Immortalità e reincarnazione, di Alexandra David-Néel

Alexandra David-Néel è nata a Parigi, il 24 Ottobre 1868,
da padre francese di estrazione ugonotta e da madre cattolica di origine scandinava. Scoprì Jules Verne da bambina e si ripromise di emulare i suoi eroi.
A quindici anni fuggì in Inghilterra. A diciassette anni, munita solo di un impermeabile e di una piccola edizione delle Massime di Epitteto raggiunse a piedi il San Gottardo e scoprì i laghi italiani e Milano, dove andò a riprenderla la madre.
Dopo aver fatto studi approfonditi di filosofia e di lingue
orientali, partì per il Tibet dove incominciò la sua iniziazione al Buddhismo e agli insegnamenti dei Mistici.
Visse in Estremo Oriente per più di trent’anni. Una mattina
disse a suo marito: “Parto per diciotto mesi!” Ritornò tredici
anni dopo...
A piedi e mendicando, dalla Cina alle Indie, attraversò tutto il Tibet, in seguito pubblicò diverse opere documentarie e filosofiche.
Tornò poi a stabilirsi in Francia con suo figlio adottivo, il
lama Yongden, morto a Digne nel Novembre 1955, mentre lei morì a Samten Dzong l’8 Settembre 1969 a centouno anni.
Rispettando le sue ultime volontà, le sue ceneri come quelle
del lama Yongden sono state trasportate in India e gettate nel Gange il 28 Febbraio 1973.

PREFAZIONE
Il vocabolario non è al riparo dai capricci della moda. Al
cune parole invecchiano, cessano di comparire nel linguaggio scritto e di farsi sentire nel linguaggio parlato, vengono dimenticate. Altre, al contrario, sono improvvisamente di moda.
Scrittori e oratori ne fanno deliberatamente un largo uso. Tra queste ultime c’è, attualmente, il termine “problema”. Occorre forse pensare che esso risponda a timori particolarmente vivi dei quali noi saremmo preda?
Un problema consiste in una questione che occorre risolve
re, apportandovi una soluzione. È, anche, un fatto contrario ai nostri desideri e la ricerca dei mezzi adatti a superare questo scomodo ostacolo per raggiungere lo scopo sperato.
Così, si sente parlare di problemi politici, economici, religiosi e così via, ma ce n’è uno che pur essendo poco spesso nominato, occupa una posizione di primo piano nelle nostre preoccupazioni conscie o inconscie e che si manifesta, sotto molte forme nella vita collettiva delle società come nella vita fisica e mentale di ciascuno di noi: il problema è quello dell’eternità.
L’idea di cessare di vivere è odiosa e terribilmente dolorosa
per tutti, infatti per basse che siano le collocazioni nella scala degli esseri viventi, essi con tutte le forze cercano di esistere il più a lungo possibile, indefinitamente e per sempre.
Il problema dell’eternità è intimamente legato a quello
dell’io.
Evidentemente, è l’idea che ci si fa della natura dell’io, il
modo in cui lo si raffigura mentalmente, che indica i concetti che verranno elaborati quanto i modelli da applicare.
Chiedete a una persona qualunque: “Speri di sopravvivere
dopo la morte, credi forse che sopravviverai? Ma che cos’è in realtà ciò di cui desideri la durata; che cos’è ciò che, secondo te, continuerà ad esistere dopo la tua morte?”
È probabile che il vostro interlocutore trovi queste domande assurde, o meglio, che molti di coloro a cui voi le porrete le giudichino tali. La risposta è semplice, no? “È la mia durata che io spero”, ovvero “sono Io che continuerò ad esistere”, risponderanno gli interpellati, seguendo le proprie convinzioni religiose o filosofiche.
“Quanto esisterai? — Chi sei, tu? — In che cosa consisti?
— Quando dici: il mio Io desidera sopravvivere: che cos’è l’io?”
Per la maggior parte degli Occidentali, sia che si attengano
alla definizione delle varie confessioni religiose: “L’uomo è
composto di un corpo materiale e di un’anima immortale” o ad analoghe definizioni che stabiliscano una divisione ben netta tra spirito e materia, è un dato di fatto. È il principio immateriale: l’anima che sopravvive mentre il corpo muore.
Non è molto diverso tra i popoli saturi di nozioni differenti
per quanto concerne la loro persona.
In ogni caso, tuttavia, i fatti impongono all’uomo la constatazione del carattere transitorio di tutto ciò che lo circonda, ma questa evidenza, che gli è penosa, non intacca il suo innato desiderio di immortalità. Egli si ostina, creando miti, dottrine e pratiche tese tutte a rassicurarlo, a confermarsi nella fede che più è connessa alla sua immortalità.
A questo proposito per essere complete le ricerche dovrebbero essere estese a tutti i popoli. Ma ciò va oltre le mie possibilità e oltre lo scopo di questo libro. Informazioni più dettagliate potranno essere raccolte dalle opere di studiosi delle differenti civiltà. Io mi limiterò ai territori che mi sono familiari: la Cina, il Tibet e l’india.
A. D. Neel

CINA
CAPITOLO PRIMO
Noi troviamo, in Cina, una dottrina che è, per eccellenza,
quella dell’immortalità: il Taoismo.
Ormai oggi il Taoismo non è che un miscuglio di credenze e
di pratiche prese a prestito dall’antica religione cinese e dal
Buddhismo popolare. Che cos’era il Taoismo filosofico in ori
gine, alcuni secoli avanti Cristo? (1) Si può pensare che avesse molti punti in comune con il Vedanta indiano.
Tuttavia, io non mi sono proposta di tracciare la storia del
Taoismo, ma di esaminare, qui, alcuni dei modi con cui gli
adepti del Taoismo o i Cinesi che gli sono più o meno simili
hanno prospettato il problema della sopravvivenza dell’uomo e la sua soluzione.
Per prima cosa vediamo come il Taoismo raffigura il mondo in cui è nato l’uomo.
Un vero inizio dell’universo,· un inizio assoluto, non è riconosciuto.
Il nostro mondo non è che un modo, una fase dell’“Esistenza in Sé stessi”: il Tao che nessuna parola può descrivere, che nessun pensiero può scalfire (2).
L’inizio del mondo è situato nel caos da cui tutto emerge in
cui tutto ritorna. Il caos è periodico; intervalli di durata inconcepibile separano il periodo in cui il mondo esiste da quelli in cui esso si disintegra.
Nel caos esiste un’energia latente: un “respiro”. L’espirazione, o soffio, crea tutto ciò che esiste.
Se non si teme di usare questa singolare fraseologia si può
dire che il mondo, proveniente dal caos, è stato “soffiato” nel vuoto.(3)
Queste energie — respiri, contenuti nel caos, si misero in
movimento. Si divisero, si combinarono, passarono da uno stato sottile ad uno stato di volta in volta più materiale.
I più sottili si sollevarono e formarono il cielo, i più pesanti
distesero in basso e formarono la terra. È di questi “respiri” inferiori che è fatto l’uomo.
Essi non sono inerti, hanno un loro proprio tipo di vitalità.
Ma ciò che veramente anima il corpo dell’uomo, è un soffio puro (senza contaminazioni) emanato direttamente dal Tao.
Inarcandosi, il soffio puro si mescola con gli elementi pesanti che costituiscono la sostanza pesante del corpo. È la separazione di questo superiore respiro dagli elementi pesanti che causa la morte.
Nessun elemento di cui è composto l’individuo è sostanzialmente immortale. L’uomo che aspira all’immortalità deve “costruirsela”. Il Taoismo non concepisce l’immortalità di un principio spirituale separato dal corpo fisico. Bisogna dunque cercare di rendere questo immortale affinché possa continuare a servire da habitat per lo spirito.
Una tale impresa è difficile ma gli antichi Tao-sse (4) crede
vano di poterlo fare esercitandosi costantemente.
Per i Cinesi taoisti e per molti Cinesi in generale, l’esistenza
di Immortali, uomini o donne, non è messa in dubbio.
Se è cosa rara al giorno d’oggi, sentire parlare di incontri
con Immortali, d’altra parte, fatti di questo genere sono spesso menzionati nelle opere degli autori antichi.
Vi sono descrizioni di lunghe peregrinazioni di virtuosi
Taoisti alla ricerca degli Immortali, mossi dal desiderio di essere istruiti, da loro, sulle verità trascendenti.
Questi pellegrini non erravano del tutto a caso. Gli Immortali, come gli dei, non vivono in regioni extraterrestri. Alcuni luoghi nelle montagne e alcune isole servono loro da dimore, se non permanenti, almeno occasionali. È là, che si recano coloro che desiderano incontrarli. Ci risulta che a volte ci riescano.
Tra le isole che si supponevano abitate da Immortali, tre
erano generalmente citate, ed erano P’ang-Tai, Fang-chang, e Ying-Tcheu; si diceva fossero situate al largo del golfo di Pe-cheli. Pareva dunque che fosse facile raggiungerle, tuttavia dalle cronache, sappiamo che gli aspiranti visitatori erano generalmente assaliti da tempeste e respinti in mare quando tentavano di sbarcare.
Di diverse spedizioni inviate durante il regno della dinastia
Tsinn, nessuna raggiunse il suo scopo, solamente i membri di una di queste dissero di avere intravisto le isole.
Abbiamo ancora altri resoconti di persone che affermavano
d’essere sbarcati in isole dove erano stati accolti da Immortali.
Tuttavia, si narra di molti incontri avvenuti con Immortali
all’interno del paese, nelle montagne, o anche tra la folla, nelle città. Anche gli Immortali, come i geni normalmente si aggirano sotto spoglie di individui qualsiasi e solamente coloro dotati di facoltà superiori di chiaroveggenza sanno riconoscerli.
Tra le innumerevoli storie che si riferiscono alla ricerca
dell’elisir dell’Immortalità si può citare quella del Mago Lu e dell’imperatore Tche Huang Ti. Il fatto accadde verso l’anno 222 a.C. Esistono varie versioni di questa storia; noi riporteremo qui solo quanto riguarda la credenza nell’esistenza degli Immortali.
Dalle relazioni conservate negli annali cinesi emerge il fatto che questi Immortali erano considerati ora come uomini che erano riusciti a divenire Immortali, ora come geni Immortali di per sé.
Pare che il Mago Lu fosse stato il discepolo del celebre
Maestro Kào. Quest’ultimo era morto da vari secoli, ma molti credevano che non avesse fatto altro che scomparire e che, di venuto un Immortale, vivesse ancora in qualche parte nelle montagne.
Qualche Imperatore aveva anche più volte inviato degli
emissari per cercarlo.
Tra le altre dottrine, Kào professava che era possibile rendersi immortali spogliandosi del corpo come fanno alcuni in setti che si chiudono in un bozzolo. Non si sa come si potesse ottenere questo risultato. Tuttavia se queste informazioni non ci sono pervenute, ci è dato supporre che il Maestro non divulgasse istruzioni a questo scopo ai discepoli. Comunque sia, l'accesso all’immortalità è stato sempre attribuito soprattutto all'assunzione di alcuni speciali elisir.
Si citano casi eccezionali di uomini virtuosi o saggi a cui de
gli Immortali ne avevano fatto dono, ma generalmente la confezione di questo meraviglioso elisir era considerata come opera di maghi alchimisti.
Il Mago Lu disse all’imperatore: “È inutile che, i miei invia
ti ed io, ci si sforzi di incontrare degli Immortali da cui poter ottenere, per voi, la bevanda dell’immortalità: pare che spiriti malevoli (5) ci pongano degli ostacoli.
Per le regole della magia, occorre che l’imperatore resti invisibile affinché gli spiriti nemici non lo vedano e che perciò non possa venir loro in mente di contrariarne i progetti (6)”.
Seguendo il consiglio che gli era stato dato, l’imperatore si
chiuse nel suo palazzo. Qui, i cronisti cinesi si abbandonano a tutte le divagazioni possibili alla loro immaginazione. Per alcuni di loro l’imperatore possedeva un centinaio di palazzi eretti in mezzo a vasti giardini e, per potersi recare non visto, dall’uno all’altro di questi, Tche Huang Ti li fece collegare da gallerie. Racconti più oscuri ci parlano di un solo immenso palazzo costruito sul modello delle varie abitazioni degli Dei. Infine, versioni meno fantasiose ci presentano Tche Huang Ti come un accorto politico che ingannava il popolo facendogli credere che si dedicava a ricerche di alchimia, allorché, creduto
chiuso nel suo palazzo, percorreva il paese nascosto sotto false spoglie indagando su ciò che accadeva e sorvegliando le azioni dei suoi funzionari, senza farsi scrupolo, munito di queste informazioni, di sopprimere coloro che giudicava inclini ad ostacolare i suoi progetti e capaci di farlo efficacemente o, peggio ancora, di ordire complotti contro di lui.
A parte le storie riguardanti la ricerca degli Immortali, le
cronache cinesi ne contengono anche altre in cui vediamo l’uno o l’altro degli adepti del Taoismo favoriti dalla visita di un Immortale arrivato all’improvviso nella sua casa.
Da parte mia, ho conosciuto un Letterato taoista, uomo serissimo, introdotto per educazione, alle scienze moderne, e pertanto poco incline a lasciarsi andare a sogni fantasiosi che, tuttavia, considerava un Immortale il suo Maestro spirituale che soggiornava, di tanto in tanto, nei dintorni di Omishan (7) ove riceveva qualche discepolo.
Quanta possa essere stata, nel passato la fede nell’esistenza
degli Immortali e quale che possa essere la misura del persistere di questa fede nei tempi moderni, la questione dell’esistenza degli Immortali è sempre stata considerata un fatto eccezionale.
Ci rivolgeremo dunque verso concezioni più attuali riguardanti la sorte dei defunti.
Secondo i Taoisti, l’uomo contiene, nel proprio corpo, di
verse anime. Queste comprendono tre anime superiori: le
huen, e sette anime inferiori: le p’o.
Possiamo considerare queste anime come individualità che
godono di un’esistenza più o meno indipendente e che, benché costituite di una sostanza più sottile dei tessuti che formano il corpo, non sono però immateriali.
Alla morte dell’uomo, queste differenti anime si disperdo
no, senza cessare di esistere. Un’altra tesi dice che sia proprio questa dispersione la causa della morte.
A questo proposito le teorie sul destino delle anime uscenti
dal corpo che le ospitava sono molto diverse. Comunque, sono tutte concordi nel descrivere questa sorte come infausta.
Pochi ragguagli ci sono dati a proposito del diverso destino
che può seguire ciascuna delle tre anime superiori.
Da molti secoli, e senza fare distinzioni tra le tre huen, i Cinesi hanno creduto, in generale, che le anime della maggior parte dei morti discendessero nella regione sotterranea delle “Sorgenti Gialle” e ci si ritrovassero relegate. Era un luogo oscuro e lugubre, ma non un inferno.
La sofferenza che prova l’anima disincarnata è il rimpianto
del corpo da cui è stata separata. Malgrado essa non sia totalmente priva di un involucro quasi materiale, la mancanza di corpo fisico le crea una situazione di disagio. Essa aspira a provare le sensazioni che ha conosciuto quando era unita a un corpo; prova il bisogno di compiere gli atti che le erano abituali e non può fare nulla poiché le mancano le membra e gli organi necessari.
Per quanto tempo l’anima stava in questa misera condizione? — Le notizie a questo proposito non sono molto precise. È lo stesso per quanto riguarda la sorta delle anime inferiori, le p’o. Queste ultime si soffermavano, girando attorno alla tomba sotto la quale giaceva il corpo che esse avevano occupato, o frequentavano la casa dove questi era vissuto. Esasperate dalla situazione disagevole nella quale si trovavano, le si credeva facilmente irritabili e pronte a divenire malevole o anche veramente ostili ai viventi, prima di dissolversi.
L’anima superiore, più cosciente, trattenuta nel paese delle
Sorgenti Gialle, non poteva esistere indefinitamente separata da un corpo materiale. Si sforzava di procurarsene un altro per sostituire quello che aveva perduto e riprendere il suo posto tra i viventi. Congiunti e amici si affliggevano pensando alla sua angoscia, ma prima avevano cercato di dissuaderla a lasciare questo mondo.
Io ho visto, in piccoli villaggi cinesi, dove c’erano ancora
vecchie usanze, dei contadini salire sul tetto della propria casa, richiamando l’anima del proprio parente, il cui corpo era steso all’interno, aspettando il giorno dei funerali.
Un testo del III° secolo a.C. tradotto dal grande sinologo
Maspéro (8), e intitolato il Richiamo dell’Anima, esprime in
stile poetico, le credenze e i sentimenti che i Cinesi conservavano a proposito delle anime disincarnate:
“Oh anima, ritorna! Avendo lasciato il corpo abituale del
tuo signore, che fai nelle quattro direzioni?
Oh anima, ritorna! Non ti fidare della regione orientale!
L’Uomo Lungo di mille cubiti, sono le anime, che egli insegue.
I dieci soli si succedono; fondono i metalli, essi liquefano
le rocce. Essi, sono abituati a questo calore, ma l’anima
che vive là sarà liquefatta.
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Anima, ritorna! Non devi fidarti di quella regione!
Oh anima, ritorna! Nella regione meridionale non fermarti!
I Fronte Tatuati e i “Denti Neri” offrono carne umana in
sacrificio.
E con le ossa se ne fanno del brodo.
È il paese delle vipere, dei serpenti e dei pitoni di cento leghe.
L’idra maschio a nove teste va e viene, rapida e improvvisa.
E inghiottire gli uomini rallegra il suo cuore!
Oh anima, ritorna! Nella regione occidentale, vi sono pericolose le sabbie mobili, larghe mille leghe.
Se vorticosamente entri nella sorgente del Tuono, sarai polverizzato, non restare là!
Se per fortuna scappi, c’è là fuori uno sterile deserto,
Pieno di formiche rosse grosse come elefanti e nere vespe
come zucche.
I cinque cereali non vi nascono ma solamente erba; è quello che si mangia.
Questa terra essicca gli uomini; essi cercano acqua senza
trovarla.
Tu andrai errando qua e là senza trovare mai niente a cui
aggrapparti in questa immensità senza fine.
Ritorna, ritorna! Non voglio che tu vada da solo nella
sventura!
Oh anima, ritorna! Nella regione settentrionale, non devi
restare.
Il ghiaccio ammucchiato forma delle montagne, la neve che
vola copre mille leghe.
Ritorna, ritorna, non devi restare lì!
Oh anima, ritorna! Non sali in cielo?
Tigri e pantere fanno la guardia alle sue Nuove Porte; mordono e feriscono gli uomini di quaggiù.
Un uomo a nove teste taglia l’albero dai novemila rami
Lupi dagli occhi penetranti vanno e vengono
Lanciano gli uomini in aria e giocano con loro, poi li gettano in un profondo abisso.
Per obbedire agli ordini del Signore dell’Alto e, in seguito,
se ne vanno a dormire
Ritorna, ritorna! Non discendere alla buia dimora!
Il Conte Terra ha nove ripieghe, le sue corna sono accuminate
Muscoli spessi e unghie insanguinate egli insegue veloce,
veloce gli uomini
Ha tre occhi e una testa di tigre e il suo corpo è come quello
di un bue
Tutti questi mostri amano la carne umana
Ritorna, ritorna! Temo che tu vada nel pericolo”.
Dopo averla messa in guardia contro i rischi che l’attendono fuori, il poeta autore di questo testo, invita l’anima a entrare nel tempio funerario che la sua famiglia gli ha eretto e che gli servirà da dimora.
Ma come abbiamo bisogno di mangiare per sostenerci,
l’anima abitante il simulacro depositato in un tempio o in una stanza della casa familiare, deve essere nutrita. Essa lo sarà per mezzo delle offerte che le verranno fatte dai suoi discendenti.
Se questi la trascurano, o se la famiglia si estingue, l’anima soffre la fame e, senza dubbio, finirà per morire.
Si può intravvedere, nella cura di prolungare la vita post
mortem dei propri ascendenti, una manifestazione del desiderio, cosciente o meno che si prova per assicurarci l’eternità per mezzo dei propri discendenti.
Qualunque sia il modo in cui i Cinesi concepiscono la sopravvivenza dei loro congiunti, l’abitudine di “nutrire” costoro, in vista di questa sopravvivenza, è così ancorata in essi che i missionari cristiani hanno sempre trovato le più grandi difficoltà a far desistere i loro convertiti da queste abitudini. È indubbio che non abbiano mai smesso. Rinunciare a nutrire i propri familiari defunti colpirebbe troppo profondamente il loro senso di pietà filiale. Facendolo, la maggior parte dei Cinesi si sentirebbe colpevole di un attentato alla vita dell’oltretomba di coloro che li hanno amati: colpevoli di un delitto.
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Così per quanto possa essere la durata dell’esistenza di cuile anime — huen o p’o (9) — possono godere dopo la loro separazione dal corpo, non si tratta, per esse, di immortalità. Soltanto, la stretta unione con un corpo reso immortale, può procurarla loro.
Come fare per assicurarsi l’immortalità di questo corpo che tutto ci indica come già votato alla distruzione? — I metodi più accreditati sono vari nei loro dettagli ma sembrano dettati da una concezione pressappoco uniforme della natura del corpo.
I più autorevoli tra gli antichi autori taoisti descrivono il
corpo come una città simile a quelle cinesi, cioè circondata da mura attraversate da porte fiancheggiate da torri di guardia.
Questa città — il corpo — è occupata non soltanto dalle
anime di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti, ma da differenti dei e genti della loro corte. Le case di costoro sono situate lungo strade e viali di diverse larghezze con piazze e incroci. Queste abitazioni comprendono, sempre su modelli cinesi dei cortili, padiglioni, stanze ecc. Numerosi funzionari e servi stanno di guardia alle porte della città, assicurano i servizi amministrativi e si occupano dei vari bisogni che sorgono nella vita della città stessa.
Sotto il velo di questa bizzarra topografia, gli adepti iniziati
del Taoismo distinguono una descrizione dell’anatomia del
corpo e le diverse attività che si manifestano in esso dirigendone il funzionamento.
Gli dei — forze efficienti — che il corpo accoglie, sono per
lui sia amici che nemici. I primi tendono a conservarlo, i secondi a distruggerlo. L’aspirante all’immortalità deve acquisire una perfetta conoscenza delle loro rispettive tendenze, dei loro sistemi di azione e del grado della loro forza. Deve, inoltre, distinguere chiaramente la posizione della collocazione di ciascuno di loro nel proprio corpo.
Gli dei nominati come residenti nelle diverse parti del corpo sono gli stessi di quelli che si pensa abitino i luoghi terrestri:
montagne, sorgenti, fiumi, ecc.
Degli storiografi hanno riferito lo stupore che questa analogia ha causato un tempo, nei fedeli del Taoismo.
Com’era possibile, si domandavano, che il tale dio, avendo
il suo palazzo sulla tale montagna potesse nello stesso tempo trovarsi nel cuore o nel cervello di un uomo? Per spiegare questo mistero, a proposito dell’ubiquità di cui godevano gli Dei, furono elaborate varie teorie.
Durante questo tempo, nelle cerchie molto chiuse delle loro
discipline, Maestri spirituali taoisti insegnarono che gli abitanti del nostro corpo, non sono affatto individui divini, ma forze, le stesse di quelle che operano nella roccia della cima della montagna, nell’acqua del fiume che scorre verso l’oceano. Una sola legge governa il mondo. La Via che ci appare, sotto forme differenti, è essenzialmente una.
È questa stessa dottrina che ancora oggi insegnano i maestri taoisti che possiamo incontrare.
Gli dei, abitanti del corpo, non sono legati alle loro rispetti
ve sedi. Essi circolano lungo alcune vie che sono nervi e vene.
Accade, anche, ad alcuni di loro di uscire fuori dal corpo o di esserne scagliati fuori in seguito a lotte con dei di carattere opposto. Infine, dei visitatori, venuti da fuori, si presentano alle porte della città, sono accolti o si vedono sbarrare l’ingresso dai guardiani delle porte. Occorre sorvegliare, guardarsi dal lasciar penetrare ospiti malevoli o pericolosi. Certi segni come ronzii d’orecchi, starnuti, ecc. svelano l’imminente arrivo di stranieri penetranti o desiderosi di penetrare all’interno delle mura. Sono consigliate dunque pratiche di vario genere, recite di formule magiche, ingestioni di pillole speciali, o semplicemente di un po’ d’acqua.
Gli ospiti più malvagi del corpo sono tre, denominati i tre
cadaveri o i tre versi.
Si insediano in esso prima della nascita. Talvolta addirittura contro il suo desiderio e senza la sua cooperazione per effetto di cause difficili a dirsi.
Tutte queste descrizioni che i Taoisti colti considerano come simboliche hanno dato origine, nelle classi popolari, ad una gran quantità di pratiche superstiziose.
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Imprigionati nei corpi, i versi tendono a fuggirsene via. Se
ci riescono, errano in libertà divenendo fantasmi, spiriti maligni. Non si tratta dunque di espellerli dal corpo, ma di distruggerli.
Si distrugge questi indesiderabili commensali per mezzo di
un regime alimentare appropriato. Esso consiste principalmente nell’astenersi dai cereali (10). Anche la carne, il vino, tutte le bevande forti, l’aglio e la cipolla sono proibiti.
I “versi” sembra che si nutrano essenzialmente di cereali.
Alcuni arrivano a dire che sono generati dai cereali.
Questa dieta deve essere continuata per un gran numero di
anni. Ma al giorno d’oggi non è più molto seguita.
È dopo aver ucciso, coll’aiuto di queste varie astensioni, i
tre versi che rodevano alcuni organi del corpo, che si può affrontare la dieta superiore che consiste nel “nutrirsi d’aria”.
“Nutrirsi d’aria” vuol dire assimilare l’energia vitale nella
quale è immerso il mondo. Si sviluppa in questo modo la “respirazione embrionale” analoga al respiro cosmico, origine e sostegno dell’universo.
Attraverso la “respirazione embrionale” avviene gradata-
mente la trasformazione della sostanza materiale del corpo:
questa diviene più sottile, più duratura, e finalmente, capace di resistere a tutte le cause di distruzione.
La “respirazione embrionale” si sviluppa esercitandosi progressivamente a trattenere l’aria che si è inspirata. (11)
Bisogna, dapprima, saper inspirare profondamente: “fino
ai piedi”, dicono i Taoisti. Poi, l’aria inalata non deve restarvi immobile. Occorre farla circolare attraverso le differenti parti del corpo, seguendo un itinerario minuziosamente indicato che prevede tempi d’arresto sui principali centri vitali rispettivamente situati nel cervello, nel cuore e nel basso ventre (12). I tessuti del corpo, attraversati da questa circolazione d’aria si impregnano del fluido vitale, che trasporta, lo digeriscono e l’assimilano. Nello stesso tempo, la forza di questa corrente porta con sé gli spiriti nocivi, gli dei nemici che l’avevano penetrata. Così si forma nell’interno del corpo, un nuovo corpo che
sarà indistruttibile.
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Questo esercizio deve essere eseguito sotto la guida di un
Maestro competente. Farlo senza guida è pericoloso. Occorre iniziare a praticarlo in gioventù. Un uomo di più di settant’anni non ha alcuna speranza di produrre, in sé, le trasformazioni necessarie per rendere il proprio corpo immortale. Provarci potrebbe anche essergli fatale. Tuttavia, con questa pratica può aumentare la sua longevità molto al di là della normale durata della vita umana.
Gli esercizi di ritenzione del respiro non devono essere praticati in posti qualunque o in qualsiasi momento.
Un luogo appartato ed elevato, nelle montagne, lontano
dalle abitazioni, e di mattina, all’alba, sono indicati come
l’ideale.
Si deve fare l’inspirazione attraverso il naso, con la bocca
ben chiusa, si farà l’espirazione molto lentamente tra le labbra appena socchiuse (13).
Il professor Pen Chen, un erudito taoista contemporaneo,
mi comunica a proposito dell’espressione tecnica taoista “mangiare il respiro” queste note:
“Le seguenti citazioni sono improntate ai Dialoghi del Pa
triarca Hwan Yuan Chi. che visse sotto la dinastia Yuan (1277-1367): non è impossibile che questi discorsi abbiano per autore un altro Maestro con lo stesso nome. Comunque sia, l'opera da cui è stato tratto il brano seguente è molto famoso in Cina; anche al giorno d’oggi, è sempre fra le mani di tutti i Taoisti che lo considerano una guida per la via spirituale”.
“Il respiro che si trattiene nel corpo o che si trattiene al di
fuori bloccando l’inspirazione, è quello denominato “soffio primordiale” e non è quello effettuato attraverso le narici. Una piccola parte di questo respiro primordiale è chiamato il soffio embrionale nel corpo; durante il primo stadio della pratica taoista lo si può comprendere come “respiro cosmico” (14), ma i Taoisti non distinguono una divisione in cinque parti come fanno gli Indiani. La ritenzione del respiro non è mai intesa da loro nel senso del Kumbaka, ecc. (15).
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Il soffio embrionale appare nel corpo solo dopo la sospensione del respiro fisico accompagnato dall’interruzione di qualsiasi attività mentale.
Questo primordiale soffio è anche chiamato “respiro
reale”, “l’unica essenza reale”, “il respiro primordiale
naturale”.
È senza forma, senza colore, senza suono, senza pensiero.
È molto distante e molto vicino. (16) Non è al di dentro né al di fuori. Non s’accresce né diminuisce. Non è causato dalle attività satviche dell’uomo, e di conseguenza “esistente”; e non è neppure causato dalle tendenze tamasiche e, di conseguenza “inesistente”(17).
§§§
È la radice di tutte le cose anteriore alla creazione e, senza
di esso, non può esistere.
Il risveglio della respirazione embrionale è il punto di partenza di un movimento denominato “il ritorno alla radice” o “ritorno alla vita” come ha insegnato Lao Tze. Quando questo soffio embrionale si muove, si sente una corrente di gioia riempire per intero tutto il corpo, le quattro membra e ciascuna delle sue cellule ed un soffio chiaro e luminoso sale fino alla sommità del capo in modo che i sensi divengono molto più lucidi
(18).
In seguito questo soffio si dissolve nello spirito e il Taoista
inizia la sua alchimia preparando, in sé stesso, l’elisir di vita per rendersi adatto all’immortalità (19).
Parlando di “sostanza” si fa sempre una distinzione fra so
stanza fisica sottile e sostanza materiale greve.
Quando i Taoisti parlano dei due Cieli, due Terre e due
doppi Principi, è chiaro che queste espressioni si riferiscono ad un altro stato di coscienza diverso dal nostro stato abituale.
I Taoisti dicono che questo altro mondo (percepito in que
sto stato particolare di coscienza) è distinto dal nostro pur esistendo in esso, ne è in relazione diretta e vi esercita la sua influenza. È difficile scartare completamente una teoria che, molto spesso imperfettamente e grossolanamente enunciata, non è meno adatta a servire per scopi pratici.
Quando i Taoisti dicono “mangiare l’aria” è questo uno dei
loro termini tecnici il cui senso è “servirsene”,“farne uso”. Il
senso usuale del termine è “prenderla dentro” che causa l’ambiguità dell’espressione “mangiarla”.
“Divenire immortale” nel Taoismo, ha anche un altro signi
ficato. Questa espressione non significa necessariamente una lunghissima esistenza del corpo fisico, malgrado essa comporti e confermi lo stesso, questo significato. Il senso principale è:
“unirsi con il “Principio eterno” e, di conseguenza elevarsi al di sopra della natura”.
Tali facoltà come quelle di trattenersi come si vuole in un
corpo, o di espandersi come il respiro stesso o di essere capaci di proiettare innumerevoli emanazioni sono altresì incluse nel termine “immortalità”.
Non ci sono speciali regole riguardanti i momenti più favo
revoli per praticare gli esercizi respiratori, ma vi sono alcune precauzioni da prendere.
Se per questi momenti si intendono le dodici divisioni del
giorno e della notte, sono state date alcune indicazioni. Se si
tratta di disposizioni personali o di condizioni esteriori favorevoli o sfavorevoli, allora, esistono altre norme. Se si tratta di alti e bassi nel lunghissimo corso della pratica taoista oppure un momento critico o di vitale importanza della pratica stessa, le cose sono ancora differenti.
Comunque sia, molte cose diverranno naturalmente e
spontaneamente evidenti a chi si sarà spiritualmente predisposto a questo riguardo e si sarà reso capace di percepirle.
Sono numerose le opere di ispirazione taoista, che trattano
di soffio o di spirito primordiale. Ecco ancora un estratto di
una di esse intitolato Il Segreto del Fiore d’Oro (20).
Questo libro appartiene ad una serie di scritti di carattere
esoterico, compilati per raccogliere insegnamenti orali che si trasmettono, in Cina, da Maestro a discepolo fin dai tempi più antichi.
24
Il Segreto del Fiore d’Oro sembra sia stato pubblicato
nell’VIII secolo della nostra era. Tratta di un’energia, figurativamente denominata “Fiore d’Oro” o “Elisir di Vita” di cui occorre provocare dapprima la nascita per farla, in seguito, circolare nel corpo.
Questo insegnamento è attribuito a Lu Yen che l’avrebbe
ricevuto da un diretto discepolo di Lao Tze . Numerose leggende sono state tessute attorno alla personalità di Lu Yen. Egli è rappresentato come uno degli “Immortali”.
Anche molti altri Maestri sono noti per aver sostenute teo
rie analoghe alle sue.
Come tutte le opere di questo genere, Il Segreto del Fiore
d’Oro è stato redatto in un linguaggio oscuro. Ciò può essere stato voluto dall’autore della relazione desideroso di riservare la lettura del suo libro ad una piccola cerchia di studiosi a cui le teorie che egli espone fossero già in qualche modo note. Ma si può supporre anche che queste teorie che si poggiano su stadi di coscienza particolari, siano quasi impossibili da esporre solo con l’aiuto delle parole, per coloro che non ne abbiano già fatto
almeno un’iniziale esperienza. I Taoisti credono, generalmente, che delle spiegazioni date da un Maestro ben addentro in queste dottrine siano quasi indispensabili per i lettori.
Il Maestro Lao Tze dice:
Ciò che esiste di per sé è chiamato Tao.
Il Tao non ha nè nome, nè forma. È l’essenza unica, lo spirito primordiale. L’Essenza e la Vita non possono essere “viste”, perchè esse sono contenute nella Luce Celeste.
Vi rivelerò il segreto del Fiore d’Oro del Grande Uno.
Grande Uno è il nome dato a ciò al di sopra del quale non
c’è nulla. La magia della vita consiste nel servirsi dell’azione, per pervenire alla non-azione (21). Non bisogna trascurare gli stati intermedi e occorre augurarsi di penetrare direttamente nel segreto.
I precetti che ci sono stati trasmessi ci invitano ad intraprendere senza indugi la nostra ricerca sull’Essenza. E facendolo, occorre evitare di seguire una strada sbagliata. Il Fiore d’Oro è la Luce. Ci si serve di questo termine come di
un’espressione visiva per definire il vero potere trascendente del Grande Uno.
Se un uomo raggiunge questo Uno diviene vivo, se lo man
ca, muore. Ma, anche se un uomo vive nel potere (il soffio o respiro cosmico) non se ne accorge come i pesci non vedono l’acqua benché ci vivano dentro. Un uomo muore quando perde il soffio vitale come i pesci quando sono privati dell’acqua. Per questa ragione i Maestri iniziati ci insegnano a tenerci stretti al primordiale e a conservare l'Uno, poiché è la circolazione della Luce. Conservando il vero potere si può prolungare la durata della vita e si può, allora, mettere in pratica il metodo tendente a creare un corpo immortale.
Di conseguenza, non dovete fare altro che far circolare la
(Luce) è questo il più profondo e il più meraviglioso dei segreti.
Se si permette alla Luce di circolare a sufficienza per molto tempo in un cerchio essa si solidifica. Ed è, allora, il corpo spirituale naturale. È la condizione di cui è stato detto nel libro del sigillo del cuore:
“Silenziosamente t’involerai in alto”.
E seguendo questa pratica non avrete bisogno di altro. Vi
occorre solamente concentrare il vostro pensiero in essa.
È detto anche:
“Concentrando i propri pensieri si può volare e nascere in
cielo”.
Il Cielo non è l’immensa volta blu, ma il luogo dove il cor
po è costruito nel posto del potere creatore. Se si persevera in
questa pratica si svilupperà, naturalmente, oltre al corpo mate
riale, un altro corpo spirituale.
Il Fiore d’Oro è l’Elisir di Vita. Ogni modifica di coscienza
spirituale dipende dal cuore. Esiste un sortilegio segreto che,
benché produca il suo effetto in maniera precisa, è così sottile
che richiede un alto grado di intelligenza e di perspicacia, una
calma ed una concentrazione particolare per servirsene. Coloro
che sono privi di questa intelligenza e di questo alto grado di
comprensione non arriveranno a trovare il mezzo di servirsi di
questo incantesimo; coloro che non posseggono la più perfetta
capacità di concentrazione di spirito e di calma non possono
impadronirsene (23).
26
Il Maestro Lao Tze dice:
<**■*,.
Se lo si paragona al Cielo o alla Terra l’uomo, è meno di
una mosca, come paragonati al Tao la stessa Terra e il Cielo
sono meno di una bolla d’acqua, di un’ombra. Solo lo spirito
primordiale, la vera Essenza, supera il tempo e lo spazio.
Il potere del seme come il Cielo e la Terra è soggetto alla
morte ma Io Spirito primordiale è al di là dei due poli opposti (24).
Quando lo studioso impara a cogliere lo Spirito primordia
le vince gli opposti della luce e dell'oscurità. Non si trattiene
più nei tre mondi. Ma, solo, colui che ha contemplato l’essenza
nella sua manifestazione originale è capace di farlo.
Quando gli uomini escono dalla matrice lo spirito primor-
diale risiede nel piccolo luogo situato tra gli occhi, ma lo spirito
cosciente risiede sotto il cuore. Questo cuore è dipendente dal
mondo esteriore.
Se un uomo rimane senza cibo per un giorno, si sente male.
Se ascolta qualcosa di spaventoso, trema, se contempla la mor
te si rattrista. Ma il Cuore celeste posto nella testa non è com
mosso. Non è bene che si commuova.
Quando gli uomini comuni muoiono questo spirito si muta
e questo non è bene. È meglio che la Luce si sia già fortificata in
un corpo spirituale e che le forze vitali abbiano gradualmente
penetrato gli istinti e i movimenti. Questo è un segreto che non
è stato rivelato da migliaia di anni.
Il cuore inferiore si muove come un potente capo che di
sprezza il Capo celeste a causa della sua debolezza e che si è im
padronito della direzione degli affari di Stato. Ma quando il ca
stello primordiale può essere fortificato e difeso è come se un
capo forte e saggio si sedesse sul trono.
I due occhi a destra e a sinistra mettono la luce in azione
come due ministri che assistono il capo con tutte le loro forze.
Quando il capo, che è al centro, è pronto, tutti i guerrieri si
presentano davanti a lui, sottomessi, per ricevere i suoi ordini.
Immortalità non è Eternità.
L’Immortale taoista può, tutt’al più sperare di esistere tanto
quanto il mondo. Verrà un tempo in cui questo mondo con i
27
suoi dei, con la terra, gli astri e tutto ciò che lo costituisce, si di
sintegrerà e sarà inghiottito dal Caos da cui è venuto (25).
Il sogno d’immortalità dell’immortale finirà; svanirà come
finisce il sogno di una notte e non ci sarà più nessun sognatore
a ricordarsene.
Con l’immortalità del corpo, il Taoismo non ha raggiunto
il suo scopo. Non ha risolto il problema di una infinita perenni
tà. La massa dei suoi adepti, senza rinunciare alle pratiche ri
tuali del Taoismo — e soprattutto a quelle derivanti dalla ma
gia e dalla stregoneria — si è rivolta verso il Buddhismo e le dif
ferenti dottrine che ne sono derivate in seguito in Cina.
Attualmente, la maggior parte dei Cinesi crede nella rein
carnazione come gli Indiani (26). Credono cioè che un princi
pio immateriale personale (27) lasci il morente. La ricompensa
o la punizione che costui si è meritato con le sue azioni si tradu
ce con un periodo più o meno lungo da passare in luoghi extra
terrestri gradevoli o penosi. Il defunto s’incarna in seguito in un
nuovo corpo e riprende un posto nel mondo.
Tuttavia, mentre la massa di Taoisti seguiva questa via,
una piccola élite si orientava verso l’insegnamento originale o,
forse, non se ne era mai del tutto distaccata. I suoi membri non
cercavano di divenire immortali; essi si sentivano eterni.
Quando i candidati ad una immortalità materiale si preoc
cupavano di nutrire il corpo, essi pensavano a nutrire lo spiri
to.
Al regime dietetico materiale — senza rinnegarlo intera
mente e conservandolo per il suo valore igienico — essi oppo
nevano la pratica della meditazione contemplativa.
La dottrina fondamentale del Taoismo è il non-agire. È
quello che emerge dal Tao te king e dagli insegnamenti basati
su quest’opera.
Il Tao te king è il Libro del Tao e il Tao è, letteralmente, la
Via ma in questo significato generalmente accettato dai Cinesi,
il Tao é l'Essere in Sé, (28) analogo al Brahman del Vedanta in
diano.
Quest’opera è attribuita a Lao Tze, un personaggio leggen-
28
dario di cui, infatti, non si sa nulla, se non che gli antichi autori
cinesi lo citano come vissuto verso il VI secolo a.C.
In seguito ad una tradizione corrente il Saggio Lao Tze in
cui alcuni vogliono vedere un Immortale, arrivato ad un’età
avanzatissima, si decise a lasciare la Cina per recarsi al “Paese
dell’Ovest” cioè nel Tibet. Salito su di un bue, andò attraverso
un territorio dell’estremo nord-ovest della Cina che è oggi chia
mata provincia di Kausu (29).
Arrivato alla frontiera cinese, il funzionario che era là, gli
chiese di lasciare, prima di abbandonare la Cina (30), un libro
che perpetuasse i suoi insegnamenti e conservasse per il bene
delle generazioni future, il ricordo delle verità che gli erano ap
parse nel corso delle sue meditazioni.
Acconsentendo alla richiesta, il Saggio si fermò per qualche
giorno e scrisse il Tao te king, poi continuò in direzione Ovest e
non fu più rivisto da nessuno.
Quale che sia il fatto storico nascosto sotto questa tradizio
ne, Lao Tze ha fatto scuola attraverso il Tao te king.
Non è certo che Lao Tze abbia portato innovazioni predi
cando la dottrina del non-agire. Pare che i Cinesi siano sempre
stati inclini a credere che il gioco naturale delle cose regolasse il
loro comportamento, senza che nessun Potere esistente al di
fuori di esse le condizionasse. Se l’uomo forza quest’ordine na
turale, se pretende di apportarvi dei cambiamenti, dei migliora
menti, lo altera e ne risulta un disordine funesto.
Posto ciò sul piano fisico: la successione delle stagioni, le
maree, i movimenti degli astri, ecc. i Taoisti estendono lo stes
so concetto sul piano mentale. Occorre lasciare stare lo spirito
nel suo stato naturale, non agitarlo in conflitti di pensiero,
nell'architettare idee, ecc.
È in questo che consiste il non-agire taoista (31).
Non bisogna lasciarsi ingannare dall’espressione non-agire
immaginandosi che colui che pratica il non-agire cessi qualsiasi
attività materiale concreta e viva nell’inerzia. Non si tratta di
ciò. Egli si dedica alle sue abituali occupazioni, materiali o in
tellettuali, che fanno parte della posizione in cui si trova, ma la
29
sua disposizione di spirito differisce da quella dell’uomo che
crede di dirigere gli avvenimenti che lo riguardano o quelli in
cui si viene a trovare. Egli comprende che non governa il corso
di questi più di quanto consapevolmente, non dirigano gli astri
le loro rivoluzioni, o le stagioni non auto regolino il proprio
corso.
Egli sa che partecipa; alla Vita eterna ed inconcepibile del
Tao e che, come la stessa Esistenza, è eterno movimento senza
azione.
La meditazione del Taoista è una non-meditazione. Egli
non si propone nessun soggetto di riflessione o di speculazione,
scarta anzi, i pensieri che gli si presentano all’inizio della sua vi-
ta contemplativa. Si accontenta di lasciarsi percorrere dalla sua
vita mentale, senza sforzo come scorre la vita nel suo corpo
senza che egli abbia bisogno di dirigere i battiti del cuore o una
qualsiasi attività dei suoi organi interni.
Dopo un po’, nessun pensiero — il pensiero crea una duali-
tà: la cosa pensata e il pensatore — si alzerà dal suo spirito di-
venuto simile ad uno specchio lucente, ad un immobile lago,
senza sponde che ne limitano l’espansione, su cui nessuna brez
za increspa la superficie e che riflette un cielo infinito, senza nu
vole.
Malgrado ciò, il Taoista, come tutti gli altri mistici, tende
ad avere coscienza della sua diffusione nell’Unità Suprema e se
ne è cosciente è perchè non è ancora perfetto. La sensazione di
rapimento che permane nell’estasi ne dimostra l'imperfezione.
Allorquando ogni attività fisica apparente è cessata, quando il
corpo è divenuto insensibile, il sentimento di dualità risiede nel
più profondo dello spirito di colui che prova il piacere spiritua
le del contatto con il Tao, il Brahman o Dio. Costoro vivono
ancora per lui: un Altro.
L’unione integrale porterebbe ad una incoscienza totale di
se stessi e forse, alla morte. Questo stato di piacere che sembra
va sovramateriale è un tranello in cui sono caduti molti Taoisti.
Hanno cercato di ottenerlo per mezzo di droghe o semplice-
mente per mezzo dell’ebrezza prodotta dal vino come in altri
30
paesi, alcuni l’hanno trovata con l’aiuto dell’incenso o della
musica.
Niente è più facile e più usuale che ingannarsi nella ricerca
dell’unione spirituale e di credere, orgogliosamente che si è
giunti a livelli paranormali allorché si affonda in divagazioni e
sensazioni provenienti dalla patologia.
“Ricercare l'unione con il Tao, con il Tutto, con l’Uno de
nota, una mancanza completa di comprensione. Quest’unione
non è stata prodotta: essa esiste, essa è sempre esistita.
“Qual’era il tuo viso prima che tuo padre e tua madre fosse-
ro nati” è un problema (un koan) che i Maestri di Scuola Zen
pongono da secoli ai loro discepoli. Questo viso non differisce
da quello che io ho oggi. Ecco ciò che è da capire, dà vedere.
Io non devo “rendermi immortale”. L'Eterno È nello stes
so tempo unità e diversità, io e l'altro: il Tao, suprema immuta
bilità che produce tutto, senza agire.
31
NOTE
(1) Verso il III e IV secolo a.C.
(2) Il Tao che può essere nominato non è il Tao eterno (Tao te king).
(3) Infatti, un Tao-sse ha usato questa espressione parlando con me.
Confrontate l’insegnamento della filosofia indù Vedanta: “Tutte le cose visibili
provengono dall’invisibile con l’arrivo del giorno, e con il sopraggiungere della
notte esse ritornano in quello stesso Invisibile”.
“Cosi, tutto questo insieme di esseri vive e rivive di volta in volta. Ma oltre a
questa natura visibile, ce n’è un’altra invisibile, eterna, quando tutti gli esseri
muoiono, essa non muore; si chiama l’invisibile e l’indivisibile”. (Bhagavad Gi
ta, VIII, 18, 19.)
“Alla fine del Kalpa (periodo del mondo) gli esseri rientrano nella mia potenza
creatrice; all’inizio del Kalpa riemanano nuovamente da me”. (Bhagavad Gita,
X, 7.)
(4) È quasi generalmente ammesso applicare la denominazione “taoista” a tutti i
settori della dottrina taoista e riservare il nome di “Tao-sse” per gli adepti ini
ziati agli insegnamenti più profondi del Taoismo e alle pratiche che ne derivano.
(5) I Koei sono spiriti malevoli. A volte, quando alla morte di un individuo le sue
differenti anime si separano, alcune di queste anime inferiori diventano dei
Koei. Vedere a pag. 14
(6) In Tibet è una pratica corrente ingannare con astuzie gli spiriti malevoli per
sottrarsi ad essi.
(7) Omishan è una delle montagne sacre della Cina, situata nella provincia di
Szechuan.
(8) 1846-1916.
(9) Le huen hanno diritto al culto principale, ma vengono fatte, in aggiunta, delle
offerte alle p'o per scongiurare la loro malvagità che potrebbe nuocere molto ai
viventi e ai loro beni.
(10) Per i Cinesi: grano, orzo, miglio, riso, piselli e fave.
(11) Questo esercizio fa parte della pratica yoga. Lo troviamo in moltissimi paesi.
32
(12) Gli stessi centri compaiono nello yoga indù dove sono denominati chakra.
(13) Esistono altri metodi in Tibet e in India.
(14) Il Prana cosmico.
(15) Vedere capitolo III.
(16) Ritroviamo qui il linguaggio delle Upanishad.
(17) Le attività satviche sono quelle dirette verso il bene.
Le tendenze tamasiche sono quelle tendenti all’inerzia, al torpore.
(18) Troviamo qui un’analogia con la salita del kundalinishakti descritto nello Yo
ga.
(19)Ciò indica che il termine alchimia usato dai Taoisti dev ’essere inteso in modo
figurato ed è commettere un errore il voler, come fanno tanti Taoisti, fabbrica
re droghe destinate a produrre l’immortalità.
(20) Consultare a proposito del Segreto del Fiore d’Oro il commento di C.G. JUNG
nel The Secret of the Golden Flower.
(21) La dottrina della non-azione è insegnata anche in Tibet.
(22) Occorre evitare di dare i termini “cuore”, “fiore”, “elisir”, e altri, il loro senso
letterale. Sono espressioni simboliche. Il “cuore” è il “centro”, la base, “l’elisir”
è una corrente d’energia, ecc. Pertanto, il nostro testo distingue due principi
coesistenti, uno naturale o fisico, l’altro d’essenza sottile o spirituale. Ci riallac
ciamo in questo alla teoria delle due anime, o dei due Io e, in modo indiretto, a
quella del corpo e del suo doppio sottile.
(23) Il commento dice: “Se un uomo arriva ad essere perfettamente calmo, il Cuore
Celeste si manifesta da solo quando la sensazione sale e si espande seguendo il
suo corso naturale, la persona è creata come individuo primordiale. Tra il mo
mento del concepimento e quello della nascita questo individuo abita nel vero
spazio. Alla nascita sorge la nozione di individualizzazione; l’essenza e la vita
sono divise in due; in seguito, se la calma assoluta non è ricercata l’essenza e la
vita non s’incontrano mai”.
(24) Inizio e fine.
(25) Gli Indiani credono nella dissoluzione, nella disintegrazione del mondo: il pra-
laya.
(26) Fanno eccezione i confuciani materialistici o agnostici.
(27) Ovvero: l’anima.
33
(28) L'êtreté “The beingness” da un’ottima traduzione inglese. Non un essere, ma
“lo stato di essere” per eccellenza.
(29) Ho percorso questa via pensando a Lao Tze. Poco importa che egli sia davvero
materialmente esistito; la sua leggenda ripetuta nei secoli e la dottrina che gli è
stata attribuita gli hanno creato una personalità psichica più viva, più reale del
le personalità false della maggior parte degli uomini. Non è forse realmente im
mortale? Io credo di averlo visto camminare davanti a me e svanire lontano
scomparendo in questo paese dell’eterno mistero: il Tibet.
(30) Non aveva scritto nulla.
(31) Ne riscontreremo pressappoco l’analogia presso i Buddhisti che predicano la
soppressione degli samskara e presso gli adepti ortodossi dello Yoga di Patan
jali.
(32) Lo Ch’an - in giapponese, Zen - ha preso molto dal Taoismo.
34
TIBET

CAPITOLO SECONDO
Le teorie che incontriamo in Tibet sulla sopravvivenza ed
altri simili argomenti non sono del tutti ignote agli Occidentali.
Non mancano, da noi, persone che si sentono portate a credere
nella reincarnazione o che ne sono fermamente convinte, come
altre che affermano l’esistenza di spiriti disincarnati o di un sot
tile “doppio” del nostro corpo che la morte non distrugge. Il
Tibet crocevia dove si sono incontrati e mescolati popoli venuti
dai quattro punti cardinali e, anche, secondo alcune leggende,
giunti da regioni extra-terrestri, offre notevoli varietà di cre
denze, poiché ogni gruppo etnico ha portato con sé le proprie
concezioni sull’aldilà.
I Tibetani sono considerati Buddhisti. In effetti, essi lo so
no a livelli e in modi diversi. Soprattutto, essi si credono bud
dhisti, Buddhisti autentici, i soli ad esserlo, nel mondo intero.
Certi di questa convinzione, considerano volentieri, con pietà o
disapprovazione i loro correligionari degli altri paesi dell’Asia (1).
Certamente, dicono, dobbiamo molto ai pandit dell’India.
Essi riconoscono questo fatto, quasi quotidianamente, offren
do simbolicamente, prima dei pasti, qualche briciola di cibo ai
pandit Indiani.
“I pandit dell’India si sono dimostrati generosi verso il Ti
bet”, dice la formula recitata prima dell’offerta.
È vero, ammettono i Tibetani, che un tempo, molto lonta
no, alcuni nostri lama sono andati ad istruirsi sulle Dottrine di
Buddha nei grandi Conventi buddhisti dell’India, a Nalanda e
altrove, ed hanno portato con sé e tradotto nella nostra lingua
moltissime opere dei Maestri indiani della Dottrina. Questa
Dottrina, introdotta in Tibet, vi si è mantenuta intatta, mentre
è andata perduta tra gli Indiani (2).
37
Basandosi su quest’opinione, i Tibetani hanno attribuito
n fierezza al loro paese l’esclusiva del termine “Paese della re
ligione” (3), dato un tempo all’India, patria di Buddha.
Tutti i Buddhisti credono alla reincarnazione benché que-
sta dottrina non compaia espressamente - anzi al contrario -
nell’insegnamento primordiale, considerato direttamente pro-
manato dal Buddha Siddharta Gautama (4).
Essendo ammessa la reincarnazione, come principio, sotto
quale forma è immaginata dai Tibetani? Lo è in molti modi di
versi, sia in teoria che in pratica.
Per prima cosa bisogna mettersi d’accordo su un punto,
chi è colui che si reincarna?
Secondo idee popolari, è il namshe.
Il termine namshe è una forma abbreviata di namparshéspa (5)
È il nome di un principio che “conosce”, che si rende conto
di ciò che sono gli oggetti con i quali i nostri sensi entrano in
contatto, che li differenzia e li classifica. Distinguiamo sei nam-
parshéspa. Ognuno dei cinque sensi ha il suo namparshéspa
particolare (6). Un sesto namparshéspa è legato allo spirito (7).
Lo si considera la coscienza della personalità, ciò che ha
l'idea dell’“Io”.
Tuttavia, la maggior parte dei Tibetani ha fatti del namshe
l'equivalente dello jiva indiano, dandogli lo stesso significato (8).
È un’entità spirituale legata al corpo materiale ma non del
tutto dipendente da esso, da cui si separa quando questo muo-
re, senza poter essere più utilizzata per sé stessa. Questo
namshe emigra allora, per andare ad occupare un altro corpo.
"Come si lascia un vestito usato per indossarne un altro",
(Bhagavad Gita).
Il namshe però, non è libero di scegliere a suo piacimento il
nuovo corpo che abiterà. Questo gli è imposto dal gioco auto-
matico delle cause e degli effetti: il “gioco dell’azione” (Karma).
Le cause che determinano la natura della sua reincarnazio-
ne: sono gli atti (9) che ha compiuto per mezzo dell’individuo a
cui è stato legato nel corso di più esistenze passate.
Nessun potere supremo regola la reincarnazione dello jiva-
namshe. Esso è diretto automaticamente verso il nuovo corpo
che dovrà abitare.
Questo nuovo corpo non gli è estraneo, come il vestito ac
quistato in un negozio è estraneo a colui che lo indosserà. È il
namshe che ha egli stesso, nel corso della sua unione con il cor
po materiale, tessuto e confezionato il vestito che si appresta a
riceverlo.
Questo processo di “confezione” è continuo. Di volta in
volta, il namshe sarto effettua ritocchi all’opera fatta preceden
temente. Ne modifica l’aspetto, aggiungendo differenti parti di
tessuto, o ricoprendone altre di guarnizioni che si inseriscono
nella stoffa e la trasformano.
Così l’incessante attività del corpo, della parola e dello spi
rito (10), confezionano il destino dell’individuo nella sua esi
stenza, continuando a farlo di reincarnazione in reincarnazio
ne, attraverso la successione delle morti e delle rinascite.
Soltanto gli ignoranti parlano di punizioni e ricompense.
Non c’è che la legge inesorabile, superiore e razionale delle cau
se e degli effetti “dell’atto e dei suoi frutti”, dicono i Tibetani.
Sono state create molte versioni fantastiche a proposito del
la reincarnazione.
È stato immaginato un giudice dei morti (11). Ma i Tibeta
ni non hanno attribuito a questo giudice la facoltà di pesare il
valore dei meriti o dei demeriti dei defunti che gli si presentava
no davanti. Egli non ha facoltà di pronunciare sentenze dopo il
suo giudizio. Gli atti dei defunti non lo riguardano in nulla; egli
non prova, verso di essi, nè benevolenza nè rancore. Il suo ruo
lo consiste unicamente nell’annunciare loro la sorte che essi
stessi si sono preparata.
Tanto che, se ne informa consultanto un registro, aggior
nato continuamente, delle buone e cattive azioni che il defunto
ha compiuto. Queste azioni sono rappresentate da sassolini
bianchi e sassolini neri posti sui piatti di una bilancia. Il risulta
to indica la sentenza.
39
Un’altra pittoresca versione ci dice che nella sala del giudi
zio c’è un armadio, in cui sono appese pelli differenti di uomini
e di diversi generi di animali. Automaticamente il namshe è ri
vestito di una di queste pelli che indica la sua sorte. Sarà capra,
cavallo o uccello; sarà gobbo, mingherlino o bello, di sesso ma
schile o femminile.
Ancora un’altra di queste fantasiose concezioni fa disporre
due vie nella sala del giudizio. L’una discende verso i mondi do
ve regna la sofferenza - i differenti inferni - l’altra si innalza ver
so i vari paradisi.
Ma, sempre, nessuna arbitraria decisione regola la sorte dei
namshe .
È opportuno notare, qui, che nessuna delle condizioni pia
cevoli o penose, verso cui è diretto il namshe è definitiva. Sem
pre la nuova via in cui egli entrerà, finirà e sarà seguita da una
via successiva che potrà essere diversissima dalla precedente
(12). Si muore all’inferno come si muore nel paradiso. Si muore
nelle sei classi degli esseri (13). I Tibetani non ammettono nè
l’eterna beatitudine nè l’orrore di un eterno inferno ...
Gli effetti generati dalle cause che si sono prodotte nel tem
po (da atti che hanno avuto una durata limitata) non possono
avere una portata infinita e durare in eterno; la loro efficacia si
consuma. Così si logorano anche i risultati che i nostri atti han
no originato. Tuttavia, questa “usura” può non prodursi del
tutto nel corso di una sola vita. Un residuo di effetti non esauri
ti può spostarsi in un’altra reincarnazione e combinarsi con ef
fetti provenienti dall’attività di questa nuova incarnazione, a
questo proposito sono state elaborate numerose teorie.
Si può indicare qui, la teoria riguardante le azioni che non
producono risultati sulla natura delle reincarnazioni seguenti:
gli atti “sterili”. Secondo questa tesi, vi sono atti determinati da
cause che appartengono a precedenti incarnazioni, atti che so
no “risultati” e perciò non frutto di una volontà consapevole.
Queste manifestazioni puramente meccaniche possono essere
abbastanza assimilate a movimenti riflessi.
40
Ma alcuni Tibetani non ammettono l’esistenza di questi atti
“sterili”. Essi obiettano che questa teoria si poggia su una con
cezione morale per cui il Karma è considerato come agente di
stributore delle “buone” e delle “cattive” azioni compiute da un
individuo in una impersonale successione di attività senza di
stinguere il loro valore morale. Qualsiasi azione, dicono questi
ultimi, produce inevitabilmente degli effetti, grandi o piccoli, a
breve o a lunga scadenza, visibili o impercettibili per noi. Il
mondo è movimento.
Noi possiamo avvicinare questa teoria degli atti “sterili” a
due concezioni relative alla sorte dei defunti. L’una e l’altra di
queste tesi appartengono ad un più elevato livello della religio
ne tibetana.
Per una di queste, l’uomo che ha predisposto, in questa vi
ta, condizioni per la sua vita futura, subirà passivamente in
questa nuova incarnazione, gli effetti dei suoi atti passati fino
all’esaurimento dell’efficacia di questi, senz’altro aggiungere
all’attività esplicata nella condizione in cui egli sarà collocato.
Così, i beati che sono ri-nati in un paradiso vi gusteranno le
gioie destinate ai suoi abitanti;· i peccatori che si saranno prepa
rati un posto in uno qualsiasi degli inferni, o un posto in uno
dei mondi inferiori: quello degli animali, ecc. subiranno le sof
ferenze assegnate in questi mondi, ma non potranno, in questo
stadio, influenzare la natura della condizione che toccherà loro
in una vita futura.
Nonostante ciò, per opposte teorie, i sentimenti e la volon
tà restano intatti - benché per gradi di intensità differenti
-presso gli abitanti di tutti i mondi e questi sentimenti, queste
volontà possono produrre effetti non solo nelle loro vite se
guenti, ma anche nella presente.
Numerosi racconti illustrano questa credenza.
Ecco uno di essi, molto noto in Tibet.
“In seguito agli atti riprovevoli che un criminale aveva com
messo, questi era rinato in un inferno sotto forma di cavallo.
Come tale, era stato aggiogato con altri due cavalli, ad un car
ro molto pesante. Il supplizio inflitto a questo sventurato consi-
41
steva nel trainare il carro lungo un percorso sproporzionata
mente ripido, per condurlo in cima ad una montagna. Malgra
do i loro sforzi uniti, i tre animali non riuscivano a far procede
re il pesante veicolo e dei demoni li fustigavano senza pietà. Al
lora, un sentimento di profonda compassione nacque nel cuore
dell’ex criminale divenuto cavallo in quell’inferno.
“— Staccate i miei compagni, disse ai suoi aguzzini, lascia
teli liberi, tirerò io da solo il carro.
“— Miserabile animale, gridò uno dei demoni infuriato,
non potete tutti e tre, muovere il carro, come osi tu pretendere
di farlo da solo.
“E in un eccesso di rabbia, il demone con il manico di ferro del
la frusta, assestò un terribile colpo sul cranio del compassione
vole cavallo. Questi cadde morto e, immediatamente, rinacque
in un paradiso”.
Noi sappiamo che il Buddhismo considera la compassione
come la migliore, delle virtù. Essa, modificando la mentalità
dell’ex criminale, lo trasportava su un piano esistenziale corri-
spondente. Le genti del Tibet dicono: egli ha ottenuto la giusta
ricompensa per il suo caritatevole pensiero.
Altri danno questa interpretazione: egli aveva trasformato
il suo stato mentale, ed è questo stato mentale che ci pone auto
maticamente nel settore corrispondente.
Esamineremo ora un processo di reincarnazione descritto
in modo molto dettagliato, nell’opera intitolata Bar-do Thodol
(Bar do t’os grol). Esistono un certo numero di versioni del Bar
do Thodol che, benché differiscano nei dettagli sono simili nel
contenuto.
Bar-do Thodol indica “un testo il cui ascolto libera il Bar
do” e il Bar-do è lo stadio intermedio in cui dimora l’entità di
sincarnata, dal momento della morte a quello della reincarna
zione.
Un’opera originale sanscrita, servita di base alle differenti
versioni attualmente note, è andata perduta — se mai è esistita
— cosa probabile, ma non assolutamente certa. Questo Bar-do
Thodol fa parte dei ter o terma (gter) tesori. Sono denominati
42
ter degli scritti che il loro autore: Padmasambhava (14) aveva
sottratto o nascosto in qualche modo in differenti luoghi poi
ché pensava che i Tibetani del suo tempo non erano capaci di
comprenderne il significato e perciò desiderava riservarne la
lettura a delle generazioni future intellettualmente più avanza
te. Di volta in volta, un lama o un laico, si vantano d’aver sco
perto uno di questi scritti, ma i tertòn (gtér ston, scopritori di
Tesori), numerosi nei secoli scorsi, sono divenuti rari e le opere
che vengono “recupate” formano, nelle biblioteche dei grandi
monasteri, una base, (una cinquantina di opere) a cui non pare
più possibile fare altre aggiunte.
Abbiamo motivo di dubitare che le teorie esposte nel Bar
do Thodol rappresentino concezioni puramente ed esclusiva-
mente indiane.
I vari Bar-do Thodol presentano, in effetti, in più punti,
delle somiglianze con dottrine appartenenti all’antica religione
pre-buddhista del Tibet: il Bon che era un tipo di Taoismo.
Tuttavia, non si tratta di porre in discussione qui, le origini
dei Bar-do Thodol ma di esporre il processo di reincarnazione
che essi descrivono. Non importa da chi è stato concepito; è un
prodotto del pensiero umano alla ricerca dell’instancabile desi
derio di eternità dell’individuo.
Il Bar-do Thodol vuole insegnare, a coloro che non hanno
cercato la salvezza buddhista nel corso della vita terrestre, il
modo di trovarla dopo la morte.
La salvezza buddhista consiste nel liberarsi della catena del
le morti e delle successive rinascite: la “ruota” in sanscrito: il
Samsara. Questa liberazione si ottiene attraverso la conoscen
za, l’illuminazione spirituale che disperde il sogno, denso di
sofferenze, in cui viviamo prigionieri delle creazioni della no
stra immaginazione.
Il Bar-do Thodol è, a volte studiato sotto la direzione di un
Maestro competente, e si crede che coloro che si sono dedicati
a questo studio sappiano ciò che li aspetta dopo la morte, e sia
no capaci di giungervi nel migliore dei modi.
43
Per gli altri, che sono la maggior parte, il Bar-do Thòdol è
semplicemente una “guida per il viandante” nell’aldilà.
Più precisamente, per i Tibetani comuni, il Bar-do Thòdol
ha quasi del tutto perduto questa caratteristica di “Guida”
nell’aldilà. I Lama che lo salmodiano, raramente comprendono
le parole che pronunciano. Non vi è, per essi, che una serie di
sillabe ritmicamente cantilenate e, per lo più condividono l’opi
nione dei parenti del defunto attribuendo alla loro lettura il po
tere magico di trasportare, nel Paradiso occidentale della gran
de Beatitudine (Noub dewa tchen), il namshe del moribondo
presso il quale è letto il libro. Lo stesso risultato lo si ottiene per
un individuo morto più o meno recentemente.
Più brevemente insieme alla lettura del Bar-do Thòdol, si
pratica un rito chiamato powa, considerato anch’esso molto
adatto per aiutare il viaggio del namshe al Paradiso occidenta
le.
Tutti i Tibetani credono che la morte sia l’inizio di un ar
duo percorso, pieno di pericoli, che l’uomo deve affrontare
nell’intervallo che passerà fino alla sua prossima nuova reincar
nazione nell’una o nell’altra delle sei categorie di esseri in cui lo
porterà il suo viaggio.
Le regioni che il defunto dovrà attraversare vengono de
scritte come i paesaggi familiari ai Tibetani. Dovrà superare al
te montagne lungo impervi burroni, attraversare a guado fiumi
larghi e impetuosi, regioni aride e desertiche con ovunque, de
moni in agguato, come briganti. Devono dunque raccoman
darsi a Dolma, la Protettrice dei viandanti...
Da persone pratiche, i Tibetani hanno il caritatevole pen
siero di infondere forza al morente o al defunto, in vista del
viaggio che si appresta ad intraprendere. A questo proposito gli
viene servito un pasto più volte al giorno finché starà nella sua
casa in attesa della cerimonia funebre.
Il periodo che trascorre dal momento della morte al giorno
del funerale è sempre lungo.
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Abbreviarlo potrebbe sembrare una mancanza di rispetto
verso il defunto di cui si potrebbe avere fretta di liberarsi. È an
che opportuno, in un paese dove i villaggi sono molto distanti
l’uno dall’altro come in Tibet, dare agli invitati il tempo neces
sario per effettuare un percorso di due o anche trecento chilo
metri, o più lungo ancora, attraverso sentieri difficili tra le
montagne. Più grande è il numero di persone che assistono ai
funerali, più la famiglia considera onorato il defunto. L’onore
in cui è stato tenuto, si riflette naturalmente, su tutta la sua pa
rentela.
I corpi delle persone importanti, specialmente quelle dei
Grandi Lama sono imbalsamati o meglio, mummificati, cir
condandoli di sale. Il corpo dell’ultimo Pentchen Lama, morto
in territorio cinese quando stava per tornare in Tibet (15) fu
conservato in questo modo. Ogni giorno il sale divenuto umido
veniva sostituito con sale frésco e questo sale impregnato di li
quidi emessi dal cadavere veniva venduto ai devoti che se ne
servivano come medicamento.
Un altro procedimento per conservare il corpo di un Gran
de Lama consiste nell’immergerlo in un bagno di burro bollen
te. In seguito, il corpo della mummia è dorato e la mummia, ri
vestita può restare esposta in una cassa di vetro. Queste mum
mie sono chiamate: mardong “immagini di burro”.
La maggior parte dei defunti viene rivestita degli indumenti
più belli. Il davanti dell’abito invece di essere allacciato normal
mente, viene posto sul dorso del morto. Questo, sembra un
modo di fargli meglio comprendere, se per caso non lo avesse
capito, che non appartiene più al mondo dei vivi.
Il corpo è allora posto a sedere e mantenuto in questa posi
zione con delle sciarpe strettamente legate attorno. Una pento
la o un altro grande recipiente circondato di stoffe fa da piedi
stallo al cadavere. Questo recipiente viene riempito di grano. Il
grano serve ad assorbire i liquidi provenienti dalla putrefazione
e ad impedire loro di spargersi. Se l’esposizione del corpo deve
prolungarsi per molto tempo, il grano bagnato viene rinnovato
con altro grano fresco.
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Come per il sale, questo grano non viene gettato via, ma,
nel caso di un Tibetano qualunque, non supponendone parti
colari proprietà, viene semplicemente lavato, dato agli animali
o tranquillamente utilizzato per gli usi comuni come un qual
siasi altro grano.
Mio figlio adottivo, Yongden, che, come giovane Lama,
spesso aveva assistito o partecipato ai riti celebrati davanti a un
corpo per il lungo periodo precedente i funerali, mi diceva che
l’odore di putrefazione che questo sprigionava era a volte in
sopportabile. Malgrado ciò gli officianti non parevano distur
bati e mangiavano con gusto i cibi cerimoniali che erano loro
serviti.
L’ospite, il defunto, era esortato ad imitarli, e a nutrirsi il
più possibile finché ne aveva ancora occasione.
È in quest'atmosfera di superstizione, che viene letto, nella
maggior parte delle case Tibetane il Bar-do Thôdol, poema
simbolico filosofico scritto da Letterati per Letterati e che serve
ancora, al giorno d’oggi, come tema di studio e di meditazione
ad alcuni pensatori dell’alto “Paese delle nevi” (16).
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NOTE
(1) I Theravadi (discepoli degli Antichi) noti in Occidente come “Adepti del Picco
lo Veicolo” (Hinayana). In tibetano: tcheg chung o tcheg men (theg dmen):
Veicolo inferiore. Il termine theg pa significa: una dottrina religiosa, una rego
la di condotta che, come un veicolo conduce ad una meta: alla salvezza spiri
tuale.
(2) E' vero che molte opere buddhiste scritte in sanscrito in India sono andate per
dute nel corso delle guerre e persecuzioni contro i Buddhisti. Queste traduzioni
erano state fatte precedentemente, in tibetano e sono state ritrovate nelle bi
blioteche dei monasteri.
(3) Tcheu kyi yul (chos kyi yul)
(4) Torneremo più tardi sull’argomento.
(5) Nam par shes pa (mampar shespa), “colui che conosce tutto”, in sanscrito vijana.
(6) Mig kyi namparshespa, conoscenza risultante dalla vista o risultante dalla vista
per mezzo dell’occhio (mig). E così di seguito: conoscenza del suono associato
all’orecchio, ecc. Namparshespa è uno degli elementi che costituiscono la per
sona.
(7) Yid ki namparshespa. Yid: sanscrito mana. I Tibetani hanno tre termini per
definire lo spirito. Questi non sono assolutamente sinonimi: Yid è più partico
larmente la facoltà intellettuale, il potere di percezione, di immaginazione. Lo
(blo) è la facoltà affettiva, le disposizioni naturali; traduce anche i termini san
scriti buddhi, prajna; sems ha una vasta gamma di significati, traduce il san
scrito citta, mana ed anche, satva. In linguaggio elevato questi tre termini si di
cono thug.
(8) Questo Jiva non deve essere considerato come l’equivalente dell’anima di cui
parlano le religioni occidentali. Non viene creato, specificatamente, per cia
scun individuo al momento della nascita.
(9) Azioni compiute dal corpo, dalle parole, dallo spirito (pensieri, desideri, ecc.).
(10) Lo spirito non è un ’“entità” indipendente dal corpo. Questo lo differenzia
dall’anima così com’è intesa dagli Occidentali. Lo spirito dipende dal corpo,
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per la sua esistenza. Non c’è “mentale”, a parte le sensazioni, le percezioni date
dai sensi. Gli antichi Maestri indiani già dicevano: “Lo spirito è alimento”
(Chandogya Upanishad).
(11) Shindje, lo Yama degli Indiani. Anche l’India, la Cina e le religioni occidentali
conoscono la comparizione delle anime davanti a un giudice.
(12) Generalmente, tutti gli effetti degli atti compiuti in una incarnazione non si ma
nifestano e non sono del tutto esauriti nell’incarnazione seguente. Questi effetti
“di riserva” possono combinarsi con quelli relativi alle azioni compiute nell’in
carnazione immediatamente precedente. La legge delle cause e degli effetti non
consiste in linee semplici e dritte, ma in combinazioni, e incastri che, benché
non mutino mai dal principio iniziale, nella maggior parte dei casi, lasciano i
risultati del tutto imprevisti. C’è da notare, anche, che un effetto non è mai il
prodotto di un’unica causa, ma di più cause congiunte. Più cause principali ten
dono ad associarsi a cause secondarie: ambienti fisici e mentali, ecc.
(13) Gli dei, i non-dei (specie di titani), gli uomini, i non-uomini, (geni, fate, ecc.),
gli animali, gli abitanti dei mondi del dolore.
(14) Padmasambhava era originario dell’Udiana, una regione che oggi fa parte
dell’Afghanistan. Egli non apparteneva all’Ordine religioso buddhista, (il san
gha). Era sposato. Era un sapiente adepto del Tantrismo, noto per i suoi poteri
magici. Per un certo tempo fu professore alla celebre università di Nalanda. Il
re tibetano Tisrong De Tsen (Kri srong De Tsan) aveva intrapreso la costruzio
ne di un grande monastero a Samye e non riusciva a terminarlo perchè i demoni
locali demolivano ogni notte l’opera che gli operai avevano fatto durante il
giorno precedente. Su consiglio di Santarakishta, il suo monaco indiano, co
gnato di Padmasambhava, il re invitò costui a venire in Tibet ed a usare i suoi
poteri occulti contro i demoni di Samye. Padmasambhava arrivò in Tibet nel
747, vinse i demoni che da allora, invece di demolire il lavoro fatto dagli ope
rai, lo portarono a termine con miracolosa rapidità. È Padmasambhava che in
trodusse il Tantrismo in Tibet dove si è fuso con il Buddhismo. Padmasambha
va significa: “nato da un loto”. Per la leggenda, Padmasambhava apparve an
che miracolosamente in un loto al centro di un lago. I Tibetani lo chiamano
Guru rimpotche (il Prezioso Maestro) o Guru Pema (Maestro Loto) o Ugyen
Pema (Loto di Ugyen. Ugyen per Udiana).
(15) Il defunto Dalai-Lama accusando il Pentchen di aver simpatie per i Cinesi, ave
va progettato di attirarlo a Lhasa per imprigionarlo. Questi temendo per la sua
vita fuggì in Cina dove fu accolto con molti onori. Vi rimase molti anni e dopo
la morte del Dalai-Lama, suo persecutore, stava per ritornare nel suo feudo: la
provincia di Tsang in Tibet.
Io ero in Tibet, alla frontiera cinese, durante questi avvenimenti.
(16) Khams yul: il paese delle nevi è il nome che i Tibetani danno al loro territorio,
cosa per altro singolare, dato che all’infuori che sulle cime più alte, in Tibet ne
vica poco.
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IL BAR-DO THÒDOL

Hai ricevuto gli insegnamenti di un saggio Maestro iniziato al
mistero del Bar-do (1)?
Se l’hai ricevuto, ricordatene e non lasciarti distrarre da altri
pensieri.
Se ad assistere il morente è il suo stesso Maestro spirituale egli
dice:
“Ti ho trasmesso l’insegnamento profondo che io stesso ho
ricevuto dal mio Maestro, e tramite lui, da tutta la lunga linea di
Guru (2) iniziati.
Ricordatelo, e non lasciarti distrarre da altri pensieri. Conserva il
tuo spirito lucido.
Se tu soffri, non farti assorbire dalla sensazione della tua
sofferenza.
Se provi un riposante intorpidimento dello spirito,
Se ti senti sprofondare in una calma oscura, in un quieto oblio,
Non abbandonartici. Stai attento.
Le coscienze (3) che sono state conosciute come N. (nome di
colui a cui il lama si rivolge) tendono a disperdersi. Trattienile con la
forza dell’ Yid kyi namparshespa".
“Le tue coscienze dividendosi dal corpo entrano nel Bar-do.
Richiama tutta la tua energia per vederle oltrepassare la soglia in
piena consapevolezza,
Il folgorante chiarore della Luce vuota e senza colore, ti apparirà,
con rapidità più grande di quella del lampo, e ti avvolgerà.
Non indietreggiare per lo spavento e non svenire. Tuffati in questa
luce.
51
Respingi ogni credenza in un ego, ogni legame con la tua il
lusoria personalità.
Sciogli il tuo Non-essere nell’Essere e sii liberato”.
Sono poco numerosi coloro che non essendo stati capaci di
cercare la Liberazione nel corso della loro vita, l’ottengono in
questo così fugace momento che si può dire, senza tempo.
Gli altri, per effetto dello sforzo risentito come un mortale
choc, perdono conoscenza.
Nel momento in cui il morente spira, il lama che l’assiste —
se è iniziato a questa pratica ed ha ricevuto il potere di effet
tuarlo con efficacia — emette, per tre volte Hick! e poi di segui
to Phet! una sola volta.
Egli continua poi, o inizia, se è stato chiamato presso un
morente (4), la seguente preghiera:
“Tu, il tale (nome del defunto) ti svegli come da un sonno
Sappi che hai abbandonato il corpo che hai animato
Guardalo, egli giace inerte
Non provare dispiacere
Non provare attaccamento per lui
Non indugiare vicino a coloro che sono stati tuoi parenti,
tuoi
amici,
Non ostinarti a parlare loro
La tua voce è senza suono; essi non ti capiscono
Non attardarti a percorrere i tuoi campi, a contemplare gli
oggetti che ti sono appartenuti
Non hai il potere di muoverli e di portarteli via
Tu li hai lasciati
Essi ti hanno lasciato
Non provare attaccamento per essi
Non cercare di riannodare legami con loro
Staccati
Sappi che hai fatto un sogno animato da forme senza consi
stenza. Dato che non hai saputo cercare la Liberazione nel
52
momento in cui la Luce-Reale ti ha preso tu continuerai ad
avere sogni gradevoli o sogni penosi. Durante questi sogni
ti si presenteranno occasioni per raggiungere la Cono
scenza
Sii vigile, sii attento
Ora cerca di capire: ciascuna delle coscienze che unite han
no formato la tua persona per mezzo dei tuoi organi fisici la
cui materia si dissolverà, continuerà la sua specifica attività
fino a quando non sarà esaurita l’energia generata dalle
azioni passate che la mantenevano attiva
È per effetto di questa attività passata del tuo corpo mate
riale e dell’energia mentale che ti appaiono le visioni che ti
circondano
Poiché dai tuoi occhi ti è venuta la consapevolezza delle
forme e dei colori, tu vedi forme e colori
Poiché dalle tue orecchie ti è venuta la consapevolezza dei
suoni, tu ascolti dei suoni
Poiché dal tuo naso ti è venuta la consapevolezza degli odo
ri, tu senti degli odori
Poiché dalla tua lingua ti è venuta la consapevolezza dei sa
pori, tu gusti i sapori
Poiché dal tuo corpo ti è venuta la consapevolezza delle
sensazioni del contatto, tu provi sensazioni di contatto
Poiché il tuo spirito ha formato idee provenienti da queste
consapevolezze, ti vengono le idee
Sappi che non si tratta che di allucinazioni
Nessuno degli oggetti che ti si offre è reale
Essi sono il prodotto delle attività delle tue passate coscienze
Non spaventartene
Non aggrappartici
Contemplale con indifferenza, senza avversione e senza de
siderio
Se i pensieri e gli atti di carità, di pazienza, di sforzi per
conseguire il Bene, la pace dello spirito (5) hanno predomi
nato la tua vita passata, se al momento della tua morte hai
detto preghiere per la felicità degli esseri viventi e se le tue
aspirazioni si sono dirette verso i Buddha e i Bodhisattva,
desideroso di unirti a loro e di avvicinarti alla loro benefica
azione, allora, Buddha e Bodhisattva ti appariranno radio
si, in una azzurra atmosfera infinitamente luminosa.
Malgrado la loro dolcezza, la loro estraneità e la forza pe
netrante, essi forse ti spaventeranno, poiché malgrado i
tuoi pensieri e le tue azioni virtuose non hai assimilato a
sufficienza la sostanza dei Buddha e dei Bodhisattva
Non cedere al terrore che puoi provare
Non distoglierti
Contempla con serenità la visione che ti si offre
Calma il tuo timore
Non cedere al desiderio
Fidati di Colui che illumina (6)
Dell’immortale Dordji semspa
Per virtù della loro essenza, la Liberazione può arrivarti in
questo istante
Ma la tua attività mentale e materiale, si è manifestata an
che attraverso pensieri di odio, di gelosia, atti di cattiveria,
di malvagità che hanno causato dolore agli esseri viventi.
Tu hai desiderato bestiali piaceri di lussuria, ti ci sei dedica
to, ti sei sviato dalla Conoscenza, hai indugiato nel torpore
e nell’ignoranza
Ecco le forme delle divinità irritate e dei guardiani delle so
glie
I loro elementali li circondano in schiere tumultuose
Essi hanno forme animali come non ne esistono nel mondo
che hai lasciato (7)
Circondati da raggi di luce multicolore essi si drizzano mi
nacciosi davanti a te sbarrandoti la via
Si sentono suoni strani che producono terrore
Si. alzano clamori
Due voci urlano: Picchia! Picchia! Uccidi! Uccidi!
54
È così che tu le intendi; reso sordo, per effetto delle tue stu
pide azioni, alle verità liberatrici che ti sono gridate
Non cedere allo spavento che s’impadronisce di te
Resisti alla confusione che turba il tuo spirito
Nulla di ciò che vedi è reale
Contempla il contenuto della tua mente piena di pensieri
contraddittori
Le divinità dalle forme terrificanti che ti appaiono: Shindje
shepdo, Tandrin, Nampar gyalwa, Dutsikylwa (8)
E le Dakini dalle facce irritate che portano il pungiglione, il
laccio, la catena e la campanella
Girano in tondo attorno a te
Non averne paura
Non cercare di fuggire
Queste figure mostruose sono la forma opposta degli aspet
ti benigni di Buddha e dei Bodhisattva che tu hai contempla
to in precedenza
Esse provengono dalla tua stessa mente in cui i loro doppi
aspetti coesistono
In te sono le cinque saggezze (9)
In te sono i cinque veleni (10)
Le luminosità brillanti o terse che sembrano risplendere
verso di te per penetrarti nel cuore in realtà provengono da
esso
Ciò che tu vedi non è che il riflesso del contenuto della tua
mente
Riflesso dallo specchio del Vuoto
Se questa comprensione nasce in te, provocandoti un terri
bile trauma sentirai disperdersi il tuo corpo etereo (11) che
ti trascini ancora e sarai libero
Intanto le facoltà di cui tu godi grazie a questo corpo sottile
possono accrescere la tua illusione
Ti è sufficiente desiderare di trovarti in un luogo per esserci
immediatamente, anche se fosse agli estremi del mondo
55
Non usare questo potere per errare in luoghi che tu hai fre
quentato e tra gli esseri verso i quali ti spinge la sete delle
tue sensazioni passate
Se non hai potuto afferrare il senso di ciò che ti è stato inse
gnato e non te ne sei servito per liberarti
Se il desiderio d’esistere sotto forma individuale ti possiede
ancora
Non riuscirai a fermare la bocca, larga e aperta come un
abisso della ruota universale in cui diverse matrici sono
pronte per attirarti
Rischi di intrappolarti su un percorso rischiarato da una lu
ce spenta che sembra amica e riposante per chi non ha po
tuto sostenere il lampo dei chiarori radiosi che hanno bril
lato sulla tua via
I tuoi movimenti provengono dall’illusione che tu conservi
per ciò che costituiva il tuo Io che si è disperso
Attraverso i raggi multicolori della luce che circonda la rid
da di divinità urlanti e minacciose che ti si agitano attorno,
vi è un raggio bianco, stretto come un sentiero che si pro
lunga verso l’infinito
Esso conduce alla sfera degli dei, prendilo se puoi. Ma
astienitene se sei riuscito a vincere il desiderio di esistere in
dividualmente nella Ruota delle esistenze
I luoghi felici sono irreali, transitori. Simili a bollicine sulla
superficie dell’oceano, sorgono nella nostra mente onde di
sensazioni per abbattersi poi ed essere inghiottite per risor
gere in nuove formazioni instabili, felici o penose, che si
succedono seguendo l’incessante attività di energie diverse e
contraddittorie
Se le tue inclinazioni tendenti al Bene ti ci spingono irresi
stibilmente, seguirai questa via di pallidi chiarori e assapo
rerai per un po’ il riposo a cui porterà
Se hai nutrito sentimenti di gelosia, di violenta ambizione,
se i tuoi ultimi pensieri ti hanno fatto entrare nel Bar-do
con un corpo sottile impregnato di influssi combattivi, sa
rai tentato di dirigerti su una via fatta di luce verde
Resisti al tuo impulso, il raggio verde conduce al mondo
dei Lha-ma-yin (12). Eternamente in guerra con i Lha. Essi
si sforzano invano di superare lo spazio che li separa dal
mondo della quiete e della fedeltà. Vinti continuamente,
continuamente rinnovano i loro sforzi con una fatica infinita
Se puoi distoglitene
Puoi essere attirato da quel raggio color oro pallido che
svanisce a perdita d’occhio nelle infinite distanze. È il cam
mino che porta al mondo degli uomini, che tu hai appena
lasciato. L’uomo vi prova rare gioie, seguite da varie soffe
renze: la malattia, la perdita dei propri beni, quella dei suoi
cari, le infermità della vecchiaia, poi la paura della morte
che lo gettano nel Bar-do, in attesa di nuove rinascite.
Ricordati le vicissitudini delle tue numerose esistenze, rifiu
ta il desiderio di provare nuovamente le sensazioni del so
gno nel mondo degli umani
Distaccati
Mettiti nella condizione vuota della non-attrazione e non
avversione. Nello stato di perfetta immobilità di spirito
Quando questo è come un lago la cui acqua è senza la mini
ma onda, come uno specchio perfettamente lucido, vi si
può riflettere la Realtà
Se le tue inclinazioni all'insensibilità di spirito, all’indiffe
renza, alimentate dalle tue opere, ti attirano verso un rag
gio di azzurro grigiastro
Resisti, distogliti, se puoi
Esso conduce al mondo infelice degli animali incapaci di
cogliere la Conoscenza liberatrice
Resisti, resisti, tenta ancora uno sforzo!
Il raggio rosso scuro ti attira, conduce al mondo spavento
so dei Mi-ma-yin (13), esseri vili dalle forme orribili perpe
tuamente tormentati da bisogni che per la mancanza di or
gani appropriati non gli è permesso soddisfare
57
Evoca il ricordo dei Buddha e della loro Dottrina, dei com
passionevoli Bodhisattva, del tuo Dio tutelare (14) e del
tuo saggio Guru
Gli influssi benefìci dei pensieri uniti tra loro, potranno at
tenuare quelli delle tue cattive azioni passate e bloccare per
te, il terribile sentiero rosso
Ecco, non lontano da esso, un sentiero oscuro color fumo;
è quello dei luoghi di dolore, gli inferni dove il percorso
delle vie è lungo e rara l’occasione di una morte che porti ad
una vita migliore (15)
Richiama con forza il ricordo dei Buddha e dei Bodhisattva.
Ricordati l’irrealtà delle visioni che ti appaiono, domina i
movimenti della tua mente. Forma pensieri di carità verso
tutti gli esseri
Non abbandonarti al timore
È da te che provengono i diversi raggi-sentieri che hai con
templato. È solo in te che esistono con i mondi ai quali fan
no capo.
Scaccia i sentimenti di attrazione e di avversione
Stai indifferente e calmo
Se, a causa dell’influenza del torpore mentale a cui ti sei ab
bandonato nell’esistenza che hai appena lasciato, per colpa
delle azioni malvagie che hai compiuto per gli incitamenti
dell’ignoranza e delle malsane inclinazioni, tu sei rimasto
inebetito, sordo a ciò che ti era stato insegnato, avanzando
senza rendertene conto, attraverso le fantasmagorie del
Bar-do, cerca di comprendere ora
Il corpo sottile che trascini sulla tua via è impregnato dei
tuoi desideri passati e di sete ardente di sensazioni il cui ri
cordo è ossessionante poiché la mancanza d’organi di carne
ti impedisce di riprovarle. Il desiderio di una reincarnazio
ne è per esso un intollerabile tormento.
58
Questo desiderio che ti stringe senza che tu sia cosciente
della sua natura, lo senti come una bruciante sete mentre
cammini, sfinito, attraverso un deserto di sabbia ardente
Sulla tua strada vedi un ciorten (16) o parecchi di questi in
gruppo, oppure vedi un ponte coperto (17) e speri di ripo
sarti al suo riparo, ma esseri mostruosi appaiono. Alcuni
hanno teste di animali sopra corpi umani, altri sono gigan
teschi uccelli dalle ali munite di artigli. Emettono grida stri
denti ed urla. Agitano delle fruste; un uragano ti travolge
nei suoi turbini, ti precipita in avanti mentre il gruppo fu
rente degli esseri demoniaci ti insegue.
Lungo la tua via, puoi vedere templi e palazzi costruiti in
oro e argento ed ornati di pietre preziose. Sono immersi in
un dolce e bianco chiarore. Entraci dentro, se puoi. Questi
palazzi e questi templi sono le simboliche matrici e la soglia
che fa passare nel mondo degli dei dove si nasce in modo
miracoloso e puro (18) al centro di un bocciolo di loto che
si schiude
Se sei obbligato ad inseguire la tua strada spinto dalla forza
delle tue passate azioni, incontrerai un gradevole e verdeg
giante boschetto. Frutti appetitosi pendono dagli alberi e tu
vorrai coglierli per calmare la tua sete
Guardati bene dal farlo. Ciò che ti sembra essere un bo
schetto è la matrice che fa. rinascere nel mondo agitato i
guerrieri Lha-ma-yin (19)
Troverai anche distese coperte di rovi secchi e spinosi. Di
scostatene, essi sono matrici di esseri miserabili eternamen
te affamati (20)
Vedrai grotte e caverne, le une di aspetto gradevole per ri
posanti ripari, le altre polverose e buie
Non avventurarti in nessuna di loro. Le prime sono le ma
trici del mondo animale. Attraverso esse si rinasce cavallo,
cane, bufalo, lupo, orso, uccello, pesce o sotto un’altra for
ma bestiale. Le seconde sono le matrici attraverso le quali si
59
nasce tra il popolo degli esseri tormentati nei mondi infer
nali da dove non si esce se non dopo un periodo molto lungo
Non entrarci
Vedrai un lago o un fiume e ai loro bordi dei campi fertili e
soleggiati. Vorrai sederti su una riva erbosa, estinguere la
tua sete coll’acqua cristallina che guardi davanti a te. Que
sto affascinante paesaggio è la matrice attraverso la quale si
nasce nel mondo degli uomini
Fai attenzione. Reprimi il tuo desiderio
Non fermarti
Ma la memoria delle sensazioni carnali a cui ti sei abbando
nato nel corso della vita che hai lasciato ti pungola questo
corpo di materia sottile che ora ti ritrovi
Davanti a te attorno a te, uomini e animali si accoppiano,
tu li desideri, ti attirano
Sei l’effetto delle tue inclinazioni ti destina a nascere come
maschio proverai una forte avversione per i maschi che ve-
drai. Se il tuo destino ti fa nascere femmina, proverai una
forte avversione per le femmine che vedrai
Non avvicinarti alle coppie che vedi, non cercare di metter
ti tra loro, per prendere il posto di uno di essi, sia quella del
maschio, sia quello della femmina, umani o animali
Svaniresti nella sensazione che sentiresti e saresti concepito
come un essere umano o come un essere dell’una o dell’al
tra specie animale
Se te ne distogli eccoti al termine del tuo lungo sogno del
Bar-do
Eccoti davanti Shindje il Signore dei morti
Cercherai invano di mentire (21), di dissimulare le cattive
azioni che hai commesso. Nello specchio splendente che
tiene il Giudice supremo
appaiono le forme di tutte le azioni fisiche e mentali
Ascolta ancora
60
Sappi che ogni forma che puoi contemplare, nello stato di
Bar-do è un’immagine irreale di sogno da te costruita e che
tu proietti, senza riconoscerla come, tua creazione, spaven
tandotene
Lo specchio in cui ti sembra di vedere Shindje, è la tua me
moria che ricorda la catena delle tue azioni passate e che le
giudica secondo i concetti che tu hai formato (22)
Sei tu che, per le tendenze che sono in te, pronuncerai il tuo
giudizio e ti assegnerai la tua ri-nascita
Nessun terribile Dio ti ci spingerà
Ti ci avvicinerai da solo
Le forme degli esseri spaventosi che vedi impadronirsi di te
e spingerti verso la tua nuova nascita sono quelle di cui tu
stesso rivesti le forze delle tue tendenze interiori
Sappilo ancora
Al di fuori delle tue allucinazioni, non esistono nè dei, nè
demoni, nè il vincitore della Morte (23)
Comprendilo e sii liberato.
61
Un’attenta lettura del Bar-do Thôdol non mancherà di pro
vocare, nel lettore, numerose riflessioni ispirate dai diversi epi
sodi del singolare viaggio che l’autore di quest’opera fa fare al
defunto disincarnato.
Coloro che, per esempio, considerano che la somma delle
cause generate dalle azioni di un individuo (il suo karma) (24)
abbia termine con la morte di questi e che non gli rimanga altro
da fare che subire gli effetti provenienti da queste cause, si stu
piranno nel vedere il disincarnato fornito di una volontà che gli
permette di decidere la propria sorte futura, senza apparente
mente, tener conto del karma. Avrà motivo di stupirsi anche
per le occasioni da cogliere che si ripetono più volte nel corso
del viaggio nel Bar-do, come la “Liberazione” dalle reincarna
zioni, — il Nirvana — o come altre reincarnazioni felici.
Gli iniziati al rito del Bar-do dicono che le ripetizioni che si
zioni diverse di cui cercherò di condensare il senso.
Per prima cosa occorre tener presente il continuo avverti
mento dato all’ascoltatore del testo: il viaggio descritto nel Bar
do non è un viaggio reale, effettuato attraverso luoghi reali. Es
so traduce in immagini, i concetti che appaiono nella mente del
defunto. A costui non è somministrato nessun “nuovo alimen
to” (25), egli “rumina” semplicemente quelli, di tutti i tipi, che
ha precedentemente ingerito.
Ad un lama che aveva avuto, alla frontiera cino-tibetana,
contatti con missionari cristiani, io posi questa domanda:
— I Cristiani che seguono la religione di Issu (Gesù) an
dranno nel Bar-do?
— Certamente.
— Ma essi non credono nè agli dei lamaici, nè alle reincar
nazioni, nè a nulla di ciò che è descritto nel Bar-do Thòdol.
— Essi andranno nel Bar-do-, ma ciò che vedranno saranno
Issu, angeli, demoni, il paradiso, l’inferno ecc. Ritorneranno
nella loro mente tutte le cose che sono state loro insegnate, alle
quali hanno creduto. Faranno sorgere, davanti ad essi, visioni
che li terrorizzeranno: il giudizio, i tormenti dell’inferno. Le
immagini che popoleranno il sogno del loro viaggio e le imma
ginarie peripezie di costoro saranno diverse da quelle che cono
scerà un Tibetano, ma sarà la stessa cosa. Le “memorie” (26)
registrate nella vita dall’individuo, prenderanno forma e gli si
presenteranno sotto un aspetto di quadri viventi e, un Cristia
no, come un Tibetano, tenderà a considerare avvenimenti reali
episodi che si succederanno, solamente nella sua mente.
Le ripetizioni che si trovano nel testo sottolineano che nella
memoria del defunto, i ricordi, i pensieri che lo spaventano
danno vita ad allucinazioni con differenti immagini. In breve, il
viaggiatore è un ossessionato che gira e rigira nella propria
mente una limitata gamma di impressioni.
Questa è, almeno, una delle spiegazioni che mi è stata data.
In quanto alle cose che il viandante sembra libero di fare,
62
indipendentemente dalla legge del karma dobbiamo vedere le
numerose restrizioni che accompagnano le reiterate esortazioni
della guida espresse dall’intermediario del testo del Bar-do
Thòdol.
Vediamole: “Distogliti, se puoi" o meglio ancora: “Se le tue
inclinazioni non ti spingono a”..., ecc. ecc.
Notiamo dunque, attraverso queste, che il viaggiatore di
sincarnato è, come noi, sottoposto agli influssi delle sostanze
materiali e mentali di cui momentaneamente è composta la sua
essenza. Come noi egli reagisce attraverso i suoi istinti, o varie
abitudini che regolano il suo comportamento.
Tuttavia, gli insegnamenti enunciati nel Bar-do Thòdol
sembrano ben sottolineare che questo comportamento non è
sottoposto ad un rigido fatalismo. Alcune trasposizioni o com
binazioni possono effettuarsi nell’insieme di “elementali” che
costituiscono il viaggiatore, e dare la prevalenza a quelli di loro
che sceglieranno per lui una favorevole decisione.
Questa scelta si farà, come facciamo le nostre, sotto la dire
zione dello stato d’animo momentaneo dell’individuo.
Si potrà auspicare a costui qualche probabilità, ma mai una
certezza assoluta.
Un altro punto toccato nel Bar-do Thòdol è ulteriormente
da considerare.
Viene detto al morente:
“Ciascuna delle “coscienze” (27), che, unite hanno formato
la tua persona, per effetto degli organi fisici la cui materia è de
stinata a dissolversi, continuerà la sua funzione specifica”.
Il Bar-do Thòdol. tende ad attribuire un’eternità distinta
per ciascuna delle “coscienze” (28) che si separeranno?
Intende dire che ciascuna delle “coscienze” s’incarnerà in
un individuo i cui organi fisici gli serviranno nuovamente di so
stegno? Ciò equivarrebbe a considerare queste “coscienze” per
“individualità” che, avrebbero abitato il corpo del defunto tem
poraneamente e che, divenute senza dimora, andrebbero in un
63
modo o nell’altro, continuando la loro esistenza altrove? Que
sta opinione per il Buddhismo non è sostenibile. Nessuna “co
scienza” di forme e colori esiste senza l’unione dell’occhio con
forme e colori. È lo stesso per ciascuna delle coscienze unite, ri
spettivamente a ciascuno dei sensi. Ciò che noi chiamiamo “co
scienza” dicono i lama colti, è un processo mentale. Non è una
persona.
I Tibetani conservano però anche il concetto di multiple
reincarnazioni di una stessa personalità. Lo vediamo, espresso
dalle tre simultanee reincarnazioni della riconosciuta divisione
in: mente-parola-forma materiale (29).
Così intendiamo dire che la “mente” di un lama defunto è
rappresentata dal tulku, mentre altri due lama incarnano ri
spettivamente la sua “parola” e il suo “corpo”. Le due incarna
zioni: parola e corpo, sono poco note e, in ogni caso, è la rein
carnazione della “mente” che conta, la sola che è, in pratica,
considerata come il ritorno del defunto lama tra la gente e che
prende possesso del posto, del titolo e dei beni del suo prede
cessore. Che “riprende” cioè possesso di ciò che gli è apparte
nuto.
Che cosa avviene dunque delle “coscienze” che si dividono?
Non succede niente altro, dicono i lama competenti, di ciò che
accade in continuazione. L’energia delle diverse nature genera
te dalla nostra attività mentale si mescola al flusso di energia
generata da tutte le attività in azione nell’universo e si differen
ziano in questo serbatoio di coscienze: l’Alaya Vinana del Bud
dhismo mahayanico da cui usciranno nuovamente, in quanto
“memorie”, inclinazioni che susciteranno nuove correnti di for
ze, nuove attività.
Gira così la “ruota”: il samsara.
Malgrado ciò, ci viene detto che alcuni morenti si sforzano
di opporsi alla dispersione delle “coscienze” e che a volte, rie
scono a mantenerne l’unità, o meglio a farne predominare
qualcuna di esse e a proiettarle nelle nuove successive reincar-
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nazioni. Questo fatto si produce nel caso di un individuo che si
era sentito morire senza aver potuto portare al termine qualco
sa che gli stava a cuore, o semplicemente, che sperava di conti
nuare ciò che stava facendo e che temeva sarebbe stato trascu
rato dopo la sua morte. Molte altre ragioni sono anche enun
ciate come suscettibili di provocare questo desiderio di perpe
tuare un’attività particolare, in una nuova incarnazione.
Sono numerosi i Tibetani che credono che se il morente è
dotato di volontà e di potenza psichica sufficientemente forte,
riuscirà ad effettuare questa reincarnazione in modo totale
dando, così, vita ad un Tulku.
A questo riguardo vi sono molte opinioni differenti.
Abbiamo visto che la Reincarnazione totale di tutte le co
scienze, o una gran parte di queste, dopo il dissolvimento del
corpo fisico in seguito alla morte crea l’esistenza di un Tulku.
È raro che l’individuo considerato Tulku abbia chiaramen
te coscienza del suo stato. Tuttavia, pare, a volte, che lo mani
festi dando prova di memoria retrospettiva su fatti avvenuti
nella sua vita precedente. È certamente su questo genere di
“prove” che i Tibetani valutano l’autenticità di un Tulku
Esistono centinaia di Tulku in Tibet, in Mongolia e negli
altri paesi Buddhisti lamaisti; la loro rispettiva importanza va
ria con la posizione sociale o religiosa che occupava la persona
che ha iniziato la serie, a volte molto lunga, di queste successive
Reincarnazioni.
I tre più eminenti Tulku (30) sono: il Dalai-Lama, il Pent-
chen Lama e la Dama Grande Lama Dordji Phagmo, badessa
del monastero di Samding sulle rive del lago Yamdok, a sud di
Lhasa.
Si è scritto molto sulla personalità del Dalai-Lama, ma in
verità gli Occidentali non hanno nessuna idea di ciò che egli è
veramente per la dottrina ortodossa del Buddhismo tibetano.
Gli scrittori occidentali sono soliti gratificare il Dalai-Lama dei
65
nomi di “Dio vivente” — “Reincarnazione di Buddha” — “Ca
po spirituale di tutti i Buddhisti”, ecc. Un Dalai-Lama non è
nulla di tutto ciò. Non è un Dio incarnato, ed il Buddha che ha
raggiunto il Nirvana non s’incarna, non c’è nessuno tra i Bud
dhisti che occupi una posizione simile a quella del Papa nella
Chiesa cattolica romana. Nessuno ha facoltà di ordinare ad un
Buddhista se deve o non deve essere credente, o quali sono le
pratiche religiose che può adottare o se può astenersi dalle pra
tiche di rito. Ogni Buddhista può adottare, a suo piacimento, le
dottrine delle varie sette Buddhiste che gli sembrano migliori.
Un Buddhista di Ceylon non prova alcun sentimento di venera
zione per il Dalai-Lama. Piuttosto, pensa, che costui professi
un tipo di Buddhismo degenerato che ha poche caratteristiche
in comune con l’insegnamento originale del Buddha storico:
Siddharta Gautama.
Chi è dunque, di fatto, il Dalai-Lama per i Tibetani e per
coloro, mongoli o altri, che condividono le credenze dei Tibe
tani? Prima di tutto egli è una reincarnazione del suo immedia
to predecessore, ed attraverso lui un anello di una catena di
reincarnazioni che costituiscono la discendenza della serie dei
Dalai-Lama (il Dalai-Lama attuale, nel 1960, è il quattordicesi
mo nell’ordine di successione). È un errore credere che l’istitu
zione dei Dalai-Lama e il loro potere temporale risalgano a
Tsong Khapa (31), il fondatore della setta dei Gelug pa — che
costituiscono, attualmente la Chiesa di Stato. Nè Tsong Khapa
nè i suoi primi successori a capo del clero riformato (32) porta
rono questo titolo. Essi non esercitavano alcun potere tempo
rale.
Il titolo Dalai-Lama (Dalai in lingua mongola significa
“oceano”) fu conferito da Altan Khan, un principe mongolo al
terzo successore di Tsong Khapa: Sonam Gyatso (33).
Fu ancora un principe mongolo (Gushi Khan) che, essen
dosi autoproclamato protettore del quinto Dalai-Lama, vinse il
Principe della Provincia di Tsang (34) che si era impadronito di
66
Lhasa, e pose questo quinto Dalai-Lama: Mga wong Gyatso
come sovrano temporale delle Province centrali dell’U e dello
Tsang.
Le regioni vicine alla Cina: Amdo e Khams, non erano af
fatto sottomesse al suo potere benché annesse più tardi al Tibet
(35), il controllo del governo con sede a Lhasa non è mai stato
definitivamente consolidato in queste regioni la cui popolazio
ne è sempre stata animata da sentimenti fieramente indipen
denti.
Se i Tibetani considerano i Dalai-Lama reincarnazioni ripe
tute di una stessa personalità, non è per questo motivo che essi
godono dell’unanime venerazione dei fedeli del Lamaismo. —
Questo tipo di reincarnazioni a catena è il caso di tutti i Lama
tulku.
Questa particolare venerazione è basata sulla credenza in
un’intima, misteriosa unione della persona dei Dalai-Lama con
un personaggio mitico e simbolico del Buddhismo mahayanico:
il Bodhisattva Avalokiteshvara (in tibetano: Tchenrezig) (36).
È verso il 1650 che il quinto Dalai-Lama, che si era appena
insediato a Lhasa come sovrano temporale, pensò bene di ac
crescere ulteriormente il suo prestigio, attribuendosi una pa
rentela mistica con il mondo spirituale. Dichiarò di essere “abi
tato” dallo spirito di Tchenrezig.
Non può essere questione di “reincarnazione”. Il
Bodhisattva che appartiene ad un piano mentale (37) non muo
re, non è nato, non ha corpo materiale. È un concetto astratto
personificato.
Per la massa ignorante della popolazione tibetana,
Tchenrezig abita il Paradiso occidentale della Grande Beatitu
dine (Noub Dewa then) da cui è sempre pronto a soccorrere i
suoi devoti e in cui li accoglierà alla fine della loro esistenza ter
restre. Compito dei Lama è proiettare lo spirito dei morenti in
questo luogo di delizia.
Tornando alla persona del Dalai-Lama, il modo più corret
to di interpretare la sua posizione è quello di considerarlo un
avatar, alla maniera degli avatar indiani del Dio Vishnu:
67
Krishna, Rama e altri. Il Dalai-Lama non è nè un Dio, nè un’in
carnazione del Buddha storico; è un avatar di Tchenrezig.
Contemporaneamente alla sua nomina di avatar di Tchen
rezig, il quinto Dalai-Lama diceva che il suo vecchio maestro
era un avatar di Amithaba (in tibetano: Odphagmed). È da qui
l’origine della discendenza dei Pentchen Lama.
Facciamo notare tra l’altro, che molto tempo prima della
creazione del Dalai-Lama, il più grande Re del Tibet: Srong
bstan Gampo (641) era già stato considerato come un avatar di
Tchenrezig.
Affine alle teorie concernenti la reincarnazione per mezzo
del Tulku è quella del “transfert” (sempre sotto il nome di nam
she) di un individuo in un altro.
La morte, un periodo di tempo nel Bar-do ed una rinascita
non rientrano in questo caso.
Il transfert è chiamato powa. Abbiamo già parlato (38)
dell’unione di questo rito a quello della lettura del Bar-do
Thodol vicino ad un morente, visto che questa lettura a volte
non viene fatta per essere sostituita dal più breve procedimento
del powa. Esso ha lo scopo di aiutare il disincarnato nello sfor
zo che deve fare nel Bar-do per condurre a buon fine il proprio
viaggio e arrivarci nelle condizioni migliori.
L’emissione della sillaba Hick! con una determinata tonali
tà si dice provochi la fuoriuscita del namshe dalla sommità del
la testa del morente e quindi la subitanea proiezione di questo
namshe nel Paradiso della Grande Beatitudine.
Bisogna imparare, da un Maestro debitamente iniziato al
rito del powa, il modo in cui questo Hick! deve essere pronun
ciato. È necessario un lungo apprendistato per arrivare a dare
all’esclamazione il suono preciso da cui dipende la sua efficacia.
È prescritto che lo Hick! ripetuto tre volte presso un mo
rente, sia seguito dall’esclamazione Phat! (pronunciato Peth!)
Questa esclamazione deve essere emessa solo se si è certi che la
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morte è imminente ed irrimediabile, poiché il Phat! dopo lo
Hick! causa inevitabilmente la morte.
Certi Yogi tibetani usano, si dice, questo procedimento per
suicidarsi, proiettando la loro “coscienza” (namshe) o al Para
diso della Grande Beatitudine o dandole una differente destina
zione di loro gradimento.
Notiamo, infine, che gli Indù come i Tibetani, danno una
estrema importanza all’uscita della coscienza (namshe, jiva per
gli Indù, anima) dalla sommità del capo. La sua uscita attraver
so un altro punto del corpo, è considerata portatrice di una
reincarnazione peggiore.
È probabile che i Tibetani abbiano preso questa idea
dall’India. L’emissione del Phet! è anche usata come esorcismo
alla fine di certi mantra e pare abbia il potere di distruggere gli
spiriti maligni. D’altra parte Milarepa attribuisce a Phet! il po
tere di operare la riunione degli elementi producendo una co
sciente percezione degli oggetti, quando questi elementi si sono
dispersi. Phet! può essere considerato come un rafforzativo
dell’unità della persona quando questa unità minaccia di di
sgregarsi.
Associata alla teoria sul transfert della personalità (powa)
ne troviamo un’altra che sembra derivare dalla credenza taoista
cinese per la possibilità di rendersi fisicamente immortali.
Come abbiamo visto, nel powa c’è una parte sottile - imma
teriale o semimateriale - che, estratta da un individuo, è inne
stata su un altro individuo od introdotta in qualcuno che sia
stato preventivamente disposto a riceverla.
L’altro tipo di transfert è totalmente diverso. Si tratta del
passaggio di un individuo, dall’ordine di essere a cui appartie
ne, in un altro ordine. Non è detto che, per effettuare questo
passaggio, l’uomo debba morire o che, in altro modo, un prin
cipio sottile (spirito, anima, ecc.) debba allontanare la forma
fisica a cui era legato.
Per comprendere meglio questa concezione particolare dei
Tibetani, conviene ricordarsi del modo in cui essi si rappresen
tano il mondo.
69
I Tibetani hanno attribuito agli Indiani la teoria dei tre
mondi: mondo del desiderio: (Kama loka) mondo materiale,
dominato dagli istinti di possesso, di cupidigia; mondo della
pura forma: delle idee astratte (rupa loka) e mondo senza for
ma: (arupa loka) che è inconcepibile (39) alla mente umana.
Il mondo del desiderio, quello in cui noi viviamo, ospita sei
ordini di esseri: gli dei, i non-dei (specie di Titani avversari de
gli dei di cui ambiscono le dimore), gli uomini, i non-uomini
che comprendono numerose varietà di esseri: geni, fate di di
verse categorie, gli animali di tutti i tipi, gli esseri sciagurati che
per la loro natura sono stati destinati alla sofferenza (40). As
sociati a questi ultimi sono gli esseri che abitano gli inferi.
Nessuna di queste condizioni di esistenza è eterna. Gli esse
ri nascono, vivono temporaneamente e muoiono nei rispettivi
settori, poi rinascono nello stesso ordine di esseri che hanno
appena lasciato in un altro.
Non esistono barriere invalicabili tra questi diversi ordini
di vite. I loro abitanti si comportano continuamente, di solito
senza esserne consapevoli, così che non significa che a loro in
saputa questi contatti non siano seguiti da risultati, non abbia
no delle conseguenze.
Ora dunque, considerata la credenza in questa promiscui
tà, si può molto facilmente immaginare il passaggio, in circo
stanze eccezionali, di un essere in un altro ordine di essere come
quella di un uomo che si inserisca nella folla dei geni o delle divi
nità dopo averne acquisito le caratteristiche fisiche e psichiche.
Benché ammessa, in principio, questa trasmigrazione effet
tuata da un individuo da vivo è generalmente ignorata dalla
massa dei Tibetani. Soltanto qualche Maestro occasionalmente
ne parla nella stretta cerchia dei suoi discepoli.
In compenso nelle biografie delle più alte personalità di la
ma si riporta un altro genere di trasformazione. Essa consiste,
nella scomparsa, la “volatilizzazione” del corpo materiale. -
Il caso di Marpa e della sua sposa Dangmedma è molto no
to e rari sono coloro che dubitano che non si tratti di un fatto
realmente accaduto. L’erudito lama tantrico Marpa si sedette
70
in posizione di meditazione, tenendo Dangmedma nelle sue
braccia, entrambi si immersero in una profonda concentrazio
ne durante la quale la materia fisica del loro corpo si sublimò e
non si trovarono più che i loro vestiti, vuoti.
Lo stesso fenomeno è riferito a proposito di Reschungpa,
un discepolo dell’asceta - poeta Milarepa, di Guesar de Ling
(41) il capo dei guerrieri eroe del poema epico nazionale dei Ti
betani, e di altri ancora.
Il “Transfert” si compie anche per scopi diversi e con altri
mezzi. Questi sono tenuti molto segreti e fanno parte di un’in
segnamento esoterico che i Maestri in scienze occulte riservano
ai loro discepoli più vicini.
Certi processi di Transfert mirano ad assicurare la perenni
tà della vita cosciente di un individuo, cioè, quella del namshe
trasportando costui al di fuori di un corpo che ha cessato di es
sere per lui uno strumento utile, in un altro involucro corporeo
più adatto alle sue necessità e questo, senza che subentri la
morte. Con questo mezzo, l’interruzione causata dalla morte e
la comparsa del namshe in un altro involucro corporeo è evita
ta, con le relative conseguenze di: oblio, ecc. che avrebbe com
portato.
Il namshe dell’iniziato si colloca direttamente nel corpo di
un individuo da cui ha “scacciato” il relativo namshe o lo asser
visce assumendo il dominio dell’uomo in cui si è installato.
Si instaura così un fenomeno analogo a quello della posses
sione.
Il corpo abbandonato dal namshe può, allora, deperire len
tamente o morire improvvisamente.
Si può paragonare un tale avvenimento a quello in cui una
parte dell’insieme materiale e mentale di cui è costituita la sua
persona si disgrega prima del momento della morte. Questa
persona continua a compiere tutti gli atti normali della sua vita
abituale. Tuttavia essa non è più “interamente” presente nel
nostro mondo. Solo i chiaroveggenti iniziati alle condizioni oc
culte della vita percepiscono questo particolare stato. Tuttavia
la maggior parte dei Tibetani crede che esista, e accetta senza
71
troppo stupore le dichiarazioni che a volte fanno, i Lama chia
mati a presiedere i funerali di un individuo: “Quest’uomo era
già morto da due anni, tre anni o ancora di più”.
Sensazioni e fenomeni psichici provati da alcuni individui,
sembrano dar credito a queste bizzarre teorie.
La disgregazione degli elementi spirituali che uniti ai com
ponenti materiali costituiscono la persona vivente non si effet
tua probabilmente in una sola volta. Tutti gli Yogi tibetani: i
naldjorpa, dicono che si può avere “un piede in un altro mon
do” e più ancora, che parti della nostra personalità cosciente
possono vivere, nello stesso tempo, in differenti mondi, speri
mentando simultaneamente diversi modi di vita. Il Bar-do
Thodol, dicono alcuni, riflette le impressioni descritte da indi
vidui di questo genere. Ma torniamo al viaggiatore disincarna
to che cammina nel Bar-do.
Abbiamo visto che il namshe a cui il lettore del Bar-do Tho
dol prodiga i suoi consigli, non viaggia solo. Ha con sé un com
pagno che lo “trascina (42) e di cui si cerca di indurlo a sbaraz
zarsi perchè è d’ostacolo alla sua liberazione”. Questo compa
gno è un corpo sottile “impregnato di desideri che il disincarna
to ha avuto nella vita che ha appena lasciato”. Egli “ha una sete
ardente di sensazioni che ha conosciuto e che non può più pro
vare in mancanza di organi per mezzo dei quali queste sensa
zioni possono prodursi” (43).
Chi è questo compagno del namshe che è entrato con lui nel
Bar-do? Lo si definisce come il Djalus (hdjah lus).
Il Djalus è concepito come un’entità, se non immortale, al
meno con la facoltà di continuare ad esistere più a lungo del
corpo fisico.
Il termine Djalus è adoperato solo in letteratura ed i Tibeta
ni comuni non speculano sulla sua natura. Per la maggior parte
di essi, il multiforme namshe ricopre tutti i ruoli (44).
Letteralmente, Djalus significa un corpo fatto d’arçobaleno
(dja). Quest’appellativo è un modo poetico per definirne la na
tura sottile e illusoria, simile ai raggi di luce colorata di cui è
fatto l’arcobaleno (45).
72
Siamo tentati di chiamare questo corpo: un “doppio”
dell’individuo, simile al Ka degli Egizi. Doppio che, per questi,
era distinto dall’anima (Ba). È questa l’anima che era ritenuta
immortale, mentre il doppio) dipendeva, per la sua sopravvi
venza, dalle offerte che gli facevano i parenti — Ci sono delle
affinità con le credenze dei taoisti cinesi (46).
Benché la gran maggioranza di Tibetani non pensi a discu
tere sulla natura di un doppio e sulla differenza esistente tra lui
ed il namshe, questo doppio nondimeno ha una grande impor
tanza nello loro credenze.
Innanzi tutto, constatiamo che non gode di molte simpatie.
Se il namshe, nel Bar-do, è esortato a separarsi da lui, su questa
terra, i parenti di un defunto si affrettano a congedarlo ed usa
no nei suoi riguardi dei procedimenti semplicistici che fanno
pensare che essi considerino il doppio poco dotato di lucidità.
Mentre offrono al morto il pranzo funebre, gli raccoman
dano di nutrirsi abbondantemente per avere la forza necessaria
a compiere il viaggio difficile che dovrà affrontare, gli racco
mandano anche di guardarsi bene dal ritornare verso la sua ca
sa e dai membri della sua famiglia.
A questo proposito uno dei parenti o un anziano del del vil
laggio gli tiene un discorso di questo tipo (47):
“Ascolta bene, Tenzing (48), tu sei morto. Tu non hai più
nulla a che fare qui. Non c’è bisogno di te. Vai per la tua
strada. I tuoi creditori sono venuti (49). Hanno sequestra
to il tuo bestiame e i tuoi cavalli. Hanno preso i tuoi bam
bini per farne loro servitori, e così, recuperare un po’ di
quanto devi.
Tua moglie non è più in casa. È stata scacciata per consen
tire ai tuoi creditori di usare la casa o di venderla. Dato che
essa è ancora molto robusta per lavorare, Tseundup l’ha
presa con sé, per farla divenire la sua seconda moglie.
Se tu vedessi tutto ciò ti dispiacerebbe.
Ma non puoi impedirlo, né puoi più coltivare un campo,
né servirti degli attrezzi. È dunque inutile che tu venga a
73
gironzolare qui. Noi ti abbiamo nutrito bene, questo è suf
ficiente. Vai dove devi andare e non venire più a disturbare
nessuno.”
Si suppone che lo spirito - il doppio - del defunto creda a
queste menzogne e se ne vada. Però può succedere che non vo
glia, e allora, occorre chiamare un Lama, uno snagspa che co
nosce le formule magiche o, meglio ancora, se tutti falliscono,
un Bon, un adepto iniziato della religione pre-buddhista del
Tibet. Il suo “fantasma” che non si è potuto convincere con
l’astuzia, sarà trattato con le maniere forti. La potenza di riti
speciali vera usata contro di lui, come è adoperata contro i de
moni, e sarà cacciato via.
In tutte le nazioni si conoscono casi di abitazioni possedu
te, stregate, da anime in angoscia che compaiono ai membri
della propria famiglia. Ciò che avviene in Tibet di particolare
ha solamente gli scongiuri dei parenti dei defunti che ingiungo
no di allontanarsi da essi. (50)
È più interessante ciò che ci viene raccontato sulle manife
stazioni di doppio tra individui viventi.
I Tibetani ne citano differenti tipi:
Quelle volontarie.
Quelle involontarie.
Quelle durante le quali il corpo dell’individuo il cui doppio
si è dissociato solo in parte, rimane inerte: addormentato natu
ralmente o in stato di catalessi.
Quelle durante le quali, mentre il doppio manifesta un’atti
vità in un luogo più o meno distante da dove si trova il corpo
da cui è separato, questo continua a comportarsi normalmente.
Il doppio non è immateriale, ma la materia di cui è costitui
to è estremamente tenue. Di norma il doppio resta invisibile.
Quando diviene visibile, la sua forma è, abitualmente, model
lata su quella del suo corpo materiale.
Alcuni affermano che gli esseri umani non sono i soli a pos
sedere un doppio. Come loro, gli animali, le piante, tutti i corpi
74
che noi percepiamo sotto un aspetto solido, hanno unita a sé
una forma sottile.
Si esprimono diverse opinioni a proposito del doppio. Tra
le tante vi è quella che lo rappresenta come una emanazione na
turale sprigionata dal corpo o, anche, come un prolungamento
della sua estensione.
Benché di solito inattivo - o sembrandolo - il doppio pare
possedere una specie di propria individualità e giungere, a vol
te, a liberarsi della sua dipendenza dal corpo.
Normalmente, può farlo solo quando il sonno, sia soprag
giunto naturalmente, sia provocato artificialmente, allenta il
controllo che noi esercitiamo su di esso.
Coscientemente o no, l’uomo tiene il suo doppio prigionie
ro. Può darsi che il doppio porti in sé, un oscuro istinto di au
toliberazione.
Questioni di questo tipo sono sollevate dagli occultisti del
Tibet, ma la maggior parte dei loro compatrioti si limitano ad
annotare i curiosi fenomeni di cui vengono a conoscenza, senza
preoccuparsi di scoprirne il meccanismo.
Il doppio, liberato e divenuto visibile, pare abbia la facoltà
di comportarsi come una persona normale. Può anche, illudere
coloro che lo vedono, ma per di più egli erra invisibile per assi
stere senza che si supponga la sua presenza, agli episodi che a
volte alcuni individui riferiscono al loro risveglio.
Ho sentito raccontare da un contadino che, mentre lo si ve
deva addormentato a casa sua, era stato da un uomo ben noto
a coloro a cui narrava il suo racconto e che abitava in un villag
gio molto lontano da quello in cui abitava lui. Egli aveva visto
quest’uomo mentre vendeva un cavallo e questa vendita aveva
dato luogo ad aspri mercanteggiamenti.
Prese informazioni, tutti i dettagli del racconto, risultarono
esatti. Fatto particolare: le trattative sul prezzo del cavallo era
no continuate in modo insolitamente lungo perchè il comprato
re desiderava concludere l’affare senza dover aspettare il giorno
dopo poiché voleva portarsi via l’animale di buon mattino.
A quell’ora, il contadino che affermava di essere stato pre-
75
sente dal venditore del cavallo, era già addormentato.
Si sente molto spesso parlare di fatti analoghi. I Tibetani li
accettano senza dimostrare grande stupore.
Vedremo il loro sviluppo a proposito dei deslog.
Il termine deslog letteralmente significa: "tornato
dall’aldilà’’.
Non si tratta di “fantasmi” nel significato che diamo a que
ste parole in Occidente, poiché i deslog non sono morti.
Si tratta di uomini o di donne che sono rimasti in stato di
letargo per periodi di tempo insolitamente lunghi: più giorni o
più a lungo ancora.
Si citano eremiti contemplativi (dei gomchen) che sono ri
masti per parecchi mesi completamente insensibili, in samadhi
(51), ma il loro caso è molto diverso da quello dei deslog.
Molto diverso, anche, è il caso di quello degli Yogi indiani
che dopo un addestramento particolare, si sono fatti interrare e
sono stati rinvenuti vivi nella loro tomba, dopo un tempo che si
dice sia stato a volte, di vari mesi.
Tali fatti, quale che sia l’opinione che se ne ha, non riguar
dano i deslog.
Con essi, non c’è nessun addestramento, nessuna prepara
zione. Il fenomeno si produce in modo inatteso e involontario.
Un uomo, o una donna, si addormenta, diviene improvvisa
mente insensibile ed assume l’aspetto di un cadavere. Ne diffe
risce solo nel fatto che il suo corpo non si corrompe e che fini
sce per risvegliarsi.
Insomma, il caso dei deslog è analogo a quello degli indivi
dui che durante il loro sonno abituale, sembrano sdoppiarsi e
vagabondare con una parte di se stessi.
Solamente la durata anormale del loro stato catalettico li
differenzia da questi ultimi. Tuttavia, si può rilevare che men
tre i resoconti fatti da questo tipo di sognatori riguardano gene
ralmente luoghi terrestri e personaggi umani, i deslog descrivo
no regioni e personaggi fantastici cosa che fa pensare, a coloro
che li ascoltano, che essi abbiano veramente superato le fron
tiere di altri mondi che confinano con il nostro.
76
Spesso le peregrinazioni che il deslog dice di aver effettuato
. sembrano a quelle del namshe disincarnato nel Bar-do, come
abbiamo visto nel Bar-do Thòdol.
Altre descrizioni e altre avventure riflettono, anche, le cre
denze popolari sul paradiso e sull’inferno.
I demoni ne sono spesso protagonisti.
Abbiamo perciò motivi per credere che mentre il corpo ri
mane inanimato, lo spirito del deslog continua la sua attività e,
cóme nei sogni fabbrica immagini con gli elementi assimilati nel
corso della sua normale vita attiva.
Pertanto, chi potrebbe essere così temerario, da avere la
pretesa di poterci informare validamente sull’origine e la natura
dei pensieri e delle visioni che possono presentarsi alla mente
nel tempo più o meno lungo che passa tra l’istante in cui il mo
rente sembra aver già spezzato i suoi legami con il nostro mon
do e quello in cui affonderà, definitivamente nell’oblio e nell’in
coscienza? Ma incoscienza e totale oblio esistono davvero?
Ciò che è stato ieri, esiste adesso e sarà domani e, esisterà
sempre sotto forme differenti, conservando una sua “forza”.
Forse il deslog socchiude una porta su un magazzino di ri
cordi. Forse non è, forse non siamo, tutti noi, che ricordi viventi.
Ciò che è stato non può cessare di essere.
Comunque, i racconti dei deslog non consistono sempre in
viaggi fantastici.
Durante il mio soggiorno a Lhasa mi parlarono di un deslog.
Si trattava di un uomo che, era pubblicamente noto, non
era mai uscito dal suo villaggio. Nessuno dei suoi parenti né
quelli che conosceva avevano mai viaggiato. Tutti erano analfabeti.
Quest’uomo, svegliandosi dopo parecchi giorni di letargo
raccontò di essere stato in Mongolia, dove aveva assistito a una
dotta discussione tra Lama. L’uomo descriveva i luoghi dove si
era trovato, e ripeteva, senza capirle, intere frasi del convegno
a cui aveva preso parte. Gli argomenti che erano stati toccati gli
erano completamente estranei e andavano considerevolmente
oltre la sua comprensione. Egli ne aveva acquisito soltanto il
suono delle parole; non si era neppure accorto che i Lama
77
mongoli si servivano della lingua tibetana letteraria che, per gli
adepti del lamaismo, qualunque sia la loro nazionalità, ha il
ruolo che aveva un tempo, da noi, il latino.
Io non ho visto quest’uomo, ma persone attendibili, degne
di fede, ammettevano l’autenticità del racconto. Prese informa
zioni, effettivamente la discussione riportata aveva avuto luogo
nel corso di un’assemblea di Lama.
In casi di questo genere c’è spesso una tale aria di verità nel
la descrizione dei luoghi che il dormiente dice di aver visitato e
degli avvenimenti di cui afferma essere stato testimone che si fa
fatica a mantenere intatta la propria incredulità.
Evidentemente, ci si può sempre domandare — ed è saggio
farlo — se, nè l’uomo che ha sognato, nè qualcuno di coloro
con cui egli è stato in contatto, fossero in qualche modo, ben
ché non se ne ricordino, a conoscenza dei fatti riportati. La te
lepatia può avere un peso determinante in questo tipo di feno
meni come pare l’abbia in altre occasioni.
Benché gli involontari vagabondaggi del doppio abbiano
luogo generalmente durante il sonno dell’individuo a cui il dop
pio solitamente è unito, non sempre è così.
Le apparizioni di persone, in luoghi lontani da quelli in cui
si trovano realmente occupati alle loro normali attività, sembra
che in Tibet siano abbastanza frequenti. Io ne sono stata testi
mone di parecchie.
Ho citato in un mio precedente libro (52) quella che mi è
parsa più significativa. Ne riporterò qui, il brano che la riguarda:
“Un ragazzo che era al mio servizio se ne andò a trovare i
suoi genitori. Gli avevo concesso tre settimane di permesso, do
podiché, egli avrebbe dovuto acquistarmi delle provviste ed in
gaggiare dei portatori per trasportare i colli attraverso la mon
tagna.
Il ragazzo che dai suoi genitori si divertiva, prolungava la
sua assenza. Erano già trascorsi due mesi senza che egli ricom
parisse. Io credevo che mi avesse abbandonata definitivamente.
Una notte però, sognai di lui. Lo vidi abbigliato in un modo
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che non gli era abituale, con un cappello di forma europea.
Non ne aveva mai portato.
Il mattino dopo uno dei miei domestici venne di corsa a
cercarmi:
— Wangdu sta arrivando, mi disse, l’ho appena visto!
La coincidenza mi parve insolita e io scesi per guardare ar
rivare il viaggiatore.
Il luogo dove mi trovavo dominava una vallata. Vidi molto
chiaramente Wangdu. Era da solo e saliva il sentiero zigzagan
te sul versante della montagna.
Notai che non portava bagaglio con sé e il domestico che
avevo vicino mi rispose: «Wangdu avrà preceduto i portatori».
Anche altri due uomini videro Wangdu arrampicarsi sulla
montagna.
Il mio domestico ed io continuammo a guardarlo avvicinar
si fino a quando arrivò vicino ad un piccolo ciorten. La base di
questo ciorten era costituita da un cubo in muratura di circa 80
centimetri di lato e, compresa la parte superiore fino alla som
mità della punta terminale, tutto il monumento non misurava
più di 2 metri di altezza. Era costruito in parte di pietre, in par
te in terra battuta, il tutto completamente pieno, senza nessuna
cavità.
Il ragazzo passò dietro il ciorten e non ricomparve più.
In quel luogo non c’erano nè alberi, nè case, nè rilievi di
terreno, nulla al di fuori di quel ciorten isolato. Subito, il do
mestico ed io, presupponemmo che Wangdu si fosse messo a
sedere all’ombra del piccolo monumento. Poi, vedendo che il
tempo passava senza che questi avesse ripreso il cammino, esplo
rai i dintorni con l’aiuto del mio binocolo. Non vidi nessuno.
Dietro mio ordine, due del mio seguito andarono alla ricer
ca di Wangdu.
Io seguii i loro passi con il binocolo. Neppure loro videro
nessuno.
Lo stesso giorno verso le cinque del pomeriggio, Wangdu
apparve nella valle, a capo della sua piccola carovana. Portava
79
il vestito ed il cappello che gli avevo visto, prima nel mio so
gno, e poi nell’apparizione. Senza dir nulla di quest’ultima, sen
za lasciar loro il tempo di intrattenersi con i miei domestici, in
terrogai i portatori e lo stesso Wangdu. Dall’interrogatorio ri
sultò che tutti avevano passato la notte insieme in un luogo
troppo isolato perchè qualcuno avesse potuto venire da me nel
la mattinata, e che, d’altra parte, Wangdu era sempre rimasto
con loro.
Durante le settimane seguenti, ebbi modo di verificare
l’esattezza delle affermazioni che mi avevano fatto.
Fu provato che i portatori avevano detto la verità e garantito
che anche dopo l’ultima sosta Wangdu non li lasciò mai.»
Molti attribuiscono i fenomeni di questo tipo agli sposta
menti del doppio, ma altri sono inclini a vedervi, come nel caso
citato precedentemente, l’effetto di una trasmissione telepatica,
anche se involontaria.
Tanto è vero, dicono, che colui che si accinge a ricevere la
trasmissione o visualizza l’esatta immagine che è mentalmente
proiettata verso di lui, o la deforma aggiungendoci inconscia
mente degli elementi suoi, mescolati a idee, a «memorie» che si
trovavano in quel momento, registrate nelle sua mente.
È estremamente raro che queste apparizioni diano luogo a
fenomeni acustici. Generalmente, il doppio, di solito è silenzio
so.
Così come l’esistenza e la natura del doppio hanno dato
luogo a numerose controversie, un’altra questione che lo ri
guarda ha, lo stesso, destato l’attenzione di alcuni studiosi tibe
tani.
Il doppio, obbediente ad impulsi emessi dall’individuo a cui
è legato, può commettere azioni materiali buone o cattive, ma
nifestandosi tangibilmente?
La massa ingenua dei Tibetani è certa che un mago iniziato
possa uccidere con la forza del pensiero, e che conservi un po
tere di questo tipo anche dopo la morte, ma gli adepti Tibetani
introdotti alle scienze occulte non si precipitano a trarre con
clusioni su questo argomento.
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Il doppio può, nei suoi vagabondaggi, abbandonarsi ad
una attività efficiente? — Lo fa come strumento di una volontà
estranea? — Potrebbe sviluppare una sua personale volontà?
I pareri a questo proposito, sono divisi.
Al di fuori di discussioni puramente accademiche su queste
questioni, alcuni sono convinti che gli atti a cui si abbandona
no nei loro sogni di deslogs o nei loro sogni, durante il normale
sonno quotidiano, abbiano degli effetti concreti. Alcuni di que
sti effetti sono evidenti, altri restano nascosti.
Un mercante del paese di Kham si era così persuaso di ave
re ucciso suo fratello.
I motivi del suo gesto erano semplici.
Quest’uomo era il figlio minore di una famiglia contadina,
ed ambiva a smettere di fare il coltivatore per darsi al commer
cio e arricchirsi. — È questa l’aspirazione di quasi tutti i Tibe
tani.
Il giovane chiamato Tharchin aveva avuto modo di lavora
re un po’ per un ricco mercante che abitava nei pressi di Dangar
e di passare così parecchi mesi nella sua casa.
Venuta l’epoca in cui i mercanti partivano in carovana per
Lhasa, egli avrebbe voluto essere ingaggiato dal suo padrone
come aiutante per accompagnare il convoglio delle mercanzie.
Che cosa successe? Accadde che, fu scelto suo fratello per
accompagnare il mercante e, in qualità di primo commesso, per
assisterlo nelle sue transazioni a Lhasa.
Costui pareva aver preso a benvolere il nuovo impiegato e
il minore, avvilito, subito immaginò quale risultato sarebbe
scaturito da questa preferenza.
Il mercante non aveva figli, ma soltanto una figlia dal pia
cevole viso in età di sposarsi. L’uso voleva che il padre, per far
la usufruire dopo la sua morte, dei beni che aveva accumulato,
le assegnasse per sposo un ragazzo di sua scelta, considerato,
da lui, capace di succedergli alla guida degli affari e degno così
di essere nominato suo erede.
Se il cadetto si credeva intelligente, non sottovalutava però
le capacità del fratello maggiore, e presagiva che questi avrebbe
81
potuto essere scelto, più tardi, come genero ed erede dato che
era appena stato nominato primo commesso.
E allora? Egli avrebbe dovuto ritornarsene alla sua misera
fattoria, e coltivare tre o quattro campicelli fino alla fine della
sua vita ...Non avrebbe mai potuto accettarlo.
Un odio feroce crebbe in lui, contro il fratello, perchè si ve
deva già privato di un bene che aveva sperato, un domani, di
possedere.
Venne il giorno della partenza. I muli carichi di mercanzie
si allontanarono guidati da alcuni servitori. Il mercante e il suo
primo commesso li seguivano cavalcando gli animali migliori.
Gli fu augurato loro buon viaggio. Essi risposero allegramente,
e quelli che rimasero li seguirono con gli occhi fin quando
scomparvero alla loro vista.
Il cadetto era tra questi.
La sera stessa egli partì, senza alcun piano premeditato,
tornando come un automa alla casa paterna. Non si fermò se
non dopo qualche giorno di marcia, rimuginando in continua
zione sulla sua decisione. Arrivò estenuato, in preda a una vio
lenta febbre e si lasciò cadere sui miseri cuscini che servivano
per sedersi e per dormire.
Il giorno dopo era quasi incosciente e bevve a fatica un sor
so di tè che sua sorella gli versò. I suoi genitori cercarono inva
no di fargli prendere un po’ di cibo. Egli li guardava con occhi
sbarrati, come se non li vedesse. Rimase in questo stato per tre
giorni, poi nella serata, morì.
Furono chiamati due Lama per recitare, vicino al corpo, i
testi religiosi d’uso nell’attesa del giorno del funerale. Non
c’erano alberi nella regione, perciò non si poteva fare il rogo.
L’usanza voleva che il corpo del defunto fosse trasportato in un
luogo appartato sulla montagna e lasciato ai rogyapa che lo
avrebbero squartato, per timore che ne prendesse possesso
qualche demone, abbandonandone i pezzi agli avvoltoi.
Essi sarebbero tornati poi qualche giorno dopo, ne avreb
bero raccolte le ossa pulite dai rapaci e pestate; con la polvere
82
ottenuta mescolata all argilla, ne avrebbero confezionato dei
tsa tsa che la famiglia del defunto avrebbe deposto in un luogo
puro.
Piuttosto che provare a raccontare io il dramma che accad
de, preferisco riportare, come lo ricordo, il racconto fantasti
co, e piuttosto incoerente, fattomi da colui che, molti anni pri
ma ne era stato il protagonista:
“È certo che io ero ubriaco, lo sapevo. Mi era accaduto più
di una volta di bere con degli amici fino ad ubriacarmi, sapevo
come ci si sente. Ma quel giorno, non mi ricordo nè di aver be
vuto nè di essermi trovato in piacevole compagnia. Eppure io
ero ubriaco. Mi pareva di dondolarmi ...di dondolarmi. Non
finiva mai.
Io sentii un leggero colpo, e i dondolìi cessarono.
Poi di più non so...
Mi ricordo che in seguito pensai a mio fratello... Lo vidi al
lontanarsi con fierezza vicino al mercante. Egli proseguiva la
sua strada per Lhasa.
Dov’era arrivata la carovana in quel momento? Mi sforza
vo di contare i giorni che erano passati dalla partenza, non ci
riuscivo, ma sapevo che l’avrei raggiunta sulla pista.
Io ero sdraiato o seduto?... Non ne so niente, nè so se mi
alzai... Non ricordo, ma improvvisamente mi ritrovai sulla pi
sta per Lhasa ed avanzai rapidamente. Camminavo? Non lo so.
Raggiunsi la carovana. Era entrata in un luogo più angusto e i
muli costeggiavano i bordi di un terreno sassoso che si estende
va molto più a valle. Avanzavano in fila. Vidi mio fratello ri
manere un po’ indietro. Indossava il suo bel vestito di puruc
che gli aveva regalato il suo padrone.
Ah! Avrebbe fatto bella figura tra i mercanti che lo avreb
bero incontrato a Lhasa! E d’ora in poi egli sarebbe stato
Kushog tsongpa, più tardi Kushog tsong pan, (53) ricevuto con
rispetto nelle buone locande... egli è ciò che io avrei potuto es
sere... e io non sarò che uno sporco contadino. Mi ha rubato la
mia fortuna; rubato la felicità della mia vita... Il dorso del suo
spesso vestito di puruc mi affascinava.
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Come fu che mi trovai vicinissimo a lui, dietro di lui?... Co
me fu che io ebbi in mano un lungo bastone ferrato da viandan
te? Non lo so. So che alzai il bastone dalla punta ferrata e pic
chiai due volte con forza la schiena di mio fratello. Egli cadde
da cavallo e rotolò dall’alto del sentiero fino al terreno che si
estendeva molto più in basso.
Vidi accorrere molti domestici... e poi vidi che lo riporta
vano su. C’era il padrone. Avevano disteso mio fratello per ter
ra... non si muoveva... Capii che era morto... Lo avevo ucciso
io...
Non so bene... Credo che fossi contento, e anche spaventato.
Io non avevo saputo come, tutto a un tratto, mi fossi trova
to vicino al convoglio di mercanti che erano in viaggio da più di
un mese e che doveva già essere lontana. E non so come ho la
sciato il luogo dove mio fratello, che io avevo picchiato, era ca
duto dalla mula.
Albeggiava, vidi il cielo sopra di me, sentii che ero addor
mentato. Avvertii di essere disteso per terra. Girai un poco il vi
so. Ero in un solco di terra. Appollaiati più in alto c’erano mol
ti avvoltoi immobili. Mi guardavano.
Io mossi un braccio, volarono via.
Credo che nel fare tutto ciò sia passato molto tempo.
Ma è soltanto ora che io penso questo, perchè ci ho riflettu
to.
In quel momento così all’improvviso io non pensavo. Poi
quando ho cominciato a riflettere, mi sono detto che ero morto
e che ero nel Bar-do. Ma non vedevo nulla di ciò che dice il li
bro del Bar-do... Nè i Bodhisattva, nè gli dei terribili, simili a
quelli che sono dipinti sulle pareti dei templi. Io non avevo vi
sto niente di tutto questo. Io non ero morto.
E, tutto ad un tratto, mi ricordai: avevo picchiato mio fra
tello con il bastone, egli era caduto... Io l’avevo ucciso. Non
ero dispiaciuto, ma avevo paura... Avevo commesso un crimi
ne.
Mi accorsi allora di essere nudo. Era strano. E come mai
ero disteso per terra in quel luogo invece di essere alla fattoria?
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Ero sdraiato, di questo me ne ricordo, e mi ricordo di aver vi
sto partire il convoglio di mercanzie del mercante mio
padrone”.
Molti anni dopo questi avvenimenti quando Tharchin lo
raccontava, la sua memoria ancora si rifiutava di ricordare che
cosa poteva essere accaduto tra il momento in cui egli rammen
tava di essere rientrato alla fattoria dopo la partenza del fratel
lo, per accompagnare il mercante, e quello in cui egli aveva ri
preso conoscenza disteso, nudo, in una fossa in montagna cir
condato da avvoltoi.
Ma di quanto era avvenuto in seguito, se ne ricordava chia
ramente.
Era tornato alla fattoria, dove era stato accolto da urla di
spavento.
Ro lang! Ro lang! (54) Urlavano le persone gettandogli pie
tre e tizzoni ardenti estratti dal focolare.
Invano provò a spiegare, protestando, che non era morto,
che lo era solo sembrato, che egli era deslog.
Non venne ascoltato. Le persone si ripetevano tra di loro
che il suo cadavere era stato affidato ai rogyapa per essere
smembrato, che costoro avrebbero dovuto farlo per poi andare
a raccogliere le ossa spolpate dagli avvoltoi per farne degli tsa tsa.
Erano trascorsi molti giorni. I rogyapa non erano ancora
tornati. Perchè? Non se ne sapeva nulla. Ciò che era sicuro era
che un demone era entrato nel corpo lasciato intero e lo aveva
rianimato... Le persone si interpellavano a vicenda, ma tutti,
resi folli di terrore vedendo colui che consideravano un demo
ne, continuavano a urlargli esorcismi e a lanciargli pietre.
Tharchin era fuggito.
E poi?... Poi era corso dritto avanti dove aveva incontrato un
accampamento. Temeva che si sbagliassero ancora sul suo con
to, così si era presentato umilmente come un cavaliere che,
viaggiando solo, era stato assalito da predoni che lo avevano
completamente derubato portandogli via il cavallo e spogliato
di tutti i suoi vestiti.
Simili avventure non hanno nulla di eccezionale. Ebbero
85
pietà di lui, essendo viaggiatori ricchi, lo equipaggiarono di un
po’ di viveri, e provvisto di un vecchio vestito e di stivali, fu la
sciato proseguire per la sua strada verso il luogo dove aveva ri
tenuto opportuno dire che andava.
Il resto era la storia banale di un povero diavolo che il co
raggio e la buona fortuna aveva portato a rifarsi un’esistenza
normale, egli era ridivenuto domestico di un mercante, e poi
aveva trafficato un po’ per conto proprio.
Ciò che, nel suo racconto aveva dell’interesse, era la con
vinzione che si era radicata in lui, di essere l’assassino di suo
fratello.
Avrebbe potuto informarsi di ciò in seguito. Questi era ve
ramente morto come nella visione. Di certo era caduto dalla
mula, era rotolato su un pendio scosceso urtando la testa con
tro le rocce. Era morto sul colpo.
La storia di questo deslog è adatta ad alimentare le discus
sioni circa la possibilità, spesso controversa, che avrebbe il
doppio di compiere atti con un effetto materiale.
Coloro che ammettevano questa possibilità ne trovavano
conferma nella storia di Tharchin, il deslog, gli altri ne faceva
no, ancora una volta, una questione di telepatia.
Sì, dicevano, c’è stato un incidente mortale. Tharchin, il
cui pensiero invidioso era interamente concentrato sul fratello,
auspicandone la morte, è entrato in comunicazione telepatica
con lui. Chissà se i suoi pensieri non hanno agito sotto l’in
fluenza del fratello, sofferente, provocandogli un malessere che
lo ha fatto cadere? Per lo stesso motivo ha potuto sentire cosa
succedeva, visualizzarlo, gioirne, ed attribuirsene la responsa
bilità.
In quanto a me, le mie riflessioni si indirizzavano in un’al
tra direzione. Mi chiedevo come fosse stato possibile, per
Tharchin, non essere smembrato dai rogyapa.
Essi lo avevano trasportato, questo mi pare emerga dai
dondolìi che Tharchin benché apparentemente insensibile, ave
va percepito, e poi i rogyapa l’avevano spogliato, dopo aver
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preso i suoi averi. È per usanza, un loro diritto. Ma dovevano
essere stati impediti dal compiere il loro dovere... Da chi? Co
me? — Nessuno è molto sicuro, in Tibet, neppure i professio
nali rogyapa, trovandosi vicino ad un cadavere, poiché i demo
ni gli circolano attorno. Poteva essere accaduto un qualsiasi in
cidente da loro interpretato come un intervento demoniaco ed
essersene fuggiti.
Non erano che mie supposizioni. Erano plausibili. Non ero
in grado di inoltrarmi in ricerche su fatti vecchi di circa trent’an
ni prima e di cui mi interessava solo l’atteggiamento dell’uomo
che credeva di avere ucciso per mezzo del suo fantasma.
I tempi di durata delle reincarnazioni si propongono diver
samente a seconda che si tratti di doppio o di tulpa (55).
Prima di tutto, vediamo che quando usiamo il termine rein
carnazione, intendiamo, dopo il senso letterale della parola, un
“ritorno nella carne”. La parte spirituale di un defunto (quella
che chiamiamo il suo “Io”) privata, con la morte, dell’involucro
materiale che la proteggeva si riveste di un nuovo involucro.
I Tibetani non parlano di “ritorno nella carne”: essi dicono
semplicemente “vita anteriore”, “vita futura”; essi perciò ten
dono a concepire, sotto qualsiasi aspetto, due vite tra le quali si
pone quella che in quel momento è la loro.
La maggior parte dei Tibetani si raffigura la propria vita
anteriore e quella futura rispettivamente come vita già passata
e ancora da trascorrere; quali membri dell’una o dell’altra delle
sei categorie di esseri che popolano l’universo (56) essi credono
cioè, di essere stati e di dovere ancora essere una personalità
autonoma (un namshe) rivestita di un involucro materiale.
Non pensano così alcuni intellettuali. Questi si prefigurano
rinascite di tipo immateriale: ri-nascita nel mondo delle idee:
perennità delle idee che sono state comunicate agli altri in un
modo o nell’altro o anche semplicemente concepite in segreto.
Benché non manifestate apertamente, queste idee non ri
mangono inattive. Qualsiasi modifica del nostro stato mentale
(57) proietta, nell’universo, delle correnti di forza idonee ad in-
87
staurare negli individui predisposti a riceverle, delle tendenze
che indurranno costoro ad intendere e agire in modo più o me
no conforme a quello di colui che ha emesso questa forza: per
sonalità di defunti o di contemporanei.
Andando oltre, nelle piccole cerchie dove si discute di simili
argomenti alcuni avanzano la possibilità — o la probabilità —
della reincarnazione dei pensieri, effettuata mediante la nascita
di individui direttamente animati dal tipo di pensieri di defunti
o di viventi.
Si tratterebbe pressappoco di ciò che i Tibetani dicono che
accada nel caso dei Lama tulku. Quelli che gli stranieri chiama
no impropriamente dei “Buddha viventi”. Il Dalai-Lama sareb
be la più ragguardevole reincarnazione di questo tipo.
Pertanto, per ciò che riguarda queste successioni di tulku la
credenza vuole che il namshe: la mente di un personaggio emi
nente, abbia iniziato la serie di reincarnazioni ricomparendo
nel nostro mondo, dopo la morte, per mezzo di un bambino di
cui egli avrebbe occupato la forma fisica al momento del con
cepimento.
Al contrario, la morte non ha un ruolo determinante nella
reincarnazione del pensiero. Il pensiero trasmesso da un indivi
duo vivente non ha bisogno che costui scompaia per andare a
possedere qualcuno nato da poco. Esso può anche indurre in
dividui di sesso diverso, ad unirsi per procreare un essere, che
influenzerà e che lo rappresenterà, manifestandolo sul piano fi
sico. Questa teoria attribuisce, di fatto, al pensiero, una vera
personalità.
Esso è infatti l’equivalente di un vero individuo dotato di
una coscienza e di una volontà (58) somigliante a colui che l’ha
concepito e definito dalla forza del suo desiderio di eternità.
L’ingegnosità dimostrata da questo desiderio di sopravvi
venza che ossessiona la maggior parte di noi è senza limiti.
Sono innumerevoli le concezioni partorite per avere la cer
tezza della durata di un “Io” personale, tuttavia essenzialmente
transitorio, per vedersi assicurata l’immortalità.
88
La successione di cause e di effetti che comportano le rein
carnazioni o le rinascite fisiche o mentali, ci riportano verso un
argomento che abbiamo già toccato:
Per noi il doppio o il tulpa ,è capace di effettuare un atto
materiale seguito da tangibili risultati?
Abbiamo visto che alcuni ne sono persuasi, basandosi su
fatti precisi che sembrano confermare la loro presenza e giusti
ficarla.
Che cos’è un tulpa?
Un tulpa è una creatura magica. L’adepto iniziato alle
scienze occulte è considerato in grado di proiettare, con la for
za della concentrazione del suo pensiero, dei tulpa di forma
umana o animale utilizzati a seconda delle proprie necessità,
spesso per fare eseguire loro azioni che non può desiderare o
immaginare egli stesso.
Nelle tradizioni e nelle leggende vediamo dei tulpa compor
tarsi come normali individui. Essi sono considerati capaci di
uccidere un uomo, di coltivare un campo, di sposare una ragaz
za, ecc. Vediamo inoltre, altri tulpa compiere atti straordinari
che provengono dalla magia. Niente è loro di ostacolo. Essi
raggiungono istantaneamente le montagne levandosi in aria,
passano attraverso i muri, compaiono e scompaiono senza la
sciare traccia, ecc.
Non soltanto i tulpa sono presenti nelle biografie dei Lama,
degli eremiti contemplativi, e degli eroi come Guesar de Ling
(59), ma anche, in quelle delle personalità storiche come il più
famoso dei re del Tibet: Srong bstan Gampo.
Citerò qui un passo di questa biografia.
Srong bstan Gampo pensò che per garantire la prosperità al
Tibet, sarebbe stato bene portarvi la statua di un dio protetto
re. Era stato miracolosamente informato che una tale statua
esisteva nell’isola di Ceylon, sulle sponde dell’oceano. Questa
statua rappresentava Tchenrezings (60). Nessuna mano umana
ne era stata l’autrice, essa era sorta da sola (61). Era nascosta,
sotto un sandalo, dietro una statua di Vishnu, in un luogo dove
gli elefanti erano soliti andare a dormire.
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Questa indicazione era piuttosto vaga: il re comprese che
non poteva intraprendere egli stesso un lungo viaggio e ricerche
prolungate e che un tulpa sarebbe stato più adatto di lui o di
qualsiasi altro, a superare gli ostacoli che avrebbe incontrato
sulla sua strada.
Generato dalla forza di questo pensiero del re, un perso
naggio scaturì dalle sue sopracciglia, nel punto dove queste si
avvicinano sul naso. Questo individuo magico aveva l’aspetto
di un monaco buddhista (62). Venne chiamato Akaramatishila
e, con questo nome, ebbe una carriera molto attiva e di lunga
durata che ci è narrata dagli storici tibetani (63).
È inutile dire che Akaramatishila riuscì a scoprire la statua
e che la portò a Srong bstan Gampo. Egli compì ancora altre
missioni; essendo, poi, esaurito il suo ruolo, il re ritirò da lui
l’energia che aveva sostenuto l’esistenza del tulpa·, questi si di
sgregò, diluendosi in un raggio di luce e svanì tra le sopracciglia
del re, tornando alla sorgente psichica che lo aveva generato.
L’esempio dato dalla storia del tulpa creato da Srong bstan
Gampo (ve ne sono centinaia d’altre analoghe) ci informa esau
rientemente sull’opinione dei Tibetani a proposito della capaci
tà che hanno i tulpa d’agire come un vero individuo ottenendo
ne gli stessi suoi risultati.
Fermiamoci un istante su questo termine vero che io uso
impropriamente non avendone trovato un altro più adatto.
Dalle Lettere tibetane si sa che esistono diversi aspetti e diversi
gradi di realtà. Un tulpa, creazione del pensiero, possiede un
suo genere proprio di realtà. Se ne deduce che gli effetti della
sua attività possono avere un grado di realtà simile alla sua o
avvicinarsi a quella dei personaggi e degli oggetti che noi vedia
mo in sogno.
Questi determinano in noi sensazioni analoghe a quelle che
proveremmo se le scene viste nel sogno fossero state come
quando eravamo in stato di veglia. Queste sensazioni persisto
no, a volte, dopo il nostro risveglio, e i Tibetani non mancano
di citare a questo proposito il caso dell’uomo che sognò di esse
re bastonato e che il giorno dopo si sentì tutto indolenzito (64).
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Gli atti compiuti da un tulpa ci sono spesso presentati come
atti assai durevoli simili agli atti compiuti da individui normali.
Qualunque sia il grado di realtà che si crede di poter attri
buire ad un tulpa, ne risulta che costui, creato dal pensiero e
sostenuto da questo, dovrebbe scomparire quando questo pen
siero cessa di animarlo. Abbiamo visto che il tulpa Akaramati-
shila si era dissolto quando il suo creatore, il re Srong bstan
Gampo non aveva più avuto bisogno dei suoi servigi.
È sempre così?...
Ci è stato detto, precedentemente, che il “doppio” e, più
ancora, il tulpa tendono gradatamente ad acquisire una perso
nalità distinta da quella dell’individuo da cui essi dipendono e
che a volte più o meno parzialmente, vi riescono.
Allora, diciamo, la stessa sete di eternità che vive in noi, si
risveglia nella coscienza rudimentale che può essere nata in es
si, e fantastiche lotte hanno luogo tra il tulpa e il suo creatore
che si sforza di riportarlo a sé.
Che tali lotte avvengano nel regno dell’immaginazione è
probabile, ma se, a mio avviso, non esiste alcun esempio pro
bante di “doppio” che abbia ucciso il suo associato, il corpo
materiale a cui egli era unito, per contro, abbondano in Tibet i
racconti su tulpa uccisi dai loro creatori.
Racconti simili, riguardanti automi che li hanno costruiti,
esistono in tutti i paesi del mondo, ma quelli del Tibet sono
particolarmente spaventosi, soprattutto quelli che descrivono
combattimenti sviluppati sul piano psichico. Proprio perchè ne
è escluso l’elemento materiale, essi attirano la nostra attenzione
per le loro caratteristiche di autenticità.
Benché ci si renda conto che ci si muove qui nel regno del
fantastico, può darsi che liberando i fatti degli “abbellimenti”
di cui l’immaginazione popolare li ha ricoperti, vi si possa sco
prire materiale per ricerche d’ordine psichico non prive di inte
resse.
A questo proposito segnalerei un’opinione che ho inteso
esprime da un gueshe di Khams (65):
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“Non bisogna, diceva questo Letterato, raffigurarci sempre
i tulpa come esseri fantastici. Sì, alcuni tra loro, hanno potuto
essere stati veramente creati in tutti i loro componenti dalla for
za del pensiero ed hanno compiuto gesta straordinarie, ma ne
esistono molti altri. Questi non si distinguono dagli individui
che frequentiamo giornalmente. Pertanto essi non sono per la
maggior parte del tempo, e senza sospettarlo, che robot anima
ti da influenze estranee (66). Il loro caso ricorda quello di que
gli individui che i Tibetani descrivono come svuotati della loro
propria mente e la cui forma fisica sia stata occupata nel corso
del rito della trasferenza (powa) (67) da un namshe che ha per
duto la sua”.
La descrizione fatta da questi gueshe si applicava al feno
meno della trasmissione del pensiero.
L’individuo trasformato, più o meno parzialmente, in tulpa
aveva assimilato il pensiero estraneo ascoltando un discorso,
leggendo un libro, o durante una conversazione. Molto spesso
questo innesto si era effettuato in lui senza che egli ne avesse
coscienza, e allorché delle idee, delle convinzioni acquisite, ra-
dicate in lui, determinavano il suo comportamento, egli si con
siderava “come del tutto libero di agire a suo piacimento”.
Il mondo è pieno di tulpa di questo tipo.
È possibile che il mondo contenga solo tulpa?...
Nessuno di noi è autonomo. Siamo fisicamente e mental-
mente il risultato di cause anteriori, e incarniamo tendenze e
pensieri estranei: è precisamente ciò di cui è costituito il tulpa.
Eccoci toccare qui di nuovo, il problema dell’immortalità,
ed occorre ripetere che: nessuno degli elementi che formano,
oggi, l’insieme chiamato “Io” morirà.
Questi esistevano molto tempo prima di essere uniti assie
me per costituire questo “Io” attuale e transitorio.
I Maestri Tibetani insegnano ai loro discepoli a vedere que
sto “quadro” della loro vita eterna.
I Tibetani ammettendo che il tulpa e, forse anche il “dop
pio” siano in grado di compiere atti che producono effetti con-
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creti sul piano materiale, non risolvono però la questione della
responsabilità.
Chi è responsabile di un atto commesso da un “doppio” o
da un tulpa?
Questa parola “responsabilità” vuole una spiegazione. Co
me sempre occorre distinguere tra la credenza, a questo propo
sito, del Tibetano o dell’indiano comune da quella degli intel
lettuali dei rispettivi paesi.
Tra i primi, responsabilità evoca idee di ricompense e casti
ghi. Tra i secondi, l’autore responsabile di un atto materiale o
di un atto mentale (pensiero, ecc.) subirà soltanto gli effetti del
la causa che è stata messa in movimento dal suo atto materiale
o dal suo pensiero, risultando questi stessi somme di cause an
teriori.
Eccetto gli intellettuali nessun Tibetano mette in dubbio la
responsabilità dell’uomo per gli atti commessi dal tulpa creato
dal suo pensiero e da lui utilizzato come strumento per realizza
re i suoi progetti.
D’altra parte, il “doppio” è componente integrante dell’in-
dividuo, cioè è “lui stesso”; Colui che crea il suo “doppio”, è lui
che lo crea: è dunque su di esso che ricade la responsabilità.
È veramente sempre così? Ricordiamoci ciò che è stato det
to sui “doppi”, e soprattutto, sui tulpa che tendono a liberarsi
della loro dipendenza verso i propri creatori o della loro dipen
denza dall’individuo a cui essi sono legati. Ricordiamoci la ten
denza ad acquistare una distinta personalità, come vi arrivano
a farlo e cosa ne segue. Ci sono tanti fatti che i Tibetani danno
per certi.
Per questo, il problema della responsabilità si complica.
Cosa accade quando si tratta di un “doppio” particolarmente
autonomo dal controllo dell’individuo di cui fa parte che se ne
va errando lontano di propria iniziativa? Cosa ne è del tulpa
che si è staccato dal suo creatore, che non agisce più secondo
gli impulsi che riceveva, del tulpa che gli sopravvive?
Queste domande danno luogo a molte controversie alimen
tate dai Lama eruditi, peraltro, poco numerosi.
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Una questione più speciale, tra quelle che abbiamo appena
enunciato, riguarda i sogni.
I Tibetani credono che questi siano dovuti ai vagabondaggi
del “doppio” che il nostro stato di passività, libera in parte, du
rante il sonno.
Tsong Khapa, il Riformatore del clero tibetano (68), fon
datore della setta dei Guelugspa (69), non esita a dichiarare che
le azioni che commettiamo in sogno, implicano, per noi, dal
punto di vista morale, le stesse conseguenze di quelle compiute
in stato di veglia.
Altri vedono la questione in modo diverso.
Le azioni commesse in sogno, dicono, non implicano nè
colpevolezza nè attribuzione di meriti. Esse riflettono le nostre
tendenze abituali, i nostri desideri, i nostri pensieri al momento
del sogno, e denotano allo stesso modo, il contenuto del nostro
“Io” intimo, la composizione transitoria del nostro essere. Ana
lizzare i nostri sogni è istruttivo e ci insegna a conoscerci.
Ma che cosa accade delle azioni che commettiamo nel so
gno, dei sentimenti che manifestiamo? Non hanno nessun con
seguenza? Non bisogna crederlo.
Nulla di ciò che appare, di ciò che si manifesta, su di un
piano o su un altro dell’esistenza può essere cancellato, annul
lato. Tutto si trasforma continuamente, niente è duraturo, e
nello stesso tempo niente si distrugge. Gli elementi degli eventi
che vediamo in sogno, i personaggi che incontriamo, le azioni
che commettiamo sono parti di noi stesse, legate alle molteplici
cause che ci hanno formati, alle cause che costituiranno doma
ni il nuovo individuo che saremo. Non lo stesso di quello di ieri
e non differente da lui.
Essere “responsabile” significa essere “causa”...
Essere una ri-nascita in una immortale serie di ri-nascite.
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NOTE
(1) Ripetiamo qui che Bar-do significa “andare tra due” cioè tra la morte e una
nuova rinascita. La lettura di questo testo vicino a un morente ha lo scopo di il
luminarlo su ciò che lo attenderà dopo che sarà spirato: il viaggio “mentale”
che compierà e le possibilità che egli ha di conseguire la sua liberazione dalla
catena delle rinascite successive o, in mancanza di ciò, di procurarsi una felice
reincarnazione. Questa possibilità, se non ha potuto averla nella vita che sta
per terminare, può ancora trovarla nello stadio in cui entrerà dopo la morte.
( 2) Guru: maestro e guida spirituale.
( 3) Le cinque coscienze legate rispettivamente a ciascuno dei cinque sensi e la co
scienza della Mente, considerata nel Buddhismo come sesto senso, avente per
oggetto le idee: lo Yid kyi namparshéspa. Essa è anche la consapevolezza che si
ha di avere una personalità, un "Io”. Cosa che è considerata come concezione
errata.
( 4) Succede anche, che il rituale del Bar-do Thodol sia letto, in mancanza del cor
po del defunto, vicino ad un fantoccio rivestito di abiti appartenuti a un defun
to deceduto da più giorni. La cosa sembra illogica, poiché se la coscienza
dell’individuo si è già avviata nel Bar-do nessuno può sapere con certezza a che
punto è del suo cammino e le esortazioni che gli vengono date possono essere
per un diverso stadio di quello in cui si trova. I quarantanove giorni che le cre
denze comuni assegnano alla durata del viaggio nel Bar-do sono tanto simboli
che quanto i sei giorni della Creazione. I lama più sapienti dicono che le pere
grinazioni nel Bar-do si svolgono in un tempo indefinito a seconda delle condi
zioni mentali del viandante.
( 5) Sono tre paramita o virtù eccellenti.
(6) Vairocana, in tibetano Nanpar nang dze (rnampar snang mdzad) “che rende
tutto visibile”. Una personalità mistica del Pantheon mahayana.
( 7) Queste forme si ritrovano in tutte le mitologie: Egitto, India, Cina.
( 8) Hanno corpi semi-umani, facce di leone, di lupo, d’uccello da preda dal becco
d’avvoltoio.
( 9) Le cinque saggezze: saggezza delle azioni, la saggezza che distingue, che classi
fica, la saggezza che unifica, la saggezza specchio che riflette il gioco delle cause
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e degli effetti, la saggezza della sfera degli elementi che ha coscienza dell’unità
sostanziale esistente sotto l’apparente diversità.
(10) I cinque veleni: la cupidigia, la collera, la lussuria, l’orgoglio, la pigrizia.
(11) Il dja lus (hadjah lus) “corpo arcobaleno”: corpo illusorio analogo al “doppio”
o “corpo astrale” degli occultisti.
(12) I Lha-ma ym (i non-dei) sono gli Asura della mitologia indiana, una specie di
Titani, sempre in guerra con gli dei che si sforzano di cacciare dalle loro dimo
re, per prenderne il posto.
(13) I Mi-ma-yin (i non-uomini) comprendono numerose categorie. Quella qui de
scritta è quella degli Yidag ma ne esistono altre che non hanno nulla d’orribile,
sono come geni, fate, ecc. gli uni di carattere malevolo verso l’uomo, le altre
benevole.
(14) Lo Yidam dei Tibetani — ì'ishta devata degli Indù.
(15) La durata di una vita in uno degli inferni può essere estremamente lunga, ma
essa ha sempre una fine seguita da una rinascita. Nessuna condizione nel Bud
dhismo è eterna.
(16) Un monumento religioso che in Tibet si trova ovunque.
(17) Simile ai ponti cinesi coperti da un tetto, come ne esistono anche in Tibet.
(18) Ci si nasce miracolosamente già formati senza passare attraverso l’infanzia e
senza interferenza di genitori o unione sessuale.
(19) Vedere nota 12 a pag. 57
(20) Gli Yidag, vedere nota 14 a pag. 58
(21) Un punto che si differenzia da ciò che è stato detto nel Libro dei Morti degli
Egiziani, in cui per conoscenza di pratiche magiche, il defunto può ingannare il
Giudice dei Morti e nascondergli gli errori che ha commesso in vita.
(22) Seguendo cioè le tue nozioni, le tue opinioni sul bene e sul male.
(23) Yamantaka, in tibetano: Djampal Shindje gshev.
(24) Karma (azione) è un termine molto improprio per designare il “destino” asse
gnato a un individuo. Ciò nondimeno io lo uso perchè probabilmente è più no
tò, in questo senso, a molti lettori che, così capiranno meglio che è l’individuo
stesso che ha formato, per mezzo delle sue azioni (karma), il destino che subi-
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rà. I Tibetani usano anche il termine sanscrito: karma, ma più in generale essi
dicono: mean ky les (azioni passate).
(25) Questa opinione è controversa. Alcuni credono che le visioni percepite, le sen
sazioni provate nel Bar-do, dai disincarnati, forniscano nuovo alimento alle fa
coltà mentali indebolite che essi possiedono ancora e costituiscano per lui, la
base di nuove cause più o meno efficaci da cui derivino nuovi effetti.
(26) I vasana della filosofia indiana.
(27) Vedere le note precedenti.
(28) “Coscienza" in tibetano namparshespa (rnampa shespa) significa “conoscenza”
cioé la consapevolezza della sensazione che si prova per mezzo del contatto che
ci danno i nostri sensi. Per la maggior parte dei Tibetani, il termine abbreviato
namshe significa pressapoco quello che per gli Indiani è lo Jiva, un’entità che si
trasferisce. È questo namshe, che nelle credenze popolari viaggia nel Bar-do, è
“a lui” che sono attaccate le coscienze, è ancora “lui”, noi lo vediamo, che tra
scina con sè nel suo viaggio, un “doppio” etereo che era unito ad esso nel suo
corpo terrestre. Questo termine namshe abbraccia, in Tibet, molti significati a
volte contraddittori.
(29) È continuamente usata in Tibet per definire il triplice aspetto della persona:
mente, parola, forma fisica (sems, ngag, lus)
(30) Ci si ricorderà che Tulku (sprul s kus) significa: corpo illusorio, corpo costrui
to per magia.
(31) Nato ad Amdo, frontiera cino-tibetana verso il 1240.
(32) Kas doup dje (mkhas grup dje) e Gedun doub (dge dun grub).
(33) Sonam Gyatso significa “oceano di meriti” o delle “virtù”. Il termine mongolo:
dalai era dunque una traduzione del nome gyatso che era quello di questo Lama.
(34) Gli Tsang pa, abitanti della provincia di Tsang — capitale Jigatze, sede del
Pentchen Lama, situata ad ovest della provincia di U, capitale Lhasa — hanno
sempre aspirato a mantenersi indipendenti dal governo di Lhasa.
(35) Nominalmente.
(36) Va da sé che, nella credenza popolare, Tchenrezigs è dotato di un’esistenza rea
le, e può essere reso simile ad una divinità.
(37) Bisogna distinguere questi Bodhisattva, creazioni del Buddhismo mahayana,
dai Bodhisattva umani del Buddhismo primitivo. Questi ultimi, sono individui
che avendo raggiunto un altissimo grado di perfezione spirituale, nella loro
prossima reincarnazione diverranno dei Buddha perfettamente illuminati.
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(38) Vedere le pagine precedenti.
(39) In tibetano, rispettivamente: Deu pai Khams (dod pai Khams), Zugs kyi
Khams (gzugs kyi Khams) e Zugs med kyi Khams (gzugs med kyi Khams).
(40) Come, per esempio, i prêta il cui corpo è gigantesco e la bocca stretta come la
cruna di un ago. Questa caratteristica impedisce loro di assimilare la quantità
di alimenti necessari, soffrendo così continuamente la tortura della fame.
(41 ) Sulla vita di Guesar de Ling vedere di Alexandra David-Neel La vie surhumaine
de Guésar de Ling, in corso di pubblicazione nella presente collana,
Ed. Alkaest - Genova.
(42) Vedere a pag. 58
(43) Vedere a pag. 59
(44) A proposito del Djalus diciamo che correttamente e tecnicamente questo termi
ne indica un Lama pervenuto ad un altissimo grado di affinamento della mate
ria del proprio corpo, fino a dissolverlo. Un fenomeno di questo tipo già citato
precedente è attribuito a Marpa (X secolo), un erudito traduttore di testi bud
dhisti sanscriti e iniziato alle dottrine tantriche. Postosi con la sua sposa Dang-
medma in posizione di unione sessuale (come le statue delle divinità tantriche),
entrambi si immersero nella meditazione e i loro corpi si volatilizzarono. Forse
qui si può fare un raffronto tra questa volatilizzazione del corpo materiale e il
concetto taoista dell'individuo perfetto che “sale al Cielo in pieno giorno” cioè,
che ha raggiunto l’immortalità e di cui non si ritrova alcuna traccia nella sua
tomba.
Vedere a pag. 70
(45) Vedere nota 11 a pag. 55
(46) Vedere nota 20 a pag. 112
(47) L’ho udito io stessa.
(48) O qualunque sia il nome del defunto.
(49) L’oratore può dire ciò a colpo sicuro, poiché non c’è Tibetano che non sia inde
bitato.
(50) In contrapposizione ai Cinesi, che al contrario, cercano di trattenere l’anima di
coloro che hanno amato. Vedere a pag. 16
(51) Il samadhi è uno stato di perfetta concentrazione di spirito durante il quale la
sensibilità fisica è nulla e la respirazione straordinariamente rallentata. Essa è il
risultato di diversi gradi di meditazione contemplativa in quasi tutte le sette mi-
stiche.
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(52) In Mistici e Maghi del Tibet, della stessa autrice, Ed. Ubaldini, 1965.
(53) Il Signor mercante, il Signore Capo dei mercanti.
(54) I Tibetani credono che dei demoni entrino a volte nel corpo dei morti e che
questi, allora, si risveglino, da qui il nome ro cadavere lang che si sveglia. Que
sti demoni vagano nel paese e sono estremamente malevoli. È per evitare que
sta presa di possesso del cadavere che i morti che non vengono bruciati sono
spesso tagliati a pezzi. A volte altri, soprattutto monaci, vengono anche gettati
nei fiumi, che si pensa vadano tutti per diverse vie a finire nel Gange.
(55) Corpo magico o illusorio. Vedere a pag. 89
(56) Le sei classi di esseri. Vedere nota 39 a pag. 70
(57) I Samskara menzionati dai Buddhisti. I vritti,che Patanjali, fondatore dello Yo
ga, esorta i suoi adepti a dominare.
(58) Il namshe che ci è illustrato nel Bar-do Thôdol la possiede.
(59) La sua storia fornisce lo spunto all’epopea nazionale dei Tibetani — la loro
Iliade. Guesar de Ling, attorno a cui si sono accumulate numerose leggende, è
realmente esistito verso il VII secolo. Si può consultare il mio libro: La vie sur
humaine de Guésar de Ling, Ed. Alkaest.
(60) Il suo nome originale in sanscrito: Avalokiteshwara.
(61) Il numero di oggetti, ritenuti autogeni, in Tibet è grandissimo.
(62) Tredici secoli dopo, io riuscivo con un prolungato esercizio di concentrazione
del pensiero, ispirandomi ai procedimenti dello yoga tibetano, a produrre l’illu
sione di un analogo personaggio che venne visto da uno dei miei ospiti. Vedere
Mistici e Maghi del Tibet, Ed. Ubaldini, 1965.
(63) Vedere il riassunto delle sue avventure nella mia traduzione di testi tibetani:
Textes tibétains inédits.
(64) Si può obiettare che è perchè forse era indolenzito che ha sognato che lo basto
navano, ma i Tibetani portano altri esempi come di segni lasciati sul corpo da
bruciature che sono state fatte o che si è visto infliggere in sogno, e numerosi al
tri casi.
(65) Un gueshe è un laureato in letteratura e filosofia, di una università monastica.
Khams è la regione a N.E. del Tibet. Il governo cinese nazionalista ne aveva
fatto la provincia del Sikang.
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(66) Confrontare con ciò che è stato detto a proposito delle reincarnazioni mentali.
Vedere a pag. 87
(67) Vedere a pag. 68
(68) Tsong Khapa, nato verso il 1356 in Amdo a nord del Tibet.
(69) Coloro che hanno “virtuosi costumi”, chiamati comunemente “berretti gialli” a
causa del colore del loro copricapo.
100
INDIA

CAPITOLO TERZO
L’India non ci offre un campo così vario di credenze sui
modi di sopravvivenza dell’individuo come abbiamo un po’
frettolosamente esplorato in Cina e in Tibet.
Senza dubbio questo fatto è dovuto a come la natura
dell’io, la cui durata è auspicata, è concepita in modo pressapo
co simile alla maggioranza degli indiani: eccetto l’élite intellet
tuale.
In India la credenza più diffusa sull’io, l’individuo, è, a pri
ma vista paragonabile un po’ a quella espressa nei catechismi
cristiani: “L’uomo è composto di un corpo materiale e di
un’anima immortale’’.
Tuttavia lo Jiva, principio vitale che sopravvive al corpo
come lo intendono gli indiani, differisce abbastanza dall'anima
e ha un ruolo differente. Mentre l’anima, per la credenza occi
dentale, nasce con l’individuo, lo Jiva molto più importante del
corpo umano, precede la forma fisica e compare nel mondo
con la nascita dell’essere umano. Infatti, esiste da un periodo di
tempo inconcepibile, ed ha viaggiato, di reincarnazione in rein
carnazione, fino al momento in cui è apparso sulla terra con
sembianze umane(l).
La natura della condizione umana che gli tocca, non è un
caso fortuito. È il risultato di una serie di cause inflessibilmente
conseguenti ai loro effetti. Queste cause sono gli atti fisici e
mentali compiuti, nel passato, dai corpi degli individui che lo Ji
va ha successivamente abitato.
Il problema di una giustizia che ricompensi o meno, si tro
va così regolato in modo soddisfacente. Le circostanze felici di
cui io godo sono opera mia; io le ho costruite attorno a me, co
me da solo mi sono attirato il male di cui soffro; nè gli uni nè gli
103
ne improvvisa, fuggevole come un lampo, dell’Unità assoluta,
del cessare di ogni distinzione, una visione dell’Esistenza in Sé
in cui egli è, poiché è, che è (5).
Subito dopo, il suo soffio vitale fugge dal corpo, lasciando
lo inanimato.
Il viaggio ha inizio.
Lo Jiva, trascinato da esseri dalle forme terrificanti, è con
dotto davanti a Yama, il Signore dei morti, che gli annuncia
l’avvenire che lo attende come risultato combinato delle azioni
buone e cattive che ha commesso e, anche, come risultato dei
pensieri e dei desideri che occupavano la sua mente al momento
della morte.
Comunque, la sentenza che viene emessa non è immediata
mente eseguita. Senza dubbio il racconto si contrappone a ver
sioni differenti sul viaggio nell’aldilà. Eccone qui una general
mente accettata.
Lo Jiva disincarnato si sente nudo, è affamato. Si getta avi
damente sulla torta di riso (pinda) che i suoi parenti gli hanno
preparato. Questo rito di offerta, considerato della massima
importanza, è chiamato shrada.
Ma lo Jiva non ha soltanto bisogno di cibo. Privato del cor
po materiale che lo rivestiva, deve costruirsi un nuovo corpo
che lo accoglierà fino al momento della sua reincarnazione.
Il rito dello shrada comporta dunque l’offerta simbolica di
alcuni fili strappati dalle vesti di uno dei parenti del defunto e
di qualche suo capello.
“O Padre, gli dice l’officiante, siate soddisfatto con
quest’offerta: non prendeteci altro”.
Questa ingiunzione svela il timore che il morto ispira ai
suoi parenti viventi. La sua sorte è considerata come poco invi-
diabile e gli si attribuisce la nostalgia per l’esistenza terrestre,
egli vorrebbe, pensano, riprendere il posto che la morte gli ha
fatto perdere. Invidia gli uomini che vede vivi, vorrebbe appro
priarsi del loro soffio vitale e rivivere.
I suoi familiari però, benché teneramente affezionati, non
si sentono per nulla disposti ad abbandonargli la propria vita.
Lo vestiranno, lo nutriranno nelle regioni extra-terrestri dove
egli si muoverà ma, che si accontenti di ciò che gli viene dato, e
non cerchi di prendere di più.
A cerimonia avvenuta, i Padri antenati sono congedati con
rispetto e i partecipanti allontanandosi, spazzano il suolo die
tro di sé per cancellare tracce di impronte al fine di impedire al
defunto di seguirli fino alla casa che è stata sua e riappropriar
sene.
Che egli viva pure nel mondo dei morti, la sua presenza tra
i vivi non è desiderata... è respinta.
Abbiamo visto che i contadini tibetani manifestano analo
ghi sentimenti ma in modo più brutale.
Che cos’è questo mondo dei Morti dove stanno i disincar
nati? — Non ci sono opinioni unanimi a questo riguardo, o
piuttosto, si immagina che tutti i defunti non abitino uno stesso
luogo.
Delle offerte particolari sono previste per i Padri che risie
dono rispettivamente in queste differenti regioni.
Il testo recitato nel rito dello Shrada, ci informa su questo.
Eccolo:
“O Padri! Coloro che sono ancora nel nostro mondo; colo
ro che sono nella regione intermedia e coloro che hanno
meritato di bere l’amrita (6), possano tutti elevarsi a regio
ni superiori.
Chi di voi, o Padri ha preso la forma del soffio vitale (7),
può essere purificato. E possano i Padri che hanno raggiun
to la conoscenza della verità proteggerci.
Possano i Padri, i Grandi-Padri e gli Antenati che hanno
mangiato i cibi offerti nello Shrada, essere soddisfatti.
I Padri sono felici dopo aver bevuto e mangiato.
Possano essi soddisfarmi e concedermi la realizzazione dei
miei desideri,
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Siate purificati, o Padri, mentre vi lavate le mani (8)
Padri che vivete in questo mondo e avete un corpo, Padri
che non vivete in questo mondo. Padri che non conoscia
mo, e Padri che conosciamo, il vento trasporta del miele
(9), possa il miele colare nei fiumi.
Possano le piante produrre miele.
Possano le notti essere dolci come miele.
Possano le albe essere dolci come miele.
Possa il Cielo, Padre di tutti noi, essere dolce come miele.
Saluti alla primavera, all’estate, alla stagione delle piogge,
all’autunno, all’inverno.
Saluti a voi, o Padri; dateci famiglie numerose.
Noi vi diamo delle vesti, o Padri.
Questo vestito è un filo, vogliatevene coprire”.
Aggiungerei qui qualche commento a proposito dello
shrada, di un erudito indù (10).
“È certo che dopo la celebrazione del rito, gli antenati sono
pregati di ritornare alle loro rispettive dimore e che il terreno e
il luogo dove è stata celebrata la cerimonia è ripulito, ma la ba
se su cui si fonda il rito è l’immortalità dello Jiva ed ogni ogget-
to offerto in effigie nel corso della cerimonia si suppone venga
riutilizzato dal defunto, in un altro mondo (11)...”
Si immagina che per un certo periodo di tempo (general-
mente un anno) dopo la sua morte, il defunto vaghi sulla terra,
dipendendo, per il nutrimento, dalle offerte che gli vengono
fatte; queste dovrebbero servire a ricostruirgli un corpo adatto
alla permanenza nel mondo degli antenati. Dopo un anno il de
funto si reca nella regione che gli è stata assegnata (12).
Io ho citato l’opinione del mio sapiente amico come adatta
a sostenere la sommaria esposizione che ho fatto delle usanze
e delle pratiche indù (13) che riguardano i defunti; ma le opi-
nioni e le pratiche che si riportano a questo proposito sono va-
ghe e diverse tra loro, benché poggino sulla comune credenza di
una vita semi-materiale dei defunti in differenti regioni dell’al
dilà.
108
Qual’è veramente questa entità di cui si cerca di trattenere
la vita? È lo Jiva? — Gli Indù lo credono un essere immortale,
non mi pare debba essere necessario nutrirlo.
Tuttavia, lo Jiva, sembra aver trascinato con sé, separan
dosi dal corpo, un compagno che è il corpo sottile del defunto (14).
Potremmo chiamare questo compagno un “doppio”, l’ab
biamo già incontrato nel capitolo precedente. Alcuni credono
che questo corpo sottile che non muore quando il corpo mate
riale perisce, accompagni lo Jiva fino al momento in cui questo
si reincarna in un nuovo corpo e si reincarna con lui. Altri cre
dono che il corpo sottile sussiste solo in coloro che, al momen
to della morte, hanno la mente ingombra di desideri (15).
In India è antichissima la credenza in questo principio sotti
le (16) e perdurano da moltissimo tempo i riti basati su di essa.
L’Indù che, oggi, celebra lo Shrada non fa che pronunciare frasi
liturgiche e compiere gesti che l’India ha visto ripetersi, identi
ci, da tremila anni.
All’epoca dei Veda non soltanto gli indiani delle classi po
polari, ma gli intellettuali, credevano all’esistenza di un “dop
pio” unito al corpo. La natura di questo non pareva però ben
definita. A volta lo si confondeva con il soffio vitale che si ma
nifestava con il respiro, a volte con il principio pensante della
conoscenza: il mana.
Quale che fosse, questo principio, senza essere immortale,
sopravviva alla morte dell’individuo e conduceva, poi, una sua
esistenza indipendente.
Le entità che i nostri antenati hanno lasciato dietro di sé so
no le Pitris (i Padri) (17).
Dove si trovano questi Padri? — Qual’è la loro sorte nel
mondo dove esistono?
Essi vi conservano la loro propria personalità, ma il queste
personalità non sono uniformi. In comune però hanno una ca
ratteristica: hanno tutti un corpo che per sopravvivere, esige
del cibo.
109
Reclama anche degli abiti. Privato dei rifornimenti, degli
indispensabili elementi alla continuazione della sua esistenza, il
“Padre”, che sembra tenere alla conservazione di questa, con
una avidità simile a quelle che noi stessi manifestiamo, può di
venire un malevolo fantasma.
L’antichità Vedica tuttavia ha conosciuto un altro mondo
oltre quello dei Pitris. Questo mondo accoglie una certa catego
ria di defunti. Si tratta di coloro che, nel corso della loro vita
terrestre hanno offerto numeroso sacrificio rituali e fatto ab
bondanti doni ai bramini. A costoro è aperto il mondo degli dei
(18).
Com’è concepito questo mondo? — È fatto in modo molto
materiale.
Un inno del Rig Veda ci fa intravvedere questo luogo di de
lizie verso cui tendevano le aspirazioni dei pii Indù di quell’epo
ca lontana. È una preghiera indirizzata a Soma la divinità che
personifica la bevanda sacra: il Soma.
«Nel mondo dove riluce l’inesauribile splendore, dove sie
de il sole, fammici sedere, o Soma, nel mondo perenne
dell’immortalità.
Dove è il re, figlio di Vivasvant, dove è la solida volta del
firmamento, dove sono le acque correnti, in questo luogo,
fa’ che io sia immortale.
Dove ci si muove a proprio agio, al triplo firmamento, al
triplo cielo del cielo, dove sono i mondi di luce, in questo
luogo, fa’ che io sia immortale.
Dove sono il desiderio e la cortesia sulla superficie del cielo
imporporato, dove è il banchetto delle anime e l’abbondan
za di cibo, in questo luogo fa’ che io sia immortale.
Dove regnano gioia e delizie, piacere e culmine del piacere,
dove sono colte le speranze del desiderio, in questo luogo,
fa’ che io sia immortale».
Questi ospiti degli dei e gli dei stessi sono nutriti dalle offerte
che fanno loro i viventi. La loro immortalità sembra dunque es
sere piuttosto precaria.
110
D’altra parte, ci si sbaglia a credere che le gioie degli ospiti
dei paradisi siano sempre soltanto d’ordine spirituale. Si pro
mettono loro numerose donne e una potenza sessuale inesauri
bile.
Questa felicità molto materiale non è da spartirsi fra tutti i
defunti. Il Mondo dei Padri, il Pitri Loka, è a volte rappresenta
to, nelle Scritture vediche, come una buia dimora sotterranea
che non è rischiarata nè dal sole nè dalla luna.
Questa descrizione si avvicina a quella del paese delle “Sor
genti Gialle” che abbiamo incontrato in Cina. Il regno dell’Ade
presso i Greci era anch’esso un luogo buio (19).
Come i defunti ammessi in Paradiso, coloro che sono disce
si nell’oscura dimora, vi hanno portato con sé la loro forma
semi-fisica, il loro “doppio”, e questi ha bisogno di essere nutri
to. Un rituale molto dettagliato indica il tipo di alimenti: (de
vono essere offerti torta di riso e acqua limpida), e le parole
della formula consacrata con cui vengono presentati.
Questo dimostra la certezza dei donatori nel potere che
possiedono i Padri defunti per procurare loro vantaggi materia
li o al contrario per nuocere.
In cambio del pasto che offrono, i discendenti, chiedono ai
Padri di far prosperare i loro beni, di concedere loro ricchezze,
una vigorosa discendenza maschile e una lunga vita.
Non tutti i padri abitano le dimore oscure o i paradisi.
Moltissimi fluttuano nell’atmosfera e sulla terra, erranti, invisi
bili, attorno alle nostre case o si aggirano all’interno di esse tra
gli oggetti che li circondavano da vivi. Così costoro sono preci
samente apostrofati nell’antico rituale come sempre lo sono
nell’attuale rito dello Shrada.
«Salute a voi, Padri che abitate il cielo
Salute a voi, Padri che abitate la terra»,
recitava il Sacrificante, tremila anni fa, deponendo il cibo nei
luoghi e nell’ordine prescritti.
Questi Padri, dotati di un corpo avevano mantenuto neces
sità analoghe alle nostre. Si offrivano dunque loro, oltre al ci-
111
bo, medicamenti, profumi, vesti e anche degli oggetti. Questi
non erano come tra i Cinesi, simulacri di carta: monete di car
ta, cavalli o case di carta, ecc. Erano oggetti veri, concreti. Si
supponeva che i Padri, si appropriassero dei “doppi”, fatti di
una sostanza sottile analoga a quella loro proprio “doppio” per
adattarli alle proprie esigenze.
Per quanto riguarda la parte reale e solida: case, mobili,
ecc. se ne servivano i bramini.
A queste epoche lontane risale ugualmente l’uso di offrire ai
Padri un pezzetto dell’abito, qualche capello o dei peli del cor
po (20) destinati a rivestirlo. Il timore che ispiravano i fantasmi
dei Padri non del tutto disincarnati che si aggiravano attorno ai
viventi sopravvive ancora oggi.
«Ecco delle vesti per voi, o Padri, non toglieteci nulla di più
per le vostre necessità»,
ripeteva l’indù all’epoca dei Veda. Egli lo dice ancora oggi.
I Padri che non stanno seduti al banchetto degli dei, e forse
anche costoro, rimpiangono la vita che conducevano tra noi e
spiano l’occasione per riprendersela assimilando l’elemento vi
tale dei viventi. Essi si accingono a divenire vampiri. Sono ter
ribili e li si teme.
I loro parenti sperano che ne se vadano via dopo essere stati
rifocillati.
«Voi vi siete rallegrati, o Padri. Adesso andatevene nelle
profondità delle vostre vie».
E a rito finito, si scuote un lembo dell’abito per timore che un
Padre non ci sia rimasto aggrappato, desideroso di trattenersi
fra i viventi. Poi si scopa il terreno dove ha avuto luogo la ceri
monia. I Padri non devono ritrovarvi le tracce che potrebbero
dar loro la possibilità di tornarvi. Li si richiamerà quando sarà
venuto il tempo prescritto per offrir loro un nuovo pasto che ne
prolungherà la precaria esistenza.
Neppure essi possono aspirare all’immortalità nella condi
zione in cui si trovano. La loro sorte rimane vaga per l’indù del
passato come per gli Indù nostri contemporanei, ma tutti confi-
112
dano nella massima del Bhagavad Gita: «Colui che, non può
cessare di essere».
Vediamo ancora un’altra descrizione, molto nota del viag
gio dello Jiva.
Essa si rifà al Garuda Purana.
Quando l’uomo è in punto di morte, ha l’improvvisa visio
ne dell’Unità Suprema (21). Poi il soffio vitale fugge via dal suo
corpo e gli inviati del Re della morte (Yama) estraggono il suo
Jiva dal corpo. Questo Jiva ha la dimensione di un pollice.
Gli inviati hanno aspetti terrificanti, sono armati di mazze
e lacci. Indirizzando terribili minacce contro di lui, portano via
con sè lo Jiva lungo la via che conduca al regno di Yama.
Lo Jiva è affamato, tormentato dalla sete, minacciato da
bestie feroci, malmenato da coloro che lo trascinano ed è im
pietosamente costretto a andare lungo una strada fatta, di volta
in volta, di vertiginose discese o di ripidissime salite.
Egli può in seguito dare un rapido sguardo a Yama.
Mangia le torte e beve l’acqua che gli vengono offerte dai
membri della sua famiglia. Ma la sua fame e la sua sete non so
no ancora estinte, anche se con l’aiuto del nutrimento che ha
avuto si è potuto comporre un nuovo corpo che si ciba delle of
ferte funerarie fatte, di nuovo, nell’undicesimo e dodicesimo
giorno dopo i funerali. (22)
Eccolo ripreso dagli emissari di Yama che lo riportano da
vanti al Re facendogli percorrere un lungo itinerario. Durante
questo nuovo viaggio, lo Jiva soffre ancora caldo e freddo ed è
minacciato da bestie feroci. Egli si ricorda delle cattive azioni
che ha compiuto, e si affligge per i risultati dolorosi, per lui,
che queste gli hanno procurato. Cerca invano, attorno a sè, un
protettore che gli venga in aiuto, ma non ne trova.
Nel corso del viaggio riesce a sopravvivere alimentandosi
con i dolci funerari che gli vengono forniti mensilmente. Sei
mesi dopo, arriva sulle sponde di un fiume. Una barca è anco
rata alla riva, ma prima che gli sia concesso di prendervi posto,
per poter attraversare il fiume, egli deve esibire le prove delle
buone azioni che ha compiuto. Non riuscendo a darle, è getta
113
to in acqua, arpionato e trascinato come un pesce lungo il fiu
me, fino alla città di Yama. Questo viaggio dura un anno.
La città di Yama ha quattro porte; attraverso le quali ri
spettivamente, entrano coloro che sono stati caritatevoli, i sag
gi, i valorosi. Attraverso la porta a sud entrano i peccatori (23).
Il Re dei Morti è seduto sul suo trono, circondato da saggi,
da sapienti e da buoni. Tutto è Verità e Giustizia attorno a lui.
La menzogna, l’ingiustizia e i sentimenti malevoli non hanno
accesso alla sua Città.
Il ministro del re, Chitagupta, ha una Corte personale e de
gli assistenti che annotano le opere compiute da ogni uomo in
pensieri, parole, azioni.
Viene fatta lettura delle pagine del registro riguardante colui
che compare in giudizio. In seguito è pronunciata una senten
za. L’uomo che si è comportato male in vita, è condannato a
soffrire nei mondi infernali per periodi di tempo, a volte, incre
dibilmente lunghi, prima di reincarnarsi di nuovo in persona
umana dopo essere, magari, passato attraverso una serie di
reincarnazioni riguardanti vari ordini di esseri animali.
Lo Jiva che si ritrova in una matrice umana si ricorda le cir-
scostanze delle sue vite precedenti, ricorda i desideri, gli errori,
le cattive azioni, il male che ha causato ad altri. Si ripromette di
non ricadere più negli stessi funesti errori, causa dei tormenti
che ha sofferto...
Egli nasce, la sua memoria si oscura gradatamente....
Allora, subendo l’effetto delle tendenze che vivono radicate
in lui per effetto dell’ignoranza che non ha potuto vincere, rico
mincia ad accumulare, senza discernimento le azioni buone e
quelle cattive ed è trascinato nella ruota {samsara) verso nuove
morti e nuove rinascite.
La “ruota” continua ugualmente per coloro che, durante la
vita sulla terra, sono stati caritatevoli, giusti, ecc.
Costoro lasciano la Corte di Yama in carri sontuosi che li
conducono nelle residenze celesti. La descrizione del viaggio e
quella dei meravigliosi luoghi dove abiteranno, riempie nume
rose pagine della letteratura indiana. I diversi paradisi sono de-
scritti con un’abbondanza di dettagli materialisti che tradisco
no l’attaccamento ai piaceri fisici di coloro che li hanno imma
ginati. I beati e gli dei si divertono in immensi giardini, in cui
non si sente nè fame, nè sete, nè stanchezza. Si ascoltano solo
suoni gradevoli, si respirano solo profumi soavi. La tristezza e
la vecchiaia sono sconosciute. Non compaiono funzioni natu
rali sgradevoli. Le ghirlande di fiori di cui si adornano gli ospiti
di questi luoghi felici non appassiscono, ecc.
Tuttavia la durata del periodo trascorso dagli Jiva in que
sto luogo di delizie, benché, misurato con il nostro metro, pos
sa estendersi per molti secoli, non è illimitata. I benefici effetti
delle azioni che li hanno condotti in questo paradiso si esauri
scono e le loro reincarnazioni sopravvivono con le vicissitudini
che queste comportano. L’immortalità non è stata raggiunta.
Pertanto i desiderosi, di eternità, per il loro piccolo Io indivi-
duale non si stancano di proseguire nelle loro, ricerche. Non si
stancheranno mai.
Che cosa diverrò “Io” quando il mio corpo cesserà di esiste
re? Che cosa diverrà questo Ίο” quando mi apparirà separato
dal corpo, capace di rilevare le sensazioni provate da questo, di
confrontarle, di analizzarle, Io infine, con tutto ciò che tutta
questa parola comporta di inesprimibile?
È a proposito di ciò, che vediamo preoccuparsi Arthabhaya
(24). Egli interroga Yajnavalkya:
«Quando le parti che costituiscono l’individuo si dissolvo
no, perchè ha cessato di funzionare la sua attività (con la morte
dell’uomo) che accade al suo spirito? Si chiede.
«Prendi la mia mano, Arthabhaya», dice Yajnavalkya.
«Andiamo in un luogo appartato. Una simile domanda non
può essere commentata tra la folla. Allora, essi si appartarono
e parlarono». Noi non se sapremo di più.
Il testo continua: «Essi parlarono delle opere...» Ciò che si
dissero non ha nulla a che vedere con la domanda di Arthab
haya. «Attraverso le buone azioni si diviene buoni, attraverso
le cattive azioni si diviene cattivi».
115
Un commento: Anandagiri, afferma che indirettamente,
Yajnavalkya ci dà ad intendere che l’unione con Brahman - l’Es
sere in Assoluto - cioè l’immortalità, non può essere raggiunta
attraverso delle azioni.
Ciò che emerge chiaramente da questo racconto, è che l’in
segnamento riguardante la sorte dello Jiva dopo la morte è ri
gorosamente esoterico e che gli iniziati devono astenersi dal di
vulgarlo in pubblico.
L’esempio di un altro ricercatore ci è dato nelle stesse Upa
nishad. Questo ricercatore è una donna. Ecco l’episodio:
L’illustre saggio Yajnavalkya - più leggendario che storico
- decise di ritirarsi nella foresta per finirvi i suoi giorni, assorbi
to nella meditazione (25).
Yajnavalkya aveva due mogli. Egli chiamò la sua preferita
e le confidò questa decisione.
Maitreyi — disse Yajnavalkya — io desidero andare oltre il
mio ruolo di capo di casa. Dividerò dunque i miei averi tra te e
Katyayana.
— O Venerabile, rispose Maitreyi, se l’intera terra con tutti i
suoi tesori mi appartenesse, diventerei io, per questo, immortale?
Yajnavalkya disse: «La tua vita diventerebbe simile a quella
dei ricchi, ma la ricchezza non può, in nessun modo, procurare
l’immortalità.»
Maitreyi replicò: «A che mi servirà la ricchezza se non mi
permetterà di ottenere l’immortalità di cui parli.»
Yajnavalkya esclamò: «Ascolta: tu mi sei sempre stata cara
e ciò che mi dici ti rende ancora più cara ai miei occhi. Vieni,
siediti, e io ti spiegherò in che cosa consiste l’immortalità. Cer
ca di riuscire a comprendermi.»
Ne seguì un lunghissimo discorso. Ciò che Yajnavalkya ri
velò alla sua sposa in cerca dell’immortalità è la dottrina che,
più tardi, verrà insegnata dalla scuola dell’Advaita Vedanta e
lo è ancora oggi per gli adepti di questa Scuola: Questo Univer
so e ciascuna delle nostre anime personali sono l’Esistenza in
Sé, il Brahman senza pari. Conoscere, realizzare la nostra unità
116
sostanziale con il Brahman è essere consapevoli della nostra im
mortalità.
Ed ecco la storia di un audace curioso.
A quale autorità meglio informata del Re della Morte ci si
potrebbe rivolgere per informarsi sui misteri dell’aldilà?
Le Scritture Sacre dell’India ci hanno conservato un racconto
del memorabile colloquio tra Nachiketa e Yama. Io ve lo cito:
«Un Capo di casa, il ricco Vajasravana, desideroso di rina
scere tra gli dei, offrì tutti i suoi beni in sacrificio.
Egli aveva un figlio chiamato Nachiketa.
Costui, animato da un sentimento di intensa pietà filiale
pensò: «Chi offre un simile sacrificio non può dimenticare nul
la. Se conserva la benché minima cosa per sé, finirà in un mon
do in cui regna il dolore».
E domandò a suo padre:
«A chi darai me?»
Vajasravana non gli rispose.
Il giovane ripetè la sua domanda senza ottenere risposta.
La riformulò una terza volta.
Allora, suo padre, esasperato, gli gridò: «Ti darò alla
Morte».
Il padre si pentì della promessa che aveva fatto in un acces
so di collera. (26) Ma Nachiketa, perseverando nei suoi senti
menti di amore filiale, pensò che non conveniva a suo padre
mancare alla parola data. E suo padre lo inviò alla dimora di
Yama (lo sacrificò).
Ora avvenne che quando Nachiketa (27) giunse davanti al
la dimora di Yama costui fosse assente e non potesse riceverlo
con il cerimoniale prescritto dalla legge.
I suoi ministri gliene fecero rimprovero e Yama si scusò con
il suo onorevole visitatore.
«O Brahmano, poiché tu, venerabile ospite, hai atteso davan
ti alla mia porta per tre notti di seguito senza che fossero adem
piuti verso di te i doveri dell’ospitalità, ti sarà reso omaggio.
Formula tre desideri. In riparazione alle tre notti senza rice
vere onorevole accoglienza, questi desideri saranno esauditi.»
117
— O Morte, rispose Nachiketa, che i pensieri di collera di
Vajasravana siano pacificati, che il suo spirito sia calmo, che
non si senta più in collera con me e mi accolga come figlio. Ec
co il primo desiderio che io esprimo (28).
— Per mia concessione, disse Yama, tuo padre si ricorderà
di te con affetto. Riposa in pace questa notte. Tuo padre quan
do sarai libero dal mondo dei morti (29), ti accoglierà bene.
Nachiketa continuò:
— O Morte, tu sai che cosa è il fuoco celeste (30). Istruisci
mi su questo rito. Gli abitanti dei paradisi sono immortali (31).
Ecco il secondo desiderio che io esprimo.
— Ti istruirò, disse Yama. Sappi, Nachiketa, che il fuoco
che fa ottenere il possesso dei mondi divini è situato all’interno
del cuore.»
E Yama spiegò a Nachiketa il simbolismo materiale del rito
brahmanico chiamato “Fuoco celeste”. Aggiungendo che, d’ora
in poi, questo rito sarà chiamato: il Fuoco di Nachiketa.
«Ecco il tuo secondo desiderio, o Nachiketa, adesso espri
mi il terzo.»
Ciò che precede non è una premessa. Nachiketa affronta l’ar
gomento che più gli sta a cuore.
«Ecco la mia domanda. Alcuni dicono che esiste un princi-
pio spirituale (32) che continua ad esistere dopo la morte. Altri
dicono che non esiste. Io desidero sapere cosa ne è di questo prin
cipio. Esserne informato da te questo, è il mio terzo desiderio.
— O Nachiketa, rispose Yama, da tempi memorabili gli
stessi dei hanno cercato la risposta a questo quesito! È un argo
mento estremamente delicato, difficile da comprendere. Chie
dimi altre cose, non costringermi a risponderti. Concedimi la
libertà di esaudire questo desiderio.
— Se gli stessi dei hanno cercato la risposta a questa do
manda, se, come tu dici, o Yama, essa è difficile da capire, non
posso trovare nessun altro Maestro all’infuori di te per avere la
risposta e non esiste nessun altro desiderio più importante di
questo.
— Chiedimi, Nachiketa, figli e nipoti che vivranno cent’an
ni. Chiedimi bestiame numeroso, elefanti, cavalli, dell’oro;
chiedimi la terra intera, chiedimi di vivere per tutto il tempo
che desideri. Se conosci ancora altre cose migliori chiedimele
insieme a ricchezza e a lunga vita. Sii un Re regnante sull’im
mensità della terra. Io esaudirò tutti i tuoi desideri. Tutti i desi
deri che più sono difficili da soddisfare: le ninfe celesti con i lo
ro carri, i loro strumenti musicali, siano al tuo servizio. Io te le
concedo, ma non forzarmi a risponderti sulla condizione dello
Jiva dopo la morte.
— O Yama tutti questi piaceri si esauriscono. La vita
dell’uomo è breve e con essa scompaiono i cavalli e il resto, i
canti e le danze. La ricchezza non soddisfa l’uomo, egli ne go
drà solo fino a quando tu non passerai. Tieniti dunque i carri,
la danza e la musica. Il desiderio che io ho espresso è quello che
ho scelto.
— O Morte, dimmi a proposito di che cosa gli uomini nu
trono dei dubbi. Dimmi che ne è del grande “Aldilà”. Nachike
ta non desidera altro che conoscere questo segreto».
Yama non è riuscito a vincere l’ostinazione del suo interlo
cutore. Legato dalla promessa che gli ha fatto, gli deve rispon
dere. Che cosa gli dirà?
Il suo lunghissimo discorso, che il Katha Upanishad riporta
nello stile meraviglioso e così affascinante delle antiche Upani
shad, tratta della teoria fondamentale della filosofia indiana:
l’unità dell’io individuale (33) e del Grande Tutto: l’Esistenza
in cui sono tutti gli esseri. Tutti gli esseri che sono manifesta
zione di quell’inconcepibile Tutto che gli Indiani chiamano At
man o Parabrahm.
“Discutono, dice Yama, a proposito dell’Atman. Gli uni di
cono che esiste, gli altri dicono che non esiste e non vedono che
essi sono l’Atman”.
Sarà soddisfatto Nachiketa da questa risposta?
— No. Senza dubbio. Non più soddisfatto di coloro che lo
hanno preceduto e, probabilmente, di coloro che lo seguiranno
nel corso dei secoli. Ma l’India non ha altre risposte da dare.
Noi potremo, ora, dare un rapido sguardo ai metodi per
119
ottenere se non forse l’immortalità, almeno un considerevole
prolungamento della durata della vita.
Ogni Scuola Filosofica, ogni religione ha visto nascere, at
torno a sé, branche divergenti che, a forza di interpretazioni e
di adattamenti alle tendenze prevalenti nel luogo dove esse si
diffondevano, finivano per travisare moltissimo il tema iniziale
della dottrina madre.
Lo Yoga, detiene, forse, il record di questi “adeguamenti”,
sotto il suo nome sono state elaborate le più varie teorie e prati
che, a volte, in completa contraddizione con lo scopo espresso
dallo Yoga autentico.
Nello spirito del suo fondatore: Patanjali, lo Yoga consiste
pel porre fine ai continui vagabondaggi della mente.
«Yoga è la soppressione delle fluttuazioni dello spirito, la
cessazione degli stati della mente, Citta vritti nirodha», secon
do la formula con cui inizia l’opera fondamentale di Patanjali
(34), definendo la sua dottrina.
Yoga significa “unione”. L’unione com’è intesa dallo Yoga,
è esattamente, quella che cerca il Vedanta che l’ha presa dagli
antichi insegnamenti dei Saggi indiani che ci sono stati trasmes
si nelle Upanishad.
Abbiamo motivo di supporre che questo insegnamento
esprima il concetto che è nel profondo del pensiero indiano: un
panteismo o panateismo (35) primitivo. Non è questione qui di
immortalità individuale ma di eternità nell’inconcepibile infini
to dell’Atman - Esistenza in cui siamo, che Noi siamo .
Abbiamo visto che, questa prospettiva non soddisfa affatto
le menti desiderose di essere rassicurate sull’eternità del loro
“Io” attuale. La reincarnazione che la promette attraverso il si
stema dei “cambiamenti di sede” dello Jiva, pare ugualmente
non soddisfacente a causa degli intervalli esistenti tra le vie suc
cessive, a causa dell’incertezza del mistero che grava sul destino
dell’“Io” durante questi intervalli e, infine, a causa della perdita
di memoria che priva gli Jiva della possibilità di riallacciare, al
loro “Io” attuale gli avvenimenti di cui essi hanno fatto parte in
120
precedenza, dovendosi ripetere la stessa impossibilità ad ogni
reincarnazione.
Un settore dello Yoga: l’Hatha Yoga, sembra mettere a di
sposizione degli aspiranti all'immortalità qualche mezzo adatto
a condurli allo scopo. A dire il vero, i trattati dell’Hatha Yoga
non insistono molto su questi, e passano quasi inosservati nella
profusione di pratiche raccomandate per purificare i centri vi
tali dell'organismo e produrre l’equilibrio della mente attraver
so la padronanza della respirazione.
Nel commento annesso attesto dell’opera di Swatmaram Swa
mi: l’Hatha Yoga Pradipika, un’opera che fa testo, si legge:
“«Hatha è considerato come un nome composto formato
da due sillabe, Ha significa la luna e thà significa il sole (36).
Rispettivamente questi corrispondono al soffio che esce attra-
verso la narice destra e la narice sinistra. Il controllo del respiro
nell’intento di ridurre i cambiamenti del principio pensante è
denominato Hatha Yoga.
“Non sarebbe saggio considerare l’Hatha Yoga semplice-
mente come una ginnastica pericolosa, poiché una moderata
pratica dei suoi esercizi è stata trovata efficace per ottenere
buona salute e longevità. L’Hatha Yoga permette di prevenire
malattie sia fisiche sia mentali. Una sua pratica regolare agisce
sul cuore, i polmoni e sulla circolazione del sangue. Conferisce
anche il potere di ritardare indefinitivamente la morte. Tutta
via questa facoltà è raramente esercitata dal vero Yogi che co-
nosce la conseguenza dell’andare contro le leggi naturali”.
L’Hatha Yoga concede molto spazio agli esercizi di control
lo della respirazione, nel suo sistema di addestramento fisico e
mentale.
Come prova dell’efficacia di queste pratiche, i maestri che
le insegnano citano un testo:
“Brahma e gli dei dedicandosi alla pratica del pranayama si
sono liberati dal timore della morte; così noi dobbiamo adotta
re questa pratica”.
Pranayama (37) è il nome dato a un esercizio respiratorio
applicato all’espirazione e all’inspirazione, e soprattutto alla ri
tenzione del respiro (kumbaka) per un tempo più lungo possi
bile. Moltissimi Indiani, quale che sia la setta religiosa a cui ap
partengono, praticano quotidianamente questi esercizi. Gli ef
fetti che ne derivano sono estremamente differenziati ma spesso
più di carattere fisico.
Alcuni credono tuttavia che la ritenzione del respiro produ-
ca degli effetti mentali e spirituali, che conducano alla concen
trazione della mente, a dei samadhi estatici, “rapimenti misti-
ci, o che conferiscano poteri magici.
Degli Yogi vi hanno visto un mezzo per suicidarsi nel corso
di uno stato di intensa beatitudine causata dal soffocamento
che, secondo loro, costringe il respiro vitale ad immettersi, at-
traverso il corpo, nelle arterie mistiche che lo fanno risalire al
centro superiore.
“Il loto dai centomila petali” situato alla sommità del capo
che appare in tutti i sistemi di esercizi fisici dell’India.
Però prima di raggiungere questo centro superiore, il soffio
ha dovuto essere trasportato nel corpo attraverso il percorso
delle tre arterie mistiche e toccare i diversi centri vitali. Ritro
viamo qui una teoria e una pratica analoghe a quelle dei taoisti
(38), ma nell’Hatha Yoga non si tratta di nutrire il corpo assor-
bendo l’aria, “mangiandola”, cioè assimilandola nel corso del
suo viaggio attraverso il corpo. L’Hatha Yoga immagina questa
circolazione dell’aria come una pulizia liberatrice dal nadis
(39), dalle impurità, che si oppongono alla libera circolazione
dell’energia vitale.
Questa purificazione agirà sulla mente e la preparerà a rag
giungere l’illuminazione spirituale.
Per quanto grande sia l’importanza data, nell’Hatha Yoga,
agli esercizi di respirazione, questi non sono che una delle va
rietà dei numerosi esercizi inventati dagli esperti di questa
Scuola. Non ci occuperemo della maggior parte di queste prati
che, poiché non si riferiscono al nostro attuale argomento: —
l’immortalità.
Mi limiterò a nominare quelle che testimoniano la determi-
122
nazione nella ricerca dell’immortalità personale anche con i più
bizzarri espedienti.
Come esempio di questi, vediamo l'allungamento della lingua.
Bisogna tagliare gradualmente, giorno dopo giorno, il filo
che trattiene la lingua fino a che questa sia del tutto libera e che
possa torcersi sino a raggiungere l’estremità del palato e ottura
re l’orifizio del canale che serve a condurre l’aria nei polmoni.
Inoltre, la lingua, in tutta la sua estensione, deve poter toccare
il punto situato tra le sopracciglia e, entrambe le orecchie.
Si dice che sei mesi di quotidiani allenamenti siano il mini
mo di tempo necessario per giungere a soddisfacenti risultati in
questa pratica.
Lo Yogi che l’ha eseguita a perfezione e che è capace di re
stare anche solo per mezzo minuto con la lingua rovesciata
trattenendo il respiro, è libero, ci viene assicurato, dalle malat
tie, dalla vecchiaia, e anche, dalla morte.
Un altro risultato di questo esercizio ci viene descritto come
segue:
“Quando lo Yogi ha chiuso l’orifizio della trachea, il suo
seme non sfuggirà, anche se è strettamente chiuso tra le braccia
di una donna giovane e appassionata.”
Notiamo che la ritenzione del liquido seminale come per il
respiro, compare tra i mezzi considerati più adatti per accresce
re la longevità, come anche a condurre verso l’immortalità.
I Maestri che insegnano l’Hatha Yoga credono che la vitale
sostanza dell’uomo se ne sfugga con la perdita del seme come
con quella del respiro.
L'aspirante alla longevità è dunque impegnato a conservare
in sé l’uno e l’altro per nutrirsene. A questo proposito è stato
elaborato un complicato sistema di differenti pratiche d’unione
sessuale.
Notiamo, attraverso queste, che mirano ad accrescere la
somma d’energia contenuta nel seme e a farlo risalire lungo i
nadis fino al centro vitale situato alla sommità del capo, così
come si cerca di farvi risalire l’aria che si trattiene attraverso la
123
ritenzione dell’espirazione nell’esercizio del pranayama.
L’Hatha Yoga non trascura di interessarsi a Kundalini,
l’energia (la shaktì) che dorme, simile a un serpente arrotolato
su se stesso nel centro vitale inferiore situato sotto il ventre.
Vengono indicati numerosi metodi per risvegliare questa ener
gia: “Fare srotolare il serpente” e forzarlo ad alzarsi attraverso
le vene mistiche fino alla mèta sempre prefissa: il centro alla
sommità del capo.
È raccomandabile non prendere troppo alla lettera le biz
zarre ricette enunciate nei trattati di Hatha Yoga; molte di esse
sono redatte in termini immaginari, simbolici, comprensibili
solamente agli iniziati.
Oltre a questi, molti altri metodi che al profano sembrano
applicabili al corpo, riguardano in realtà un’attività psichica o
spirituale e gli oggetti citati sono tutt’altra cosa di quelli che
portano lo stesso nome nel linguaggio corrente.
Pertanto non possiamo negare il fatto che l’Hatha Yoga
prescrive molti esercizi veramente fisici e che sono anche nume
rosi in India, gli adepti dell’Hatha Yoga che vi si dedicano.
Tra le pratiche più insolite citiamo:
Fare muovere gli intestini in modo da farli circolare nel
ventre fino a portare il tutto sopra l’ombelico (40).
Elevare il corpo, con le gambe tese in aria, poggiando sulla
testa, con le mani che sostengono le anche.
Praticare questo esercizio quotidianamente aumentandone
di volta in volta la durata porta, dopo un tempo più o meno
lungo, a vincere la morte.
Altri esercizi praticati assiduamente per anni, dovrebbero
condurre, se non all’immortalità, almeno a una sopravvivenza
prolungata finché si vuole e quasi indefinita.
I Maestri dell’Hatha Yoga mettono in guardia però coloro
che fossero tentati di utilizzare queste pratiche per ritardare il
momento della morte o per rendersi immortali. Essi le giudica
no estremamente pericolose per la “salute spirituale” poiché
contravvengono alla legge del Karma.
Per concludere direi che benché si senta dire di Yogi, in
un’epoca incerta generalmente molto antica, che hanno rag
giunto una longevità di incredibile durata, non se ne cita nessu
no, attualmente vivente, ritenuto immortale, come gli Immor
tali Cinesi.
Utile aggiunta a ciò che è stato detto a proposito dello Yo
ga e delle pratiche respiratorie, si troveranno qui di seguito due
citazioni di cui io sono debitrice a Eruditi Indiani contempora
nei (41).
“Alcuni Maestri spirituali, attraverso tentativi condotti da
migliaia di anni, hanno stabilito cinque vie per raggiungere la
luce primordiale.
Esse sono le Scuole filosofiche e di addestramento psichico
rispettivamente denominate: Sankya, Yoga, Pasupatam, Pan-
charatram e Smritimatam. Gli autori di queste cinque Scuole
hanno riconosciuto l’importanza dello Yoga.
“Si arriva a Kumbaka , alla ritenzione totale del soffio per mez
zo del dominio della respirazione (pranamaya) e, attraverso
Kumbaka, si raggiunge a Laya, cioè, uno stato di coscienza in
cui ci si immerge nel principio Supremo perdendo la propria iden-
tità. “È quasi impossibile determinare l’epoca in cui vissero i va
ri autori delle opere fondamentali della Scuola Yoga, ma pos
siamo provarlo, con esperienze personali, che il potere di rag
giungere lo stadio di Laya è una realtà (42).
Da tempi immemorabili il progressivo dominio della respi
razione è stato praticato come mezzo per raggiungere i vari li
velli di discipline religiose compreso il più alto di questi stadi: la
liberazione dai legami psico-fisici.
Il dominio del respiro conduce gradualmente allo stadio di
samadhi (concentrazione totale della mente) che è il suo ultimo
risultato.
Presso i Taoisti ciò comprende un senso cosmico riguar
dante produzioni e trasformazioni di valore cosmico, cioè li
bertà dalla perdita di energia cosmica e accesso ad alti gradi di
potere psichico, per andare, finalmente, verso l’immortalità.
125
Il soffio (in questa accezione) non deve essere strettamente
assimilato alla funzione fisiologica della respirazione.
Il soffio è la Realtà Suprema, il Movimento intrinseco, il
Potere creatore, Esercitando il piccolo soffio mortale e elevan-
dolo al livello richiesto, si può trasformare ciò che è imperfetto,
grossolano e mortale in noi, in ciò che è puro e immortale.
In tutti questi esercizi occorre avventurarsi con prudenza e
sotto la direzione di una guida competente.
Queste pratiche agiscono con due potenti forze cosmiche:
Vaÿu e Agni: il vento e il fuoco, e il loro intervento può pro
durre risultati peggiori di un fallimento, se questi due non sono
stati mantenuti nell’equilibrio voluto.
Agni accende e, anche, consuma. Vayu muove e travolge,
ma che cosa e dove e verso quale Meta?
Dov’è Soma (43) che nutre, soddisfa, realizza?
La moderna scienza nucleare e le sue applicazioni, mal sop
portano, attualmente simili domande (44).
126
NOTE
(1) Nasce per la prima volta sotto forma umana, o meglio si è incarnato più volte
in questo modo.
(2) Nirvana.
(3) “Qual’è, pensate, o discepoli, la massa delle acque del grande oceano o quella
delle lacrime che avete versato nel corso del vostro lungo pellegrinaggio, cor
rendo perpetuamente verso nuove nascite e nuove morti, uniti a ciò che odiate,
separati da ciò che amate? Questa ruota è senza principio e senza fine. È scono
sciuto l'inizio degli esseri, avvolti nell’ignoranza che, spinti dal desiderio, sono
condotti verso nuove rinascite, proseguendo in questa eterna ruota.
Così da lungo tempo voi avete sofferto i mali fisici, i dolori morali e alimenta-
to la terra dei cimiteri per molto tempo fino ad essere disgustati da questa esi
stenza, da voler distogliervene, per liberarvene. (Samyutta Nikaya).
(4) Il termine “Indù” deve essere inteso come attributo della religione brahmana e
dei suoi adepti. Indiano indica la nazionalità: i Musulmani nativi dell’India, i
Buddhisti, i Parsi, ecc. sono Indiani, ma non Indù.
(5) È la visione a cui sono pervenuti i Saggi che hanno redatto le Upanishad, quella
espressa nella dottrina dell’Advaita Vedanta. Vedere anche, il Bar-do Thòdol.
(6) Bhu, il nostro mondo - Bhuva, l’atmosfera, regione dei Pitris (antenati) Svarga
-il Paradiso, mondo degli dei che bevono la bevanda dell’immortalità: Amrita .
L’equivalente dell’ambrosia dei greci. È da notare qui una contraddizione: a di
spetto di questa bevanda dell’immortalità, gli dei, benché abbiano una longevi
tà prodigiosa, sono mortali.
(7) Prana.
(8) Come fanno gli Indiani dopo i pasti, lavandosi le mani. Si offre dell’acqua agli
avi.
(9) Miele significa, in tutto ciò che segue, una gradevole dolcezza.
(10) Raj Bahadur Lata Baij Natch. Ora deceduto.
(11) Una credenza da cui è venuto l’uso di offrire a volte ai defunti gioielli e anche
oggetti reali. Il defunto è onorato di ricevere questi doni che sono effettivamen
te donati a dei Bramini.
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(12) Data al momento della sua comparizione davanti a Yama. Vedere a pag. 114
(13) Indù, Indiano, vedere nota 4.
(14) Il sushuma sarira che non finisce quando il corpo muore.
(15) I Tibetani esortano i morenti a dire quali sono i desideri che sperano ancora di
soddisfare, a liberare la loro mente da tutte le preoccupazioni, rimettendo ai
parenti la cura di compiere le azioni che non potranno più fare da soli. È im
portante che essi muoiano con la mente sgombra da ogni appiglio, da ogni pen
siero. Questo è importante per la loro esistenza futura e importante per i viven
ti, che i defunti potrebbero importunare per via delle azioni lasciate incompiute
o che avevano progettato ma non ancora intraprese al momento di lasciare il
mondo.
(16) Sushuma.
(17) I mani dei Greci e dei Romani.
(18) Vedremo a pag. 117che il padre di Nachiketa offre un sacrificio che comprende
tutti i suoi beni, per rinascere tra gli dei. L’idea dei tre mondi nella formula di
rinuncia dei sannyasin indiani che rinunciano al nostro mondo, a quello degli
antenati e a quello degli dei: bhu, bhuvara, sva.
(19) Ade, re dei morti, corrisponde allo Yama degli Indù.
(20) Commentando questo rito, Max Muller osserva che era praticato soltanto da
gli anziani più vicini alla morte piuttosto che dagli altri donatori e da coloro
che più temevano di vedersi prendere dai Padri.
(21) Confrontare il Bar-do Thodol , a pag. 51 con la descrizione precedente.
(22) Da notare che i numerosi spostamenti dello Jiva qui sopra citati si compiono in
un periodo molto ristretto, come accade nei sogni, e come per questi, questo
viaggio è, anche, soggettivo. In quanto alle sensazioni che procura, è da dire
che sono avvertibili solo dal corpo sottile.
(23) Il Nord, in India come in Tibet, è la direzione santa che i disincarnati seguono
per raggiungere le dimore degli Dei o per conseguire la Suprema Liberazione
“dove gli uomini che conoscono Brahma, si ricongiungono a Brahma” (Bhaga-
vad Gita X, 24). A! contrario la direzione del Sud è considerata funesta.
(24) Brihadaranyanko Upanishad III, 13.
(25) Per le regole religiose degli Indiani, la vita di un Bramino si componeva di quat
tro periodi. Terminata l’infanzia egli riceveva gli ordini della sua casta e inizia
va i suoi studi. Terminati questi, si sposava, diveniva padre di famiglia. Nella
vecchiaia rinunciava ai suoi beni e si ritirava in solitudine per darsi alla medita-
128
zione. O poteva, oltre a ciò, abbracciare la via dello sannyasin, errando dopo
aver recisο ogni legame affettivo.
(26) Questo episodio ci fa pensare che, all’epoca in cui questo racconto fu scritto, in
India erano praticati dei sacrifici umani. In quanto alla data del Katha Upani
shad da cui è tratto questo racconto, essa è molto incerta. È superfluo ricorda
re qui i sacrifici delle vedove bruciate vive sul rogo che consumava il corpo del
marito e che si sono tramandati fino ai tempi moderni. L’ultimo solenne sacrifi
cio umano pare sia stato celebrato nel Nepal in onore della dea Talju verso la
meta del XIX secolo.
(27) Il suo spirito, il suo Jiva, o il suo corpo sottile.
(28) Nachiketa chiede di resuscitare, di tornare tra i viventi e nella sua famiglia.
(29) Quando resusciterai.
(30) Era un rito brahmanico attraverso il cui compimento si otteneva l’accesso al
mondo degli dei.
(31) Essi godono inoltre, di una longevità cosi prolungata che paragonata a quella
umana equivale a una vera e propria immortalità.
(32) Uno Jiva, un’entità differente dagli elementi che costituiscono la persona, cioè
distinta dal corpo, dai sensi, dalle facoltà mentali, dall’anima. Una specie di
personalità indipendente.
(33) O piuttosto, che noi crediamo individuale essendo vittime di un modo di vede
re e di una sensazione erronea. Si tratta di riconoscere l’identità dello Jivatma
con il Paramatma: l’anima individuale con l’anima universale.
(34) Si può paragonare questa affermazione con quella di Buddha che auspica la so
spensione delle “formazioni” mentali “le samskara” alle quali si abbandona la
mente.
(35) Due filosofi indiani contemporanei Satischandra Chatterjee e Dhirendramohan
Datta, commentando gli Inni 10 e 90 del Rig Veda, scrivono a questo riguar
do: “Dio invade il rnondo ma non è interamente contenuto in esso. Egli vive
fuori di esso. In termini teologici occidentali questo concetto è ‘panateismo" e
non “panteismo”. Il Tutto non è la totalità del Dio ma tutto è contenuto in Dio
che è piu grande di questo “Tutto”.
An introduction to Indian philosophy, Università di Calcutta, 1944).
(36) Ritroviamo qui il principio di Yin e Yang della filosofia cinese.
(37) Pranayama include: powata - l'inspirazione; rechaka - l'espirazione; kumbaka - la
ritenzione dell’aria che è stata aspirata.
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(38) Vedere il capitolo primo.
(39) In special modo nelle tre arterie principali dell’anatomia mistica lungo le quali è
detto si compia la circolazione dell’energia vitale; rispettivamente denominate:
Urna, Roma, Kyangma.
(40) L’efficacia di questa pratica pare provata per facilitare la digestione e prevenire
la costipazione.
(41) Per gentile concessione della signora Mira Alfassa fondatrice dell’Ashram Shri
Aurobindo a Pondichéry.
(42) Tradotto dal tamil, da Shri pandit Nilakantha Mahadeva joshi.
(43) La bevanda che è offerta agli dei durante i sacrifici, e che bevono anche nelle lo
ro dimore celesti.
(44) Desunto da una nota di Swani Pratyagatmananda, un’autorità in Yoga tantrico.
130
CONCLUSIONE
▼
Non mi sento qualificata a dare giudizi sui diversi modi di
concepire l’immortalità e sui mezzi più adatti a raggiungerla
che abbiamo incontrato nel corso del breve viaggio che abbia
mo fatto.
Mi limiterò a citare due opinioni che mi sono state espresse
da uomini di razza e cultura molto diverse e vissuti in luoghi al
trettanto dissimili.
Uno dei due, un eremita contemplativo tibetano (un gom-
chen) mi ha parlato in una caverna a malapena adattata ad al
loggio, in un anfratto della montagna.
L’altro era un letterato Indiano, vecchio allievo di una uni
versità americana.
Il primo disse:
"Coloro che vogliono convincersi della loro eternità basan
dosi sulla credenza nelle reincarnazioni e nei ricordi che conser
vano - o che altri pretendono di conservare - delle loro vite pre
cedenti, sono su una strada sbagliata, Essi credono che il pro
prio Io sia un nucleo omogeneo, mentre è, come insegna il Bud
dhismo, un insieme (1) e ciascuno degli elementi che compon
gono questo gruppo è essenzialmente transitorio, esistente mo
mentaneamente, se non come conseguenza di multiple cause
concomitanti (2). È assurdo dire: Io sono una reincarnazione
di Tsong Khapa, di Srong bstan Gampo (3) o di qualsiasi altra
persona. Tuttavia, i gruppi che hanno vissuto sotto il nome
Tsong Khapa, di Srong bstan Gampo o di qualsiasi altro indivi
duo, erano composti, come lo siamo noi, da sensazioni, da per
cezioni e da coscienze (4).
L’attività di questi elementi, come qualsiasi altra attività fi
sica o mentale genera delle forze (5). Queste si irradiano e
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quando incontrano condizioni favorevoli e gruppi di individui
ricettivi, esse vi si incorporano, si reincarnano e proseguono la
loro via,
Dunque non bisogna dire: “Io sono stato Tsong Khapa”
oppure: “Io sono stato Srong bstan Gampo”, ma si può pensa
re: tali percezioni, tali sensazioni, tali consapevolezze che io at
tualmente avverto, hanno potuto essere provate dall’una o
dall’altra personalità o da altre al di fuori di queste.
Adesso, esse manifestano la persistenza della loro esistenza
attraverso l'intermediario dell’insieme che io chiamo Io.
Quindi, non si tratta esclusivamente di ospiti legati a noi
attraverso i nostri predecessori.
Percezioni, sensazioni, coscienze - conoscenze viaggiano at
traverso il mondo e non sono bene esclusivo di nessuno di noi (6).
Ho affrontato la questione del “déjà vu” (già visto), l’im
pressione che alcuni hanno di essersi già trovati in un posto o in
circostanze in cui non hanno tuttavia avuto alcun rapporto in
precedenza.
Ho citato l’opinione, spesso espressa in Occidente, che la
persona che aveva l’impressione di essersi già trovata in un luo
go o in circostanze analoghe, si ricordava in realtà, di racconti
che aveva sentito o di immagini che aveva visto e di cui si ricor
dava nel profondo del suo inconscio.
Può essere così, mi rispose il mio interlocutore, ma la “co
scienza” di essersi trovato in quel luogo o in quelle circostanze è
esistita, essa è stata avvertita da certi individui, ha potuto tra-
smigrare e “reincarnarsi” nella persona che l’avverte attualmente
e manifestarsi sotto forma di ricordi più o meno lucidi.
Tutto ciò che è stato rimane.
L’intellettuale indiano, forte della sua educazione americana,
mi diede spiegazioni molto estese che io riassumo come segue:
È difficile distinguere il limite-frontiera esistente tra il “vi
vente” e la materia chiamata inanimata. In quanto all’origine
del primo “vivente” che si è differenziato e liberato dalla mate
ria non vivente, essa ci è ancora così sconosciuta come lo era
all’epoca in cui Buddha diceva:
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“Senza inizio noto è l’origine degli esseri”.
Ma ciò di cui possiamo essere quasi certi, è che le diverse
azioni e reazioni, che hanno costituito l'attività degli esseri vi
venti per tutti i lunghi milioni di anni della loro evoluzione,
hanno lasciato, sotto un aspetto o sotto un altro, tracce nella
sostanza che costituisce ciascuno degli esseri che esistono at
tualmente. Forze attive trasmesse dai nostri antenati abitano in
noi, si sono reincarnate. Senza dubbio non possiamo risalire in
definitamente la lunga fila di queste reincarnazioni, benché
possiamo trovare nei dati scientifici un solido supporto alle no
stre convinzioni.
Perciò attraverso la meditazione, l’introspezione assidua e
lucida, possiamo arrivare a distinguere, attiva in noi, sotto for
ma di impulsi, di pensieri, di modi di vedere, la presenza delle
molteplici personalità che costituiscono il nostro Io presente
che assicurano, per mezzo del loro intermediario, come noi lo
assicureremo, una sopravvivenza incalcolabile... forse infinita.
Ciò che è non può cessare di essere.
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