Salonicco, le isole del Dodecaneso e la Turchia, dove il sultano ottomano inviò flotte per accoglierli, riconoscendo il loro valore economico.
Chi rimase spesso finse di essersi convertito, mantenendo segretamente la fede ebraica. Tuttavia, l’Inquisizione fu incaricata di scovare i giudeizzanti, insieme a eretici, negromanti e altre categorie considerate pericolose. Tra il 1500 e il 1782, furono condannate in Sicilia 6.211 persone, tra cui 2.098 giudeizzanti. I roghi contarono 473 ebrei bruciati vivi. La pratica della religione ebraica continuò clandestinamente per decenni, ma la comunità ebraica scomparve ufficialmente dalla Sicilia, sebbene restassero tracce nei cognomi, nei toponimi e nelle tradizioni.
L’espulsione degli ebrei danneggiò gravemente l’economia siciliana, poiché gestivano attività vitali come la concia delle pelli (Vizzini), la lavorazione del ferro e della seta, la coltivazione della canna da zucchero (Savoca) e la produzione di maioliche (Naso). La perdita delle loro competenze commerciali e bancarie devastò l’economia isolana per oltre tre secoli.
Nel XIX secolo, si registrò un ritorno della presenza ebraica in Sicilia, con l’arrivo di imprenditori tedeschi che fondarono industrie, come la "Società Anonima Fabbrica Chimica Italiana Goldenberg" a Palermo. Negli anni ’30, l’aumento della persecuzione in Europa portò nuovi ebrei sull’isola, ma la situazione cambiò con l’introduzione delle leggi razziali fasciste nel 1938.
Gli ebrei vennero censiti e sottoposti a restrizioni sempre più severe, che limitarono le loro libertà e li costrinsero a vivere in condizioni di discriminazione. Alcuni vennero internati o deportati nei campi di concentramento italiani e tedeschi.
Molti ebrei siciliani che si trovavano dopo lo sbarco degli alleati nel nord Italia trovarono la morte.
Tra gli ebrei siciliani assassinati nei campi figurano: Olga Castelli (1919, Palermo), Leo Colonna (1903, Palermo), Michel Fiorentino (1911, Casteldaccia), Salvador Leone (1909, Ventimiglia di Sicilia), Alessandro Rimini (1898, Palermo) e altri.
Dopo oltre cinque secoli, nel 2010 è stata fondata una comunità ebraica a Siracusa, con una sinagoga nel quartiere Tiche. Nel 2011, a Palermo, si è celebrato il primo Bar mitzvah ufficiale dopo il 1492. Oggi la comunità ebraica in Sicilia è in crescita, con una nuova vitalità che arricchisce l’identità dell’isola.
Fonti: yadvashem; itcsturzo; ilportaledelsud; wikipedia
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