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Nel corso dei secoli, tradizioni popolari e improbabili ricostruzioni storiche, spesso successive di secoli al presunto periodo di vita, si sono affastellate sul suo conto, creando confusione, ma soprattutto rischiando di trasformare Gennaro in un santo quasi “folcloristico”, tanto che talvolta ne Γ¨ stata messa in dubbio persino la stessa esistenza. Quanto al luogo di nascita, giΓ i suoi biografi piΓΉ antichi indicavano ora la cittΓ di Benevento, ora quella di Napoli (entrambe nella regione Campania), oppure ne omettevano qualunque indicazione, facendo intuire quanto sia sempre stata controversa la questione. Tuttavia, la recente ricerca agiografica ha individuato alcuni elementi certi dell’identitΓ storica e spirituale del martire. Il piΓΉ antico passio che lo riguarda, gli “Acta bononiensia” (“Atti bolognesi”) del VI secolo, lo presenta come un vescovo di Benevento, martirizzato intorno al 300 - 305 circa sotto l’imperatore Diocleziano (regnante dal 284 al 305). La tradizione piΓΉ consolidata, in conformitΓ a questi medesimi documenti, ritiene sia nato probabilmente nel 272 a Benevento. Secondo tale tesi, durante la persecuzione contro i cristiani scatenata il 24 febbraio 303 da Diocleziano, Gennaro, uno dei primi vescovi di Benevento, si recΓ² a Miseno presso Napoli (oggi frazione del comune di Bacoli, nella CittΓ Metropolitana di Napoli) per partecipare a una liturgia presieduta dal suo amico e saltuario consigliere Sossio (275-305), diacono trentenne della Chiesa di Miseno, stimato per la santitΓ di vita, che sarebbe anch’egli divenuto santo. Qui, per ispirazione Divina, avrebbe saputo dell'imminente martirio del diacono, che, infatti, poco dopo il suo arrivo fu imprigionato quale cristiano. Gennaro si recΓ² allora a fargli visita per sostenerlo e consolarlo, unitamente al suo diacono Festo e al lettore Desiderio, che lo avevano accompagnato. Tuttavia, riconosciuti anch’essi come seguaci di GesΓΉ, furono a loro volta incarcerati e, non avendo voluto abiurare la fede e sacrificare agli dei, furono condannati alla terribile morte “Ad bestias”, cioΓ¨ a essere dati in pasto alle belve, condanna che sarebbe stata eseguita durante uno spettacolo circense nell’anfiteatro di Puteoli (oggi Pozzuoli nell’area metropolitana di Napoli). Tuttavia, in seguito al provvidenziale ritardo di un giudice, Gennaro fu destinato alla piΓΉ veloce e meno dolorosa morte per decapitazione mediante spada. Il martirio - secondo la tradizione - avvenne il 19 settembre 305 presso la solfatara di Puteoli (Pozzuoli), unitamente a quello di Sossio. Comunque, anche per la data di martirio, nulla appare certo. In quell’occasione, una pia donna cristiana raccolse il suo sangue in due ampolle, delle quali purtroppo si persero le tracce. La salma fu inumata nei pressi, a Marcianum (Marciano), villaggio rurale di proprietΓ della nobile “Gens Marcia”, potente a Napoli e a Pozzuoli. Nel 431, poco piΓΉ di un secolo dopo, il Vescovo di Napoli San Giovanni I (morto il successivo anno 432), fece trasferire i resti mortali di Gennaro dall’agro Marciano al cimitero extraurbano che divenne in seguito il maggiore della comunitΓ cristiana di Napoli, una catacomba che prese poi il nome dello stesso martire, alle pendici della collinetta di Capodimonte. In occasione della traslazione delle reliquie, una devota presentΓ² al Vescovo due ampolle contenenti sangue coagulato, affermando che quest’ultimo apparteneva proprio a Gennaro e che si trattava delle due boccette di cui si era persa ogni traccia per tanto tempo, prodigiosamente quanto misteriosamente ritrovate. Come per provare e attestare la sinceritΓ della donna, il sangue si liquefece all'improvviso sotto gli occhi del vescovo e della folla riunita ad assistere alla cerimonia di traslazione, con un prodigio che fece gridare tutti al miracolo. Da questo primo fenomeno soprannaturale, si ampliΓ² a dismisura la fama del Vescovo di Benevento e le due bottigliette con il loro prezioso contenuto ematico furono riconosciute sue reliquie e furono prese in carico dalla diocesi partenopea. Nell’831, le ossa di Gennaro furono trafugate dai Longobardi che occupavano Benevento, capeggiati dal principe Sicone (regnante dall’817 all’832) e trasportate nella cittΓ sannita. Qui il governatore della cittΓ , affinchΓ© le reliquie fossero degnamente custodite, curΓ² che fossero deposte in una chiesa appositamente costruita. Verso l’860 o 861, circa trenta anni dopo, il re normanno di Sicilia Guglielmo I “il Malo” (re dall’1154 all’1166), dispose che i sacri resti fossero tutti trasferiti nel santuario montano di Montevergine presso Avellino (Campania). Fu qui che nel 1480, durante l'esecuzione di lavori nel santuario, tra reliquie di santi rinvenute sotto l'altare maggiore e contrassegnate da iscrizioni indicanti i nomi, fu ritrovata un'urna contenente alcune ossa attribuite, secondo l'iscrizione incisa su una lamina plumbea a essa attaccata, proprio a Gennaro. Nel 1497, papa Alessandro VI (regnante dal 1492 al 1503) concesse all'arcivescovo di Napoli, Alessandro Carafa, di riportare nella cittΓ partenopea le sue ossa e, affinchΓ© i resti fossero custoditi degnamente, il cardinale Oliviero Carafa, fratello del primo, tra la fine del 1400 e l'inizio del 1500 curΓ² la realizzazione di una cripta ubicata sotto l'altare maggiore del duomo di Napoli. In essa Γ¨ visibile, custodita in un reliquiario, un vaso in terracotta recante un'iscrizione in latino, la quale indica che in esso sono contenute le ossa di Gennaro, vescovo di Benevento. Il suo cranio fu invece custodito in un prezioso busto-reliquiario, artistica opera di orafi provenzali, che il re di Napoli Carlo d'AngiΓ² aveva donato al duomo partenopeo nel 1305. Su di esso sono incastonate le famose ampolline, nella cui piΓΉ grande si puΓ² vedere la celebre reliquia del suo sangue raggrumato. Il 17 agosto 1389, circa sei secoli fa, il sangue di Gennaro passΓ² dallo stato solido a quello liquido per la seconda volta e da allora si diffuse a macchia d’olio l’attenzione per il prodigioso miracolo. Questo prodigio, da allora, si ripete ogni anno in una delle tre date legate al vescovo di Benevento: la vigilia della prima domenica di maggio (data della traslazione dei suoi resti); il 19 settembre (data del suo martirio) ed il 16 dicembre (anniversario dell'eruzione vesuviana del 1631, durante la quale i napoletani lo invocarono a loro protezione). L’inspiegabile evento, si ripete anche nella pietra porosa impregnata del suo sangue (che secondo la tradizione sarebbe quella dove Gennaro posΓ² il capo durante la sua decapitazione), custodita nella chiesa di Pozzuoli. Il fenomeno della liquefazione del sangue di San Gennaro non ha mai avuto una spiegazione scientifica e la scienza stessa lo definisce evento prodigioso. Per la credenza popolare, il non verificarsi del miracolo preannunzia calamitΓ , disastri e comunque eventi negativi e luttuosi per tutta la cittΓ di Napoli. Nelle cronache troviamo, in effetti, eventi negativi della storia partenopea legati alla mancata liquefazione. Basti menzionare quella non avvenuta nel 1631, coincidente con una delle piΓΉ tremende eruzioni del Vesuvio; nel 1647, prima e durante la sanguinosa rivolta di Masaniello e ancora nel 1943, quando scoppiΓ² a Napoli l'insurrezione popolare detta delle “Quattro giornate”. Per contro, affidandosi all'intercessione del loro patrono San Gennaro, i napoletani sono stati salvati dalla fame, dalla peste, dalla lava del Vesuvio e dai terremoti, basti citare, da ultimo, l’evento del 28 febbraio 1979, mercoledΓ¬ delle Ceneri, quando, non appena l'arcivescovo cardinale Corrado Ursi fece esporre, in linea del tutto eccezionale, le sacre reliquie, cessarono i casi di virosi respiratoria molto diffusa tra i bambini, che procurΓ² diverse vittime. CosΓ¬, ogni anno, il 19 settembre, l’immenso popolo dei devoti spera e prega che il sangue di San Gennaro - canonizzato nel 1586 da papa Sisto V (regnante dal 1521 al 1590) - torni a sciogliersi nella cattedrale di Napoli, segno che l’amato patrono Γ¨ tornato a rinnovare con la cittΓ il plurisecolare tacito patto di protezione.
πΌπππππππ: "πππ πΊππππππ ππππ'πππππ‘πππ‘ππ ππ πππ§π§π’πππ", ππππ π π’ π‘πππ ππππππ‘π, π‘ππ ππ 1636 ππ ππ 1637 πππππ, πππππ πππ‘π‘ππππ ππππππ π΄ππ‘ππππ ππ πΏπππ πΊπππ‘ππππ πβπ, πππ‘π π΄ππ‘ππππ ππ πΊπππ‘ππππ πβπ (1593-1653). πΏ'πππππ π π π‘πππ£π ππππ π π ππ πππ πππππ-πππ‘π‘ππππππ ππ πππ πππππππ ππππ‘πππ, π πππ§π§π’πππ (ππ ππππ£πππππ ππ ππππππ).
Roberto Moggi
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